
Il tasso d’inflazione annuo a ottobre è salito al 3,4% dal 3% di settembre. È il dato più alto da ottobre 2008. Lo rileva l’Istat nelle stime provvisorie, che indicano un aumento dello 0,6% su base mensile, il rialzo maggiore da giugno 1995. Secondo l’Istituto di Statistica, a pesare sono stati gli effetti della manovra, in particolare dell’incremento dell’Iva. Aumenti record per benzina e gas naturale: la prima è aumentata del 17,8% (dal +16,3% di settembre) su base annua, mentre è salita dello 0,8% su base mensile. Forte rialzo anche per il prezzo del gas naturale, che su settembre aumenta del 3,4% e su base annua balza all’11,3%, dal 7,6% di settembre.
“Sempre più grave ed allarmante la crescita del tasso di inflazione” commentano Federconsumatori e Adusbef che parlano di “una crescita incontrollata in piena contraddizione con l’andamento dei consumi e del potere di acquisto delle famiglie“. Quanto alle cause, Rosario Trefiletti ed Elio Lannutti, presidenti di Federconsumatori e Adusbef sostengono che l’aumento “non può avere alcuna giustificazione o spiegazione al di fuori delle volontà speculative ormai chiare ed evidenti, nonché della demenziale manovra di aumento dell’IVA operata dal Governo“.
“Un capolavoro” commenta, invece, Confesercenti che aggiunge: “Una scelta sbagliata, come per altro denunciato fin da subito da Confesercenti, e che per giunta si alimenta del costo crescente dei prezzi dei carburanti, rivelandosi per quello che è: un boomerang contro l’economia italiana e lo sviluppo“.
Via Federconsumatori.

Seduta pessima per Piazza Affari: la perdita del 6,13% dell’indice Ftse All Share equivale a 22 miliardi di euro bruciati in una giornata.
Piazza Affari non registrava perdite così pesanti dall’ottobre del 2008, nel pieno della crisi dei mutui subprime. Nella cronistoria delle peggior performance registrate, a partire dal 1997, dal principale indice della Borsa di Milano, sono soltanto tre i risultati peggiori: il 10 ottobre di tre anni fa (-7,14%); l’11 settembre 2001 (-7,57%), giorno degli attentati alle Torri gemelle e al Pentagono, e il 6 ottobre 2008 (-8,24%).
Nel 2011, il record negativo finora era stato il 10 agosto, quando il Ftse MIb aveva chiuso a -6,65%.
L’annuncio choc del premier greco, George Papandreou, di indire un referendum sugli aiuti internazionali alla Grecia, affonda i listini europei. Anche Wall Street perde oltre il 2%. Piazza Affari risente dell’impennata record degli spread e del timore che un default greco possa trasformare l’Italia nella prima vittima del contagio. Precipitano anche Parigi che cede il 5,38% a 3.068,33%, Francoforte che arretra del 5% a 5.834,51 punti e Londra che perde il 2,21% a 5.421,57 punti. Atene affonda dell’8,14%, Madrid del 4,64% e Lisbona del 3,68%. Crollano i bancari, specie in Francia e in Italia, con Intesa a -15,8%, SocGen -17% e Bnp Paribas -13,2%.
Via Repubblica.

Listini europei in picchiata a metà giornata sui nuovi timori per la zona euro.
La decisione della Grecia di proporre un referendum sul piano di salvataggio e lo spread fra i Btp e Bund tedeschi che ha sfiorato quota 440 punti hanno innescato una massiccia ondata di vendite che ha colpito in particolare il settore bancario.
A Milano il Ftse Mib arretra del 5,44% e il Ftse All Share il 4,9%.
Si fa ancora più ripida la caduta dei listini europei per il timore di un default della Grecia e di un contagio all’Italia della crisi del debito sovrano. Francoforte cede il 5%, Parigi il 4% mentre, Atene (-7,6%), la maglia nera in Europa.
Via Repubblica.

La pausa pranzo fuori casa costa cara. In un solo anno, dal 2010 a oggi, i prezzi praticati in bar e punti di ristoro self service sono aumentati in media di oltre il 3%. Un pasto tipo composto da acqua, un piatto di pasta, un dessert e un caffè costava 5,53 euro nel 2001; è arrivato a 11,95 euro l’anno scorso; quest’anno già costa oltre 12 euro (12,31 euro) con un aumento percentuale pari al 123% in dieci anni. Alla fine, un pasto tipo in un bar o in un self service può arrivare a costare oltre 270 euro al mese.
Sono i rincari denunciati da Adusbef e Federconsumatori: “Alla luce di questi rincari, in tempo di crisi sono sempre di più i consumatori che rinunciano alla ‘pausa pranzo’ nei punti self service/bar e preferiscono portarsi il pranzo da casa, oppure acquistarlo direttamente nei negozi o nei supermercati“.
Le due associazioni propongono un’analisi dei rincari per singole voci, spalmate nell’arco degli ultimi dieci anni. Una tazzina di caffè, ad esempio, partiva da 62 centesimi nel 2001, dopo l’introduzione dell’euro, ed è arrivata quest’anno a una media di 96 centesimi, con un aumento dell’1% rispetto al 2010 e del 55% in dieci anni. Dal 2001 al 2011, una bottiglia da mezzo litro d’acqua è aumentata dal 217%, passando da 52 centesimi a 1,65 euro, con un aumento del 3% solo rispetto allo scorso anno. La pizza margherita della pausa pranzo costava 3,36 euro nel 2001, ora arriva a 8,70 euro, nel 2010 stava a 8,50 euro: più 2% sull’anno, più 159% in dieci anni.
Un piatto di pasta è rincarato del 150% in dieci anni: costava 2,32 euro nel 2001; è arrivato a 5,60 euro nel 2010; quest’anno già si attesta su una media di 5,80 euro, con un aumento percentuale annuale del 4%. Per un dessert al piatto, nel 2001 servivano 2,07 euro; nel 2010 il prezzo si attestava su 3,80 euro; quest’anno è stato ulteriormente ritoccato a 3,90 euro, con un aumento del 3% e dell’88% nell’arco di dieci anni. Un panino è aumentato, dal 2001, del 94%, passando da circa 1,55 euro ai 3 euro rotondi di quest’anno. E una pizzetta rossa è passata da 77 centesimi del 2001 ai 2,30 euro di quest’anno: in dieci anni, il prezzo è salito del 199%.
Via Vocearancio.

Chiedere, e ottenere, un incremento della propria retribuzione. Passo dopo passo, come farsi dire di si.
La retribuzione media di un lavoratore dipendente italiano è di 25.980 euro l’anno. Secondo una statistica americana, il 95% dei lavoratori dipendenti, durante la propria carriera professionale, non chiede mai all’azienda un aumento di stipendio.
Prima di procedere con la richiesta è necessario valutare se si è nella posizione giusta per farlo. Chi è nuovo, dovrebbe aspettare almeno sei mesi; chi svolge già da tempo e in maniera efficiente i compiti assegnati o si assume nuove responsabilità, può valutare la richiesta.

La crisi economica non risparmia neanche il settore delle nuove tecnologie: la domanda di information technology ha registrato un -1,7% nel primo semestre 2011, mentre il mercato dell’ICT ha perso il 2,4% rispetto allo stesso periodo 2010. E’ quanto emerge dalle stime del settore, presentate da Paolo Angelucci, presidente di Assinform, che ha illustrato andamento e previsioni dei comparti It e tlc basati sui dati elaborati da NetConsulting.
Il mercato dell’informatica nel primo semestre 2011 ha raggiunto 8.763 milioni di euro (-1,7%), mostrando comunque un lieve miglioramento rispetto alla prima parte del 2010 (-2,5%) e soprattutto del 2009 (-9%): questo dimostra che le imprese continuano ad investire in IT nonostante la crisi. Il mercato delle telecomunicazioni (apparati, terminali e servizi per reti fisse e mobili) si è attestato a 20.150 milioni, con un calo (-2,7%) che si somma a quello dell’anno prima (-2,3%).
La crisi che in questo momento sta attraversando l’Italia porta a rivedere al ribasso le previsioni dei mercati dell’IT e delle TLC per l’intero 2011: ci si aspetta un calo del mercato aggregato delle telecomunicazioni (apparati, terminali e servizi) compreso tra il -1,5 e il -4,1%. Per l’IT nel suo complesso (hardware software, assistenza e servizi) la diminuzione attesa è più lieve, tra il -1,2% e il -2,8%.
Le uniche eccezioni riguardano Internet adsl (banda larga) e, soprattutto, le vendite di tablet, che in sei mesi sono cresciute del 347%. Segno che, nonostante tutto, c’è la volontà da parte degli italiani di non rinunciare alla connessione al web.
Via Helpconsumatori.
Il decimo compleanno dell’euro non cade in un momento felice per le tasche degli italiani. Nell’ultimo decennio, infatti, si è registrato un aumento medio dei prezzi al consumo (+21%) e contemporaneamente una crescita più lenta dei redditi pro capite (+14%); di conseguenza c’è stata una riduzione del potere d’acquisto pari al -7%. I dati diffusi da Altroconsumo fotografano una situazione assai difficile per i bilanci familiari, poiché emerge una crescita notevole delle principali voci di spesa.
I rincari hanno infatti riguardato il trasporto marittimo (+147%) e aereo (+61%), i treni (+46%), le utenze per acqua (+52%) e gas (+34%), le bevande alcoliche e i tabacchi (+53%), l’istruzione (+26,5%) e la ristorazione (+28,9%).
I premi Rc auto sono aumentati enormemente in città come Napoli (+122%) e Palermo (+77%), mentre a Roma le polizze assicurative per le moto hanno subito un’impennata del +136%.
Continua a leggere: Quanto sono aumentati i prezzi con l’introduzione dell’euro

L’aumento dell’IVA dal 20 al 21% ha già fatto aumentare i prezzi di alcuni prodotti, dalla benzina alle sigarette. Ma i rialzi si registreranno su tutti i beni di consumo e, come hanno paventato le Associazioni dei consumatori, saranno ben superiori all’1% poiché includeranno anche i maggiori costi energetici e di trasporto che peseranno sulle imprese.
Ad esempio, secondo i calcoli dell’Osservatorio Nazionale di Federconsumatori, l’abbigliamento per uomo e donna registrerà aumenti dal 3 al 6%: una camicia da donna che fin’ora costava in media 40 euro, ne costerà 42; un abito da uomo da costare 199 euro arriverà a superare i 210.
Anche l’abbigliamento per i bambini e il settore calzature subiranno aumenti simili, mentre per i vini e gli alcolici i rincari saranno del 6-7%: il prezzo di una bottiglia di vino rosso lieviterà da 6,90 euro a 7,40 (+7%); una di spumante costerà 14,80 euro invece che 13,80 e per l’amaro si spenderanno 13,10 euro invece che 12, 39. Il tutto si traducerà in una spesa annua maggiore per le famiglie di circa 25 euro per le scarpe, di 81 euro per l’abbigliamento e di 12 euro per vini e liquori.
“Tali aumenti“, commenta Federconsumatori, “dimostrano in maniera evidente e tangibile la “portata distruttiva” che questa manovra economica avrà sul potere di acquisto delle famiglie e sull’andamento dei consumi, già in caduta libera da tempo. In particolare le ricadute annuali a famiglia per i soli settori dell’abbigliamento, delle calzature e dei vini saranno le seguenti“.
Via Federconsumatori.
Tra carburanti e sigarette i primi aumenti di prezzo dovuti all’innalzamento dell’IVA si sentono eccome. Mentre la benzina ha toccato il record storico di 1,7 euro al litro, le sigarette sono aumentate in media del 4%, cioè di 15-20 centesimi a pacchetto; negli ultimi 3 mesi, calcola l’Adoc, le sigarette hanno subito rincari complessivi del 30%, pari quindi a 30
centesimi a pacco. Aumenti del 13%, con punte del 15%, invece, per il tabacco trinciato.
Il Presidente dell’Adoc Carlo Pileri si schiera a favore dei fumatori che “sono sempre i primi a pagare pegno“. “I continui rincari a cui è soggetto il settore potrebbero provocare un calo dei consumi pari al 10%. Se dal punto di vista della salute può essere considerato un vantaggio, dal punto di vista economico il danno è rilevante. Il settore del tabacco - aggiunge Pileri - è uno dei più importanti in Italia, siamo il primo produttore ed esportatore di tabacco grezzo in Europa, vi sono impiegati oltre 200mila lavoratori. Un calo drastico dei consumi andrebbe a ripercuotersi violentemente sulla filiera del tabacco, mettendo alle strette un settore economicamente strategico per l’Italia, foraggiando allo stesso tempo il mercato nero e il contrabbando“.
Secondo il Presidente dell’Adoc quindi “aumentare le tasse sulle sigarette, che già pesano per il 75% sul prezzo finale del prodotto, è controproducente e penalizzante sia per i consumatori che per l’industria“.
Via Adoc.
L’economia italiana sembra non trovare una via d’uscita dalla crisi: se non ci sarà un’accelerazione della crescita le agenzie di rating declasseranno ulteriormente l’Italia.
Secondo Adiconsum, inoltre, “è drammaticamente vero che il tasso d’inflazione supererà presto il 3% con effetti profondamente negativi sui consumi e sui consumatori“. “A trainare l’aumento inflattivo in presenza di una crisi economica pesantissima sarà principalmente l’aumento dei prezzi dei carburanti, voce importantissima del paniere, che ha superato già 1,70 euro al sud e prossimamente anche al centro nord“.
“Adiconsum da mesi chiede al Governo il taglio delle accise che produrrebbe effetti positivi sull’economia e sui redditi dei consumatori. È tempo di intervenire con una patrimoniale sugli immobili (esclusa la prima casa) e sui beni mobili, con una efficace lotta agli evasori che attraverso società di comodo, godono dell’impunità e di beni di lusso i cui costi si scaricano paradossalmente sui soliti noti, con la liberalizzazione delle professioni, con la vendita del patrimonio pubblico spesso inutilizzato, con la privatizzazione delle aziende controllate dagli enti locali“.
“Adiconsum“, conclude Giordano, “teme che la storia non finisca qui e che presto, se non si interverrà con riforme e interventi strutturali quali quelli citati, ulteriori norme interverranno negativamente sulle pensioni, sui consumi e sui redditi delle famiglie, tenuto conto che il prossimo anno scatteranno le Addizionali locali, con l’ennesimo carico fiscale aggiuntivo“.
Via Helpconsumatori e Adiconsum.