
Piazza Affari senza freni, -5,15%.
A Piazza Affari i titoli Intesa Sanpaolo, Unicredit e Fiat Industrial sono sospese e scambiate in asta di volatilità con ribassi teorici compresi tra l’8 e l’11%. Per Intesa la flessione è del 10,84% a 1,151 euro, per l’istituto di piazza Cordusio è del’11,32% a 0,752 euro mentre per Fiat Industrial il ribasso teorico è dell’8,17% a 5,79 euro.
L’euro scivola sotto quota 1,37 dollari. La moneta unica passa di mano a 1,3694 dollari dopo aver toccato un minimo di 1,3675.
Prezzo del petrolio in forte calo sui circuiti elettronici, condizionato dai timori per la crisi del debito europeo. Il light crude con consegna a dicembre è scambiato a 91,19 dollari al barile, in calo di 2 dollari. Anche il Brent perde oltre 2 dollari a 107,49 dlr.
Via Ansa.

Nuovo minimo di giornata per Piazza Affari. IL Ftse Mib cede il 5%. Intesa SanPaolo e Unicredit sono nuovamente in asta di volatilità con ribassi teorici rispettivamente del 10,84% e dell’8,61%. Fiat Industrial cede il 7,85% e FonSai il 6,44%.
I credit-default swap sull’Italia, i contratti derivati con cui ci si protegge dal rischio default, volano al record storico di 491 punti sulla piattaforma Cma. Lo riferisce Bloomberg.
Lo spread tra il Btp decennale e l’analogo bund tedesco ha sfiorato questa mattina i 440 punti base, arrivando fino a quota 439,9, prima di ripiegare a 432 punti. Il rendimento del titolo italiano è volato fino al 6,26% per poi scendere al 6,20% intorno alle 10.30.
Via Borsaitaliana.

Continua la corsa del differenziale tra titoli italiani e tedeschi, che fanno registrare nuovi picchi: prima 4,23%, poi sale ancora fino a 437 punti base.
I rendimenti dei Btp decollano e toccano il 6,21%.
A picco i mercati europei: Milano sprofonda, Parigi e Francoforte perdono oltre il 3%. Secondo gli analisti sta pesando la decisione del governo greco di indire un referendum sul piano di salvataggio concordato con l’Europa. Calano quasi tutti i mercati orientali.
Rallenta la produzione cinese: l’indice manifatturiero delle pmi cala a ottobre. Palazzo Chigi smentisce colloqui riservati tra Berlusconi, il Cancelliere Merkel e il presidente Sarkozy: “Inverosimile cambio vertici ministero Economia“.
Via Ansa.

Nei Paesi anglosassoni, e in particolare negli Stati Uniti, le aziende propongono la formula 4 giorni-10 ore con sempre maggior frequenza. E non sono pochi i lavoratori che l’accettano di buon grado, convinti che in questa modalità di lavoro i vantaggi superino gli svantaggi.
Molti dipendenti la approvano tale scelta, per esempio, perché permette loro di risparmiare sui costi per il mantenimento dei figli (per esempio, le baby sitter e gli asili).
Dall’altra parte, i datori di lavoro spingono su questa formula perché consente loro di avere una maggiore copertura degli orari in ufficio. Nello Stato dello Utah, dove la settimana lavorativa da quattro giorni è diventata obbligatoria per molti dipendenti pubblici, il consumo di energia si è ridotto del 13% nel primo anno di sperimentazione e, secondo le stime, gli impiegati hanno risparmiato nel complesso 6 milioni di dollari in carburante per il non fatto di non essere andati a lavoro in auto di venerdì.
Via Yahoo.

Gli italiani non sono piu’ le formiche d’Europa. La crisi morde risparmi e potere d’acquisto mentre aumentano le spese non comprimibili. Dagli ultimi dati dell’Istat emerge la conferma di un trend in atto da 15 anni.
Nel secondo trimestre dell’anno il tasso di risparmio delle famiglie italiane è sceso al minimo storico dell’11,3% con una contrazione dello 0,4% sui tre mesi precedenti e dell’1,2% rispetto a un anno fa. In pratica in appena 12 mesi gli italiani. Un tasso di risparmio dell’11,3% è esattamente la meta’ rispetto al 22,66% del 1996, che collocava gli italiani al primo posto in Europa, 4 punti in piu’ dei francesi, 6 in piu’ dei tedeschi e e oltre il doppio la propensione al risparmio degli inglesi.
Nel 2002 risparmiavamo il 16,82% del reddito, superati dal Belgio ma ancora ben al di sopra della media dei paesi euro pari al 10,86%. Nel 2009, ultimo anno elaborato da Eurostat, la propensione al risparmio degli italiani e’ scesa al 13,98% mentre quella dei paesi euro e’ salita al 13,32%. Nell’area euro su 15 paesi sono 8 a mostrare un tasso di risparmio superiore agli italiani. E anche considerando l’Europa a 27, l’Italia presenta valori sotto la media che e’ al 13,21%. La flessione del tasso di risparmio è conseguenza della contrazione del potere d’acquisto. Sempre nel secondo trimestre dell’anno in corso il potere di acquisto delle famiglie italiane e’ diminuito dello 0,3% rispetto al secondo trimestre del 2010 e dello 0,2% rispetto al trimestre precedente.
Il reddito disponibile e’ infatti aumentato del 2,3% rispetto al 2010 a fronte di una spesa per consumi aumentata del 3,7% (+0,9% rispetto al trimestre precedente). Anche sul potere d’acquisto gli italiani da tempo perdono terreno. Tra i paesi euro la media del potere d’acquisto e’ 108, per l’Italia e’ 100, inferiore anche agli spagnoli, ben al di sotto del 128 dei tedeschi e lontanissimo dal 283 dei residenti in Lussemburgo.
Via Istat.
Dopo un periodo in cui il mercato immobiliare è stato caratterizzato dal segno meno, il 2012 sarà l’anno del mattone: le previsioni dell’istituto di ricerche Scenari Immobiliari parlano di una chiusura del 2011 in positivo, con 113 miliardi di fatturato a fine anno, pari al +1,7% rispetto al 2010.
Si tratta di un dato importante, che resta però inferiore a quello registrato in Europa: nei primi cinque Paesi europei si stima un incremento del 2,3% a fine 2011 e un fatturato immobiliare di oltre 614 miliardi di euro; per il 2012, le attese sono di un ulteriore incremento del 2,7%.
In Italia, dunque, la ripresa appare più fragile rispetto al resto d’Europa, a causa delle incertezze economiche e degli effetti della manovra finanziaria, due fattori che hanno rallentato la domanda di immobili da parte delle famiglie.

La manovra di Ferragosto è stata un’occasione mancata per liberalizzare il commercio. Forse, per molti anni, irripetibile. In un primo tempo inserita all’articolo 3 del decreto legislativo 138/11, la disposizione cancella-restrizioni è poi improvvisamente scomparsa dalla versione finale. La norma estendeva a tutti i Comuni l’eliminazione dei vincoli di orario di apertura e chiusura, l’obbligo della chiusura domenicale e di quella infrasettimanale (di mezza giornata) per tutti gli esercizi, compresi bar e pizzerie.
I mugugni degli imprenditori presenti al convegno milanese ‘Impresa commerciale e sviluppo tecnologico‘ promosso da Aires, indicavano che le associazioni dei commercianti hanno scelto il male minore, per i piccoli negozi, tra aumento dell’Iva al 21% e liberalizzazione degli orari. «Non so se questo sia avvenuto - commenta Sonato - ma non sarà certo una legge a bloccare il desiderio dei consumatori di fare shopping tutti i giorni della settimana. Uno studio della Bocconi dimostra che l’apertura domenicale farebbe crescere il Pil dello 0,25% e aumenterebbe l’occupazione».
Giovanni Cobolli Gigli, presidente di Federdistribuzione, prende atto che «il presidente dell’Authority Catricalà aveva ottenuto la liberalizzazione degli orari ma non è chiaro chi sia stato poi l’autore della cancellazione. Del resto anche la sperimentazione degli orari liberi nelle città d’arte e turistiche non sta bene a tutti: la Regione Toscana ha ventilato l’intenzione di impugnare il provvedimento alla Corte costituzionale».
Ma non si tratta solo di liberalizzare degli orari per Bernasconi. «Il nostro è un Paese ingessato - sostiene l’imprenditore -: le sembra normale che ci siano restrizioni persino sulle promozioni? Eppure nonostante queste leggi i nostri negozi sono tra i migliori del mondo, anche per i servizi forniti». Un giudizio che trova l’assenso di Sonato: «I nostri negozi sono migliori anche di quelli americani. Peccato però che vadano anche ammortizzati e con un margine netto medio dello 0,7% sui ricavi non è facile. Figuriamoci se riusciamo ad assorbire lo 0,83% in più di Iva». Nel 2010 il business dell’elettronica di consumo ha realizzato un fatturato di 14,8 miliardi. Tuttavia «nei primi sette mesi dell’anno - interviene Roberto Cuccaroni, dg di Euronics Italia - le vendite di elettronica di consumo sono scivolate di circa l’8 per cento. Questo mercato ha bisogno di una scossa, meglio se si liberasse di norme anacronistiche».
Via Ils0le24ore.

In Italia il tasso di disoccupazione giovanile è al 27,9%, ben superiore alla media ponderata dell’area Ocse (16,7%). Lo riferisce l’organizzazione parigina nel suo Employment Outlook, basato su dati di fine 2010. La quota è in aumento di oltre 9 punti percentuali rispetto all’inizio della crisi, nel 2007, quando la disoccupazione giovanile era il 20,3%.
La gravità dell’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro è dimostrata anche dal dato dell’organizzazione sul precariato: in Italia il 46,7% delle persone tra i 15 e i 24 anni che lavorano ha un impiego temporaneo. La percentuale dei giovani precari in Italia, sempre secondo i dati Ocse, è in costante aumento dall’inizio della crisi: 42,3% nel 2007, 43,3% nel 2008 e 44,4% nel 2009. Il balzo avanti è ancora più rilevante rispetto al dato del 1994, quando la percentuale di under 25 italiani con un impiego temporaneo era del 16,7%.
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Gli imprenditori non credono nella ripresa economica. Di più: la stragrande maggioranza di loro vede per il futuro previsioni più nere rispetto a quelle che si era figurata fino a oggi. A scriverlo è la previsione per l’occupazione nel nostro Paese svolta da Manpower.
Per i tre mesi compresi tra ottobre e dicembre, solo il 5 per cento dei datori di lavoro prevede un incremento delle assunzioni, il 16 per cento ha già previsto una diminuzione e il restante 77 per cento non contempla alcun cambiamento rispetto alla situazione attuale.
Sulla base di questi dati, la previsione netta sull’occupazione si attesta a -11%, il dato peggiore dal secondo trimestre dello scorso anno.

Eni ha annunciato ai sindacati l’apertura della cig per i 400 lavoratori della raffineria di Porto Marghera dal primo novembre prossimo.
Lo riferisce Alberto Morselli, segretario generale della Filctem-Cgil, al termine di un incontro con l’azienda. Nei prossimi giorni, spiega Morselli, «inizierà il confronto con l’azienda, anche a livello nazionale, per ottenere effettive garanzie sulla futura riapertura dell’impianto di Marghera».
«La crisi è proprio vera, senza precedenti, ma allora poche chiacchiere; è proprio questo il momento in cui l’Eni deve decidere gli investimenti da fare, soprattutto tra innovazione e ricerca, se si ha a cuore l’assetto industriale del Paese. E lo deve fare subito, oggi se si vuole evitare il rischio di non vedere più ripartire la raffineria, così come ci siamo trovati di fronte al triste epilogo del ciclo del cloro».
Via Ilsole24ore.