
Il pacchetto liberalizzazioni del Governo Monti è ancora in preparazione ma, seguendo in parte l’esempio dei tassisti, due associazioni di categoria hanno minacciato ieri uno sciopero di sette giorni per protestare contro i provvedimenti paventati. Bene, il risultato sembra essere stato raggiunto a tempo di record: buona parte degli elementi più critici sul tema della distribuzione dei carburanti è stato stralciato dal decreto. Il vincolo di esclusività che obbliga il singolo gestore a comprare il carburante da un solo fornitore e la possibilità di vendita del 30% degli impianti detenuti da parte delle compagnie non verranno inseriti nel decreto.
Lo spiega, con rammarico, il presidente della Faib Confesercenti (favorevole alle liberalizzazioni): “È evidente che sono in corso contromanovre per depotenziare la riforma carburanti come il governo l’aveva pensata, stando almeno alle indiscrezioni uscite sulla stampa”. Secondo Pergamo “la pressione delle lobby in azione sta cercando di cancellare anche questa remota possibilità di apertura del mercato si conferma un mercato governato da 5 o 6 grandi compagnie: basti dire che 2 compagnie da sole sfiorano il 50% e tre compagnie il 70% del totale, non a caso sono compagnie verticalmente integrate, cioè estraggono, raffinano, stoccano, distribuiscono e vendono”.
La Faib Confesercenti ritiene che siano le compagnie a determinare (oltre alle altissime accise) la mancanza di concorrenza che tiene alto il prezzo del carburante in Italia, sono loro che “decidono cosa costa ad ogni stadio, alla faccia dei dati internazionali: il prezzo industriale è sempre stato il più alto d’Europa prima e dopo la manovra del governo che ha inasprito le accise”. Chi vincerà questa partita?

Le misure per la liberalizzazione del settore della distribuzione dei carburanti non piacciono alle associazioni di categorie. Una settimana di sciopero dei benzinai, questa la risposta alle indiscrezioni sulle possibili modifiche del mercato previste dal Governo Monti. Figisc e Anisa Confcommercio sono convinte che sia in atto una manovra per distrarre gli italiani dalla vera causa dell’esplosione dei prezzi dei carburanti: tasse e accise.
Il settore carburanti dovrebbe essere coinvolto nelle liberalizzazioni con la possibilità per i gestori di rivolgersi a fornitori diversi a seconda dei prezzi slegando la singola pompa dal marchio esposto. Le liberalizzazioni sono viste come “un attacco” ai gestori che “non si può giustificare con l’obiettivo di calmierare i prezzi dei carburanti”.
I problemi sono altri, come spiega Luca Squeri di Figisc: “Da un anno a questa parte la responsabilità dell’aumento del prezzo della benzina è dovuta per l’80% all’aumento delle imposte deciso con le reiterate manovre sulle accise, mentre l’aumento della materia prima ha inciso per il 20%. I costi di distribuzione pesano sul prezzo finale circa per meno del 10% (poco piu’ del 2% lo percepisce il gestore, un importo fisso qualunque sia il prezzo del prodotto), contro una quota di imposte che vale il 60% del prezzo della benzina”.
Per carità, tutto giusto sulla carta, ma se lo sciopero venisse confermato i consumatori (già vessati dagli aumenti) si troverebbero anche ad affrontare il disagio di faticare a fare rifornimento per sette giorni. Oltre al danno la beffa.

La benzina verde più cara d’Europa? Si compra in Italia. Dopo qualche giorno di prezzi stabili l’ENI ha imposto un’accelerazione al prezzo portandolo a 1,722 al litro nella modalità servito. Di questo passo sarà sempre più difficile trovare un gestore in grado di offrire un prezzo inferiore a 1,680 anche per il self service. Anche il diesel è in aumento e tocca quota 1,7, poco sotto il prezzo più alto d’Europa (gli inglesi in questo continuano a batterci, ma sono un caso isolatissimo).
Secondo le associazioni dei consumatori i soli aumenti di dicembre porteranno ad un maggior esborso nel 2012 rispetto al 2010 di 360 euro l’anno per le famiglie. Inevitabile che dopo il ritocco verso l’alto di ENI anche gli altri gestori si adeguino e ora la preoccupazione è che ai guai italiani con accise impazzite e pressione fiscale al massimo si vadano ad aggiungere i pasticci diplomatici fra Usa e Iran.
Il paese mediorientale ha minacciato, in risposta alle sanzioni sul programma nucleare, di chiudere il cruciale Stretto di Hormuz al passaggio delle petroliere occidentali. Gli Usa hanno già specificato che non permetteranno che ciò avvenga, ma nel frattempo l’effetto psicologico potrebbe far aumentare il prezzo del greggio sul mercato internazionale con ripercussioni anche nel nostro paese. Comincia a mancare poco al traguardo della benzina a due euro al litro.

Nemmeno il Natale di tregua. Gli aumenti delle accise di tutti i carburanti non attenderanno il 1 gennaio 2012 per entrare in vigore, ma arriveranno subito. Non cambiano gli importi rispetto a quanto annunciato nei giorni scorsi, le imposte saranno pari a 704,20 euro per mille litri di benzina, 593,20 euro per mille litri di gasolio, 267,77 euro per mille (pari a 147,27 euro per mille litri) per il GPL e 0,00331 euro per metro cubo per il metano.
Calcolando l’IVA l’impatto sui prezzi al consumo sarà decisamente rilevante. Già da domani la benzina verde costerà 10 centesimi in più al litro, il gasolio 14 e il GPL 2,6. Una brutta sorpresa: il salasso sarà immediato con effetti anche sul prevedibile maggior consumo per il ponte dell’Immacolata e le vacanze del periodo natalizio.
Gli aumenti non finiscono qui perché nel decreto è già previsto una possibile crescita dell’IVA per la metà del prossimo anno. In assenza di segnali positivi per i conti pubblici potrebbe infatti arrivare un +2% sia per l’aliquota del 10% (fino ad ora non toccata) sia per quella del 21%. Se necessario si potrà ricorrere anche ad un +0,5% ulteriore dal 1 gennaio 2014. L’IVA al 23,5% sarebbe la più alta fra i maggiori paesi dell’Unione Europea con soltanto tre paesi in grado di contenderci il poco invidiabile primato: la Svezia, l’Ungheria, Romania e Danimarca che applicano un’aliquota del 25%.
Aumentano le accise sui carburanti per fronteggiare l’emergenza causata dall’alluvione in Liguria e in Toscana. Così, rileva Staffetta Quotidiana, i prezzi alla pompa hanno risentito, nel ponte dei Santi, dell’aumento delle accise in vigore dal 1° novembre, per un ammontare di 0,89 centesimi, che con l’aggiunta dell’Iva al 21% hanno un impatto sul prezzo finale compreso fra 1 centesimo e 1,1 centesimi al litro.
L’aumento della accise è sempre tema controverso. Commenta il segretario generale Adiconsum Pietro Giordano: “Giusta la solidarietà per le popolazioni colpite dalle alluvioni, ma auspichiamo che non venga prorogata per decenni, come accaduto per esempio per la guerra in Abissinia“.
L’insieme delle decisioni sui carburanti hanno ripercussioni inevitabili. Prosegue Giordano: “Tali decisioni nel loro complesso pesano ulteriormente sui redditi delle famiglie già fortemente colpite dalla crisi economica, e peseranno sul tasso d’inflazione, che Adiconsum prevede in novembre prossimo al 4%. Ciò provocherà un ulteriore aumento dei prezzi di tutti i prodotti alimentari e non, che già hanno avuto un balzo in avanti grazie all’effetto Iva e agli arrotondamenti illeciti. È tempo di segni di discontinuità che blocchino tassazioni dirette e indirette sui soliti noti, cioè lavoratori dipendenti e pensionati, e creino le condizioni per politiche di sviluppo che diano occupazione e quindi reddito ai giovani e alle donne che come rileva l’Istat sono le categorie più colpite dalla crisi economica in atto“.
Quello che viene contestato da più parti al Governo non è la bontà della motivazione alla base dell’aumento delle accise, quanto il fatto che il ricorso a questo tipo di provvedimento sia diventato la soluzione immediata per qualunque tipo di emergenza, in assenza di progetti alternativi. Commentano ad esempio Federconsumatori e Adusbef: “Non contento di aver aumentato l’Iva al 21%, e di aver innalzato in diverse riprese l’accisa sui carburanti, il Governo ha pensato bene di aumentare ancora una volta l’accisa. Nulla da dire sulla motivazione, condividiamo pienamente la necessità di stanziare aiuti per la Liguria e la Toscana, colpite dalle violente alluvioni dei giorni scorsi, ma non è questo il modo“.
Via Ansa.
Nella notte tra sabato e domenica è tornata l’ora solare e le lancette degli orologi sono state regolate un’ora indietro: non tutti però sanno che la convenzione dell’ora legale non serve soltanto ad approfittare di un’ora di luce in più nei mesi primaverili e estivi, ma soprattutto a garantire un notevole risparmio di energia elettrica.
Dallo scorso marzo, mese in cui è stata introdotta l’ora legale, l’Italia ha risparmiato circa 650 milioni di kilowattora, una quantità di elettricità equivalente al consumo medio annuale di oltre 215.000 famiglie: è quanto rilevato da Terna, la società che gestisce la distribuzione di energia elettrica nel nostro Paese. Dal punto di vista dei costi, si tratta di circa 91 milioni di euro risparmiati, un risultato migliore di quello ottenuto lo scorso anno, quando erano stati risparmiati 85 milioni.
L’ora legale rappresenta dunque un vantaggio per l’ambiente, con circa 300 mila tonnellate di CO2 “risparmiate” all’atmosfera, ma anche per i consumatori, che in questo modo tagliano i costi della bolletta luce, rimandando di un’ora l’uso dell’illuminazione artificiale.
Via Yahoo.it

Piazza Affari senza freni, -5,15%.
A Piazza Affari i titoli Intesa Sanpaolo, Unicredit e Fiat Industrial sono sospese e scambiate in asta di volatilità con ribassi teorici compresi tra l’8 e l’11%. Per Intesa la flessione è del 10,84% a 1,151 euro, per l’istituto di piazza Cordusio è del’11,32% a 0,752 euro mentre per Fiat Industrial il ribasso teorico è dell’8,17% a 5,79 euro.
L’euro scivola sotto quota 1,37 dollari. La moneta unica passa di mano a 1,3694 dollari dopo aver toccato un minimo di 1,3675.
Prezzo del petrolio in forte calo sui circuiti elettronici, condizionato dai timori per la crisi del debito europeo. Il light crude con consegna a dicembre è scambiato a 91,19 dollari al barile, in calo di 2 dollari. Anche il Brent perde oltre 2 dollari a 107,49 dlr.
Via Ansa.

Non bastava il caro benzina ad incidere sulle già tartassate tasche degli automobilisti. La conversione in legge del d.l. 138/2011 ha confermato anche l’aumento dell’IPT (Imposta Provinciale di trascrizione).
Ciò significa che dal 19 settembre scorso tutte le formalità (prime immatricolazioni, trasferimenti di proprietà, ecc.) presentate al Pubblico Registro Automobilistico (PRA), ad eccezione delle Regioni a statuto speciale (Friuli Venezia Giulia, Sicilia e Sardegna) e delle Province autonome (Trento e Bolzano), pagheranno per i veicoli superiori a 53 kW l’IPT in misura proporzionale (€ 3,5119 x kW) in luogo della misura fissa (€ 150,81).
Per fare un esempio una Fiat Bravo con 66kW a Firenze (una delle province che non applica alcuna maggiorazione) l’IPT è passata da 150,81 euro a 231,66; a Cosenza, dove si applica una maggiorazione del 30% sempre per una Fiat Bravo l’IPT è passata da 196,05 euro a 300,96 euro. (Per le altre cilindrate si veda tabella allegata per gentile concessione della Direzione Servizi delegati ACI)”.
Nessuna differenza tra nuovo e usato. La nuova disposizione colpisce sia i veicoli nuovi che usati e comporta un forte aggravio dell’imposta a sfavore del consumatore, ma soprattutto genera una sperequazione di trattamento determinata dalla residenza del soggetto venditore e certamente determinerà una migrazione delle formalità PRA verso le Regioni a statuto speciale e le Province autonome nelle quali è rimasta in vigore l’IPT in misura fissa per gli atti soggetti ad IVA.
Via Ansa.

Sciopero nazionale e treni fermi il prossimo 21 ottobre. “Protesteremo contro l’incapacità gestionale del management FS, che deve fare chiarezza una volta per tutte sul futuro del trasporto ferroviario in Italia. Non si può più continuare a gettare fumo negli occhi, è ora di dare risposte concrete“. È quanto affermano i sindacati che hanno indetto lo stop.
Si legge in una nota: “Le Segreterie Nazionali FILT CGIL, FIT CISL, UILTRASPORTI, UGLTRASPORTI e FAST FERROVIE, non avendo avuto risposte di merito dal Gruppo FS nonostante due diverse attivazioni di procedure di raffreddamento (24 giugno e 12 settembre 2011) e una richiesta di censura inviata alla Commissione di Garanzia il 5 luglio scorso proclamano uno Sciopero Nazionale di 8 ore dalle 9.01 alle 17.00 del giorno 21 ottobre 2011 di tutto il personale del Gruppo Ferrovie dello Stato S.p.A“.
Via Ansa.
Tra carburanti e sigarette i primi aumenti di prezzo dovuti all’innalzamento dell’IVA si sentono eccome. Mentre la benzina ha toccato il record storico di 1,7 euro al litro, le sigarette sono aumentate in media del 4%, cioè di 15-20 centesimi a pacchetto; negli ultimi 3 mesi, calcola l’Adoc, le sigarette hanno subito rincari complessivi del 30%, pari quindi a 30
centesimi a pacco. Aumenti del 13%, con punte del 15%, invece, per il tabacco trinciato.
Il Presidente dell’Adoc Carlo Pileri si schiera a favore dei fumatori che “sono sempre i primi a pagare pegno“. “I continui rincari a cui è soggetto il settore potrebbero provocare un calo dei consumi pari al 10%. Se dal punto di vista della salute può essere considerato un vantaggio, dal punto di vista economico il danno è rilevante. Il settore del tabacco - aggiunge Pileri - è uno dei più importanti in Italia, siamo il primo produttore ed esportatore di tabacco grezzo in Europa, vi sono impiegati oltre 200mila lavoratori. Un calo drastico dei consumi andrebbe a ripercuotersi violentemente sulla filiera del tabacco, mettendo alle strette un settore economicamente strategico per l’Italia, foraggiando allo stesso tempo il mercato nero e il contrabbando“.
Secondo il Presidente dell’Adoc quindi “aumentare le tasse sulle sigarette, che già pesano per il 75% sul prezzo finale del prodotto, è controproducente e penalizzante sia per i consumatori che per l’industria“.
Via Adoc.