La chiamano green economy e, negli ultimi tempi, la si pensa come futura panacea per molti dei mali che affliggono il pianeta. Secondo molti, infatti, la “rivoluzione verde” (incardinata sullo sviluppo del fotovoltaico e delle aziende energetiche ecosostenibili) combatterà l’inquinamento, ridurrà il consumo di risorse non rinnovabili, rallenterà i cambiamenti climatici e, come ciliegina sulla torta, risolleverà le sorti delle stanche economie di questi tempi, creando una moltitudine di nuovi posti di lavoro. Eppure c’è qualcuno che ritiene questo scenario eccessivamente ottimistico, mettendo in dubbio la reale capacità della green economy di creare occupazione.
Non tutto è oro quel che è verde
A sgonfiare il futuro della green economy sono due ricercatori italiani, Luciano Lavecchia e Carlo Stagnaro. Lo studio “Are green jobs real jobs? The case of Italy”, firmato dai due per conto dell’Istituto Bruno Leoni, rilancia il dibattito sulle reali prospettive della riconversione ambientale dell’economia, centrando l’obiettivo sullo specifico caso italiano. In sintesi, la conclusione cui giunge la ricerca è che le fonti rinnovabili non sono uno strumento efficiente per la creazione di posti di lavoro.
Corrisponde a ovvietà sostenere che un lavoro ben remunerato è un lavoro che ha più alte probabilità di rendere felici. La realizzazione personale, però, può seguire anche strade alternative a quella del peso della busta paga: qualcuno, guardando alla propria professione, potrebbe ritenere l’impatto sociale del quotidiano faticare più importante dell’aspetto economico. La New Economics Foundation (Nef) ha condotto un’analisi intorno a questo tema, cercando di scoprire quale sia il lavoro che vale di più dal punto di vista dell’utilità sociale.
In tempo di crisi, come trovano lavoro gli italiani? La vecchia e cara raccomandazione è passata di moda o è sempre in auge, nonostante la congiuntura economica non sia delle più felici? Le nuove tecnologie, infine, hanno movimentato e trasformato anche il mercato del lavoro come sembrano avere fatto con il resto dell’esperienza quotidiana? A queste domande dà risposta - o prova a farlo - una ricerca della Camera di Commercio di Monza e Brianza.
Stop per le agenzie interinali
Gli effetti della recessione si sono fatti sentire anche sulle agenzie interinali. Questo settore, che dalla sua nascita nel nostro Paese (erano gli inizi degli anni Novanta) non ha mai smesso di crescere, nell’ultimo anno ha segnato il passo: circa 125 agenzie di lavoro (di cui la metà interinali) hanno cessato l’attività. In termini percentuali, dunque, il settore ha registrato una flessione del 2,7%.
Effetto precariato anche sul divorzio. Con la sentenza 6861, la Cassazione ha stabilito che al figlio, anche se maggiorenne, spetta comunque l’assegno di mantenimento qualora lavori saltuariamente.
In difficoltà, ma non rassegnati. La Camera di commercio di Milano scatta una fotografia agli italiani e li vede così. Raccogliendo i dati sull’intera penisola, l’ente milanese ha evidenziato come nell’ultimo anno siano state aperte moltissime nuove imprese. Molto spesso, i nuovi imprenditori sono risultati essere ex dipendenti o ex studenti alle prese alla ricerca di una via d’uscita dalla difficile situazione lavorativa determinata dalla crisi economica.
510mila nuove imprese
Sono stati 510mila gli italiani che hanno pensato di reagire alla crisi aprendo una nuova attività imprenditoriale. Nello specifico, 315mila di queste imprese sono gestite da ex studenti, disoccupati ed ex impiegati. Il dato, che potrebbe essere interpretabile come il manifestarsi dello spirito d’iniziativa italiano, può essere letto, però, anche in un’ottica meno positiva. Quella di aprire un’azienda, infatti, in alcuni casi è una mossa obbligata dalle difficoltà economiche e cui si è spinti da un’atmosfera di generale insicurezza lavorativa.
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Giovani e in salute? Accadeva un tempo, forse; al giorno d’oggi, sembra che la salute sul posto di lavoro di chi ha tra i 25 e i 34 anni sia più precaria di quella di chi ha passato gli “anta”. Questo, almeno, è quanto emerge dalla ricerca “Paese Italia, la salute nelle organizzazioni di lavoro”, realizzata da Fondazione ISTUD per il ministero del Welfare.
Più ammalati tra i giovani
Partendo da una ridefinizione del concetto di salute non nei termini di “assenza di malattia”, ma piuttosto di “star bene” sul posto di lavoro, la ricerca ha indagato l’importante tema della salute sui luoghi di lavoro. I risultati, per certi versi, non hanno lesinato sorprese: i giovani tra i 25 e i 34 anni, tanto nel settore privato quanto in quello pubblico, si ammalano mediamente il 27% in più dei collaboratori “senior” (45-55 anni).
Lavoratrici al bivio con il primo figlio? Qualche aiuto dovrebbe arrivare con la manovra d’estate, che intende riservare parte del gettito fiscale derivante dalla battaglia al sommerso alle donne lavoratrici in maternità. Le difficoltà comunque non sono poche. A preferire la famiglia alla professione sono la maggior parte delle mamme. Lo sostiene lo studio pubblicato dall’ufficio studi della Bocconi intitolato “Female education and employment, making the most of talents” di Alessandra Casarico e Paola Profeta di Econpubblica (il Centro di ricerche sul settore pubblico della Bocconi).
Sono molte le donne che rinunciano all’impiego con il primo figlio anche se laureate o istruite. La causa? L’elevato costo delle cure dei loro piccoli. Questo uno dei principali motivi che influenzerebbe il basso tasso di occupazione femminile rispetto al resto d’Europa (uno scarso 42% rispetto agli obiettivi del 60% di Lisbona).
Quale soluzione?
La ricetta, secondo gli studiosi della Bocconi, potrebbe risiedere nella spesa pubblica più alta per le famiglie, in particolare per la prima infanzia, e diffusione a tappeto di forme di conciliazione come l’orario ridotto.
Negli ultimi vent’anni sono state più d’una le riforme che hanno modificato il sistema scolastico (e universitario) italiano; guardando i dati contenuti negli ultimi rapporti del Censis, tuttavia, si ricava l’impressione che qualcosa ancora non funzioni: molto spesso, infatti, i laureati italiani svolgono mansioni per cui il loro titolo di studio si rivela inutile.
Solo un pezzo di carta
Stando a quanto attestato dal Censis, nel nostro Paese ben il 36,5% dei laureati specialistici ricopre posizioni lavorative per cui la qualifica data dal titolo di studio non sarebbe richiesta. In poche parole, insomma, buona parte dei laureati italiani è sottoinquadrata.
Dura la vita da italiano! Secondo il rapporto annuale Taxing Wages stilato dall’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), l’Italia è solo ventitreesima tra i Paesi aderenti all’organizzazione per quanto riguarda il livello dei salari medi.
Salari sotto la media
Nel Belpaese, il salario medio netto annuale è pari a 22.027 dollari, considerevolmente inferiore ai 26.359 dollari fatti registrare dalla media Ocse. Una statistica particolarmente scoraggiante, se si considera che nell’ambito dell’Europa a quindici il salario annuale netto medio è risultato pari a 28.454 dollari.
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Rispetto a quanto verificatosi negli anni passati, nel 2010 la sindrome influenzale si è rivelata più ostica da sconfiggere, prolungandosi nel tempo e riflettendosi in costi per imprese e lavoratori più alti di quelli accusati dal sistema economico nel suo complesso durante l’anno passato.
I costi dell’influenza
Secondo le stime della Camera di Commercio di Milano, elaborate sulla base di dati raccolti dall’Istat e dal Ministero della Salute, da ottobre a maggio l’influenza ha comportato per le imprese costi pari a 263 milioni di euro, ben 16 in più rispetto all’anno precedente.