Trascorsa l’euforia della Festa della Donna, le donne italiane tornano a fare i conti con lo scenario poco confortante del mondo del lavoro. Incrociando i risultati di due ricerche, condotte dall’Ocse e da Almalaurea, quanto viene a delinearsi non è nulla di troppo promettente: il nostro è uno dei Paesi con il più basso tasso d’occupazione femminile, mentre risulta ancora evidente la disparità nel trattamento economico tra uomini e donne.
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Quando la flessibilità precipita in precarietà, finisce per risentirne anche la salute dei lavoratori. Se la settimana scorsa abbiamo dato notizia di uno studio in cui si mettevano in luce gli effetti benefici della flessibilità lavorativa sulla condizione psicofisica delle persone, adesso, dall’Inghilterra, giunge l’eco di una ricerca che mette in guardia dai pericoli della precarietà.
Basta con i rigidi contratti di un tempo: la flessibilità sul lavoro, quando è effettiva libertà di organizzare autonomamente il proprio impegno organizzando orari e carichi di lavoro, porta grandi benefici psico-fisici alle persone. La certificazione della bontà dei lavori flessibili arriva da uma ricerca ad hoc condotta dalla Cochrane Library.
Quanta fatica è necessario fare per staccare dal lavoro! Una ricerca made in USA sostiene che ogni settimana, senza alcuna differenza tra giorni feriali e giorni festivi, i dipendenti passano una quota considerevole di tempo a ripensare a parole e azioni del proprio capo.
“Sono tempi di crisi per tutti… e qualche soldo in più in tasca fa sempre comodo!”. È questo, probabilmente, ciò che hanno pensato gli 007 statunitensi della Cia quando hanno iniziato a proporre i propri servigi a compagnie finanziarie, banche e fondi d’investimento. Il doppio lavoro degli agenti segreti, però, ha suscitato qualche perplessità.
Come si lavora in Italia? È questo il quesito cui ha cercato di dare risposta un’indagine della Fondazione Leone Moressa basata sui dati Istat relativi ai primi tre trimestri del 2009. Dall’analisi, è emersa l’evidenza di una crisi che ha colpito il corpo sociale italiano in maniera non uniforme: quanto a lavoro, nello scorso anno, le donne se la sono cavata riportando meno danni rispetto agli uomini, mentre gli stranieri si sono rivelati l’anello più debole della catena.
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Alla fine, il 2009 ha visto gli italiani guadagnare qualche euro in più rispetto all’anno precedente. Lo ha rilevato l’Istat, con un’indagine incentrata sui contratti di lavoro diffusi nel nostro Paese. Secondo i risultati dell’analisi, nel 2009 le retribuzioni contrattuali orarie sono cresciute, seppur in maniera inferiore a quanto avvenuto nel 2008. Nel mese di dicembre scorso, l’indice preposto a misurare le variazioni è cresciuto dello 0,1% rispetto a novembre e del 2,8% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.
Lavora, lavora e lavora, alla fine viene il giorno in cui ci si libera delle tasse e si inizia a guadagnare per se stessi. Il problema è che, come attesta uno studio condotto congiuntamente dal Corriere della Sera e dalla Cgia di Mestre, la fatidica data, nel 2010, si sposterà in avanti di un giorno rispetto al 2009.
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Forse dipende dal substrato culturale italiano, contraddistinto dal ruolo centralissimo ricoperto dalla famiglia all’interno della società, forse da qualche altra ragione, quello che è certo è che, concedendo non molto spazio alle donne, l’economia italiana perde ogni giorno alcune importanti opportunità. Secondo gli ultimi dati di bilancio disponibili, infatti, le aziende che hanno alla guida personale femminile risultano molto più efficienti e produttive.
Alzarsi la mattina presto per raggiungere l’azienda, passare tutta la giornata in ufficio asettico… ma non sarebbe meglio, sfruttando le opportunità offerte dalla rete telematica, stare a casa a lavorare? Le possibilità tecniche ci sono e, in effetti, il telelavoro è in crescita nell’intera Unione Europea.