A quanto pare, secondo i dati rilasciati dall’Inps, le cassandre sono state smentite: a luglio, mese in cui si è aperta la penultima finestra per il pensionamento prima dell’entrate in vigore della riforma (l’ultima con il sistema delle quote, quella di ottobre 2010 è riservata a coloro che hanno maturato 40 anni di anzianità entro giugno 2010), gli italiani che hanno lasciato il lavoro sono stati meno del previsto.
Il commento di Mastrapasqua
Considerando i numeri fatti registrare del pensionamento d’anzianità relativi alla finestra dello scorso luglio, il presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, ha commentato: “Nessuna corsa alla pensione, alla vigilia dell’applicazione della nuova normativa approvata con la legge 122/2010: gli italiani mostrano maggiore equilibrio di tanti esperti della materia.
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L’ultimo periodo è stato foriero di rilevanti novità per quanto riguarda le pensioni dei dipendenti pubblici (si veda la parificazione dell’età pensionabile tra uomini e donne). Sulla scia del cambiamento, in occasione dell’annuale relazione sullo stato del settore, il presidente della Covip (Commissione di vigilanza sui fondi pensione) invita gli statali a un’ulteriore scatto in avanti, sottolineando come – anche per loro – sia diventata una necessità, più che una scelta, l’adesione a un fondo pensione complementare.
Per alcuni pensionati, è stato un luglio un po’ più felice. Come nei tre anni precedenti, infatti, chi percepisce la pensione e rientra in determinati requisiti ha potuto contare su una quattordicesima mensilità. La mensilità aggiuntiva è proporzionata ai contributi versati nel corso del tempo e al centro di un confronto tra forze sindacali e governo riguarda alla sua estensione.
Sembra essere giunto al termine il balletto che - da quando la manovra Finanziari ha iniziato a essere discussa - ha interessato cifre che vogliono dire molto di più di quanto facciano solitamente i numeri, quelle riguardanti la soglia di invalidità necessaria per ottenere la pensione. Inizialmente, la propensione al rigore fiscale aveva suggerito al governo di innalzare la soglia limite d’invalidità per concedere le indennità d’accompagnamento dal 74 all’80%; nei giorni, scorsi, invece, la commissione Bilancio del Senato ha approvato un testo in cui tutto torna come era.
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Istat e Inps hanno raccolto, analizzato e diffuso i dati relativi ai trattamenti pensionistici erogati nel corso del 2008. Più al Nord che al Sud, in maggioranza donne (anche se gli uomini si aggiudicano la parte più grossa dei fondi erogati) e molti titolari di più di un assegno: ecco chi sono i pensionati italiani.
Il 2009 è stato un anno duro per l’economia globale, ma, guardando ai conti, le casse dell’Inps hanno tenuto e lasciano dormire sonni tranquilli ai futuri pensionati italiani.
Prova superata
Nonostante la spesa Inps per la previdenza sociale sia cresciuta, superando nel 2009 quota 173 miliardi di euro (cifra che vale l’11,32% del Pil), i conti dell’Istituto nazionale di previdenza sociale hanno fatto segnare un avanzo di 7,9 miliardi di euro. Un risultato considerevole, che ha portato il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, a esprimere grande soddisfazione e ad allontanare la prospettiva di ulteriori riforme del sistema pensionistico: “Abbiamo già compiuto riforme significative”.
Nel 2009 la previdenza complementare in Italia è cresciuta, ma in misura inferiore rispetto a quanto aveva fatto nel corso dell’anno precedente. A rivelarlo sono i numeri raccolti da uno studio del Centre for applied research in finance (Carefin Bocconi), che ha scandagliato nei minimi dettagli il settore delle forme pensionistiche private.
Qualche cifra
Interpellando e intervistando operatori del settore, autorità di vigilanza e il legislatore, i ricercatori hanno appurato che, a tutto dicembre 2009, erano più di 5 milioni gli italiani iscritti a forme pensionistiche complementari. Dietro ai numeri assoluti si nasconde una crescita su base annua delle pensioni complementari pari al 4,7%, un tasso di sviluppo inferiore a quello registrato nel 2008. Guardando ad altri aspetti, si sottolinea come il rendimento medio aggregato delle forme pensionistiche complementari nel 2009 è stato dell’8,5% per i fondi negoziali e dell’11% per i fondi aperti, mentre i piani individuali hanno raggiunto un rendimento del 16,5%.
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Chi sta meglio tra chi ha aderito alla previdenza complementare e chi ha scelto di lasciare il Tfr in azienda? Gli ultimi dati riguardo il rendimento dei fondi pensione negoziali rilanciano il divertissement del confronto tra chi ha imboccato strade diverse. Sia nel lungo sia nel breve periodo, come attesta il Sole 24 Ore, il conto previdenziale di chi ha aderito alla previdenza complementare sarebbe più ricco.
Una buona prestazione
Sul breve, sul medio e, soprattutto, sul lungo periodo i fondi pensione negoziali, al termine del primo trimestre del 2010, hanno dimostrato un buon rendimento, nonché la capacità di resistere ai venti di crisi. Nel breve periodo, infatti, il loro rendimento è stato del +2%, nel medio periodo del +4,6%, mentre nel lungo periodo (l’ultimo quinquiennio) il loro rendimento medio composto è stato del +3,25% (quindi superiore al 2,57% del Tfr, rivalutato aggiungendo l’1,5% allo 0,75% dell’inflazione.
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Il mercato del lavoro rimane ancora in una fase di acuta crisi, toccando livelli record per quanto riguarda la cassa integrazione; per i lavoratori italiani, il via libera concesso dal governo (e ribadito dall’Inps) alla cumulabilità dei contributi di cassa integrazione e dei buoni lavoro assume così l’aspetto di una – seppur non risolutiva – ventata d’aria fresca.
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Guardando i dati resi noti da uno studio condotto dall’Ires per conto dello Spi Cgil (il sindacato dei pensionati di area Cgil), bisogna augurarsi che i nonni italiani godano sempre di buona salute. Monetizzando il tempo che i pensionati del Belpaese dedicano alla cura dei nipoti e ad attività di volontariato, infatti, si arriva a cifre di assoluto rispetto (equivalenti a circa l’1,2% del Pil nazionale).