
L’evasione al lavoro nero da i suoi frutti. Stando a quanto dichiarato dall’Inps, nei primi sei mesi dell’anno, sono stati accertati 345 milioni di euro per contributi non versati nel corso di oltre 30 mila ispezioni che hanno portato alla scoperta di 29 mila lavoratori in nero.
L’attivita’ ispettiva si e’ svolta adottando le nuove modalità, tra cui l’introduzione della Verbalizzazione unica per tutti i soggetti istituzionali che svolgono attività di vigilanza, in luogo dei distinti provvedimenti precedentemente previsti e il sistema di calcolo della sanzioni civili sui contributi evasi per lavoro nero.
”L’azione di vigilanza dell’Inps continua a svolgersi con grande efficacia sul mercato del lavoro”, commenta il presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, ”come mostrano i risultati ottenuti, che rivelano una maggiore efficacia delle ispezioni effettivamente realizzate rispetto alle previsioni, nei confronti delle quali si registra mezzo punto percentuale in piu’ di lavoratori in nero scoperti e il 6,2% in piu’ di contributi recuperati”.

Secondo la Relazione tecnica alla manovra varata dal governo nei giorni scorsi, l’aumento graduale a 65 anni dell’età delle donne per il pensionamento di vecchiaia nel settore privato frutterà un risparmio complessivo in 5 anni, dal 2017 al 2021, di circa 4 miliardi di euro.
L’aumento dell’età partirà dal primo gennaio 2016 e prevede l’allungamento di 1 mese nei requisiti anagrafici necessari per accedere alla pensione per le donne. L’incremento salira’ di 2 mesi nel 2017; di 3 mesi nel 2018 (6 mesi rispetto al 2016); di 4 nel 2019 (di 10 mesi rispetto al 2016); di 5 mesi nel nel 2020 (di 15 mesi se rapportato al 2016) e di 6 mesi (di 21 mesi se rapportata al 2016). Dal 2021 al 2007, a regime, incremento resterà di 6 mesi. Per il 2028 l’aumento si ridurrà a tre mesi. Al termine del processo, la differenza con il vecchio regime porterà ad un aumento dell’età di pensionamento per le donne di 60 mesi, 5 anni.
Dal punto di vista dei risparmi la Relazione del governo stima economie alla voce pensioni pari a 112 milioni di euro nel 2017; 320 nel 2018; 565 nel 2019; 1.180 nel 2020 e 1.185 nel 2021.
Nella conferenza stampa convocata venerdì 5 agosto, Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti hanno snocciolato ai giornalisti i 4 punti della loro ricetta per uscire dalla crisi, tra i quali la riforma dello Statuto del lavoro, affermando che “uno dei pilastri sarà la riforma del lavoro. C’è un testo importante già elaborato, sarà presentato alle parti sociali per essere portato al Senato“. Proprio alla riforma dello Statuto dei lavoratori, e più precisamente al famigerato Statuto dei Lavori ha fatto riferimento Tremonti.
La bozza si compone di due articoli: il primo di conferimento della delega al governo e il secondo che ne esplica le modalità.
Compaiono poi tutti i cavalli di battaglia del ministro: una soglia minima di diritti per tutti e poi il resto: sussidiarietà, enti bilaterali, compatibilità economiche, variabili geografiche e settoriali.
“Il principio fondante lo Stauto dei lavori è assolutamente inaccettabile e cioè quando stabilisce che i diritti debbano discendere dalla tipologia di impiego. E’ un assunto per noi assolutamente non accoglibile“, hanno subito affermato dalla CGIL.
“La cosa devastante in quel progetto, oltre il nulla di cui sono composte le due paginette scarse, è la previsione del tutto ideologica che è la riduzione del 50% della legislazione del lavoro e la derogabilità, tolti i diritti definiti dalle convenzioni internazionali, a qualunque livello. Un fatto che potrebbe scatenare una corsa verso il basso perché ad ogni derogabilità di una azienda corrisponderà una pressione proveniente da un’altra azienda per avere più derogabilità rispetto alla prima“. Insomma, continua la CGIL, “si produrrà un modello dove vince chi deroga di più determinando un inaccettabile assetto sociale che fa a pugni con qualunque ipotesi di autonomia del diritto rispetto alle eleggi della concorrenza“.

Per anticipare d’un anno il pareggio servono tra i 20 e 30 miliardi: presumibilmente 4 miliardi nel 2012 e il resto nel 2013. Ma la riforma del Welfare assistenziale è difficile che riesca, da sola, a raggiungere l’obiettivo. Nel giro d’orizzonte, pertanto, non si esclude nemmeno una nuova stagione di privatizzazioni e l’aumento dell’Iva su beni voluttuari e di lusso. Il tempo, per definire il pacchetto, è comunque strettissimo.
Saranno sicuramente aumentati i controlli sulle pensioni di invalidità. Ma già ora l’Inps ha intensificato le verifiche portandole a 150-200 mila l’anno; ciò ha determinato la revoca del 17% delle pensioni controllate. Certamente si potrà ulteriormente intensificare l’attività di verifica ma è difficile che si possano recuperare alti margini. L’altra leva riguarda l’innalzamento dei criteri per ottenere l’assegno, portando per esempio dal 36 al 42% il grado di invalidità necessario per ottenere il beneficio ma ciò escluderebbe, lo si è visto con la precedente manovra, infermità importanti. Infine, l’intenzione è di inserire un tetto di reddito per l’accompagnamento, argomento come si sa, da maneggiare con cura. Altra possibilità, l’intervento sulle pensioni di reversibilità: o con l’introduzione di un requisito anagrafico minimo o legando il beneficio all’aspettativa di vita.
Nel mirino ci sono le pensioni d’anzianità. A parte l’anno aggiuntivo per le finestre d’uscita, oggi siamo a quota 96 con un minimo di 59 anni, nel 2013 si arriverà a 97 con un minimo di 61 anni. Non si esclude un blocco o, comunque, un innalzamento dei requisiti. C’è poi l’aumento dell’età di vecchiaia per le donne a 65 anni, obiettivo da reggiungere tra il 2020 e il 2032. Infine, potrebbe essere anticipato dal 2013 al 2012 il meccanismo automatico che aggancia l’età per la pensione di vecchiaia all’allungamento della vita media.

L’art. 10 del d.lgs. n. 66/2003 stabilisce che il periodo di ferie annuale retribuite matura tra il primo gennaio e il 31 dicembre e non può essere inferiore a quattro settimane. I contratti collettivi di lavoro possono stabilire condizioni migliorative. Il periodo minimo di ferie annuali di 4 settimane va goduto, fatto salvo quanto previsto dalla contrattazione collettiva o dalle regole specifiche per categorie particolari di lavoratori, per almeno due settimane nell’anno di maturazione. Le restanti due vanno godute nei 18 mesi successivi il termine dell’anno di maturazione.
Poiché le ferie servono a ritrovare le energie spese durante l’anno esse sono collegate ai periodi di lavoro prestato. In pratica ogni mese di lavoro da diritto ad un dodicesimo del totale delle ferie che spettano in un anno. Nel contratto intermittente le ferie maturano in proporzione all’effettiva prestazione lavorativa.
La stessa norma prevede in quattro settimane il periodo di ferie che non può essere sostituito dall‘indennità sostitutiva. Questo significa che i giorni di ferie che superano questo periodo, quando previsti dalla contrattazione collettiva, possono essere monetizzati. In ogni caso alla cessazione del rapporto di lavoro tutte le ferie non godute devono essere retribuite.
Il periodo in cui il lavoratore può utilizzare le ferie viene determinato dal datore di lavoro, tenendo conto delle esigenze dell’impresa e degli interessi del lavoratore. Il potere unilaterale dell’imprenditore di modificarlo rientra nell’ambito dei poteri di organizzazione dell’attività aziendale e la giurisprudenza lo ha sempre riconosciuto, il solo limite che può derivare dai contratti o accordi collettivi.

Per fare il pareggio di bilancio nel 2013 servono dai 25 ai 30 miliardi, una mission impossible sopratutto tenendo conto che il tutto sarà fatto, così come spiegato dal Ministro Tremonti, senza introdurre nuove misure.
Allora come si farà?
Il risparmio sarà ricavato all’interno della spesa assistenziale e del sistema fiscale. Sono le due voci di spesa su cui il Parlamento ha già dato al governo una delega legislativa per varare ampie riforme per riordinare, razionalizzare, evitare sprechi, spostare risorse a vantaggio di qualcuno togliendole ad altri.
Nel mirino ci sono sprechi e privilegi, duplicazioni, prestazioni che vanno a chi non ha bisogno. In proporzione, rispetto al resto d’Europa, l’Italia spende meno per l’assistenza (circa il 7% del Pil), ma in cifra assoluta l’onere è notevole. Parliamo degli assegni familiari, delle pensioni sociali, delle integrazioni delle pensioni al minimo, di quelle di invalidità civile e di reversibilità, degli assegni di accompagnamento, dei servizi per i portatori di handicap. La delega dice che dei principi che sarà adottato è il maggior collegamento tra prestazione e reddito percepito.
L’altro voce dove trovare soldi è il fisco. Ad oggi la manovra prevede che se le deleghe su assistenza e tributi non vadano in porto, verranno tagliate (in modo uguale per tutti, dunque penalizzando i più poveri) le agevolazioni fiscali oggi esistenti, in tutto ben 160 miliardi l’anno. Certamente una parte di queste risorse però dovrà essere impegnata per far quadrare i conti pubblici. Molte le ipotesi, ad esempio la detrazione degli interessi dei mutui per la prima casa sia eliminata per i redditi superiori a una certa soglia.

Stop alla rivalutazione automatica delle pensioni? Trovata, forse, la ricetta definitiva nel provvedimento che oggi ha ottenuto la fiducia alla Camera. Il famigerato freno alle rivalutazioni nel bienni 2013-2014 ha trovato la sua forma, ma è ancora più morbido di quello ipotizzato appena ieri.
Si era partiti con la proposta di bloccare gli aumenti per gli assegni superiori ai 2340 euro lordi (5 volte il trattamento minimo Inps) e garantire un 45% per gli importi superiore a tre volte il trattamento minimo, ieri l’aggiustamento verso l’alto con la rivalutazione fissata al 70%.
Il testo approvato contiene la norma, ma prevede un adeguamento automatico al 90% per gli importi fino ai 2340 euro. Lo stop riguarderà quindi soltanto la parte eccedente i 2340 euro e anche i pensionati “d’oro” beneficeranno di un 70% di rivalutazione fino a 1428 euro. Le pensioni escono così parzialmente dal raggio d’azione della scure governativa, ma subiscono il colpo del “contributo di solidarietà” per gli assegni superiori ai 90 mila e ai 150 mila euro.

Non solo lo stop della rivalutazione automatica per le pensioni, ma anche un “contributo di solidarietà” per quelle che, a tutti gli effetti, possono essere definite “pensioni d’oro“. Si tratta di quei trattamenti previdenziali superiori ai 90 mila euro lordi annui. Ogni euro fra i citati 90 mila e i 150 mila sarà “tassato” al 5% mentre la parte eccedente i 150 mila dovrà rinunciare ad un 10%.
Il testo della manovra correttiva si arricchisce di questo ulteriore taglio in vigore dal 1 agosto 2011, da subito, fino al 31 dicembre 2014. Il “contributo di solidarietà” colpisce una parte realmente marginale dei pensionati italiani, sembra sensato colpire in un momento di difficoltà questo tipo di pensioni, ma rimane il dubbio sul perché lo stesso tipo di operazione non venga fatto sui patrimoni consistenti e sui consumi di lusso.

Lo stop alla rivalutazione delle pensioni per il biennio 2012-2013 ci sarà, ma sarà ammorbidita rispetto alla prima versione della manovra correttiva in corso di approvazione in Parlamento. Il provvedimento che prevedeva il blocco totale delle rivalutazioni per le pensioni è stato mantenuto nonostante le proteste, ma avrà un impatto ridotto per gli importi da tre volte a cinque volte il minimo del trattamento pensionistico Inps (tra i 1428 euro e i 2341 euro lordi).
Come noto sopra i 2341 euro la rivalutazione sarebbe rimasta del tutto ferma, e questo elemento non è cambiato, ma dai 1428 euro in su l’aumento automatico non sarà nella misura del 45% come inizialmente previsto, ma in quella del 70%. Da questa operazione ci si attende un risparmio significativi nell’arco dei prossimi tre anni: 420 milioni nel 2012, 680 milioni nel 2013 e 680 milioni nel 2014, in totale 1780 milioni di euro contro i 2700 ipotizzati qualche giorno fa.

Il Ministro Sacconi non ha gradito lo studio del Censis che ha raccontato come i giovani lavoratori di oggi avranno pensioni molto basse a causa delle basse retribuzioni, e di conseguenza dei bassi contributi, che versano.
Le proiezioni di questo tipo sono molto opinabili perché scontano ipotesi di percorsi lavorativi che nessuno può disegnare in un tempo di cosi’ straordinari cambiamenti. Sono dati che non capisco, neanche la zingara saprebbe disegnare percorsi simili e io diffido da proiezioni di questo genere che sono opinabili anche se questo non significa sottovalutare l’esigenza di pensare al futuro resta la necessità di organizzare forme di previdenza, di assistenza, di sanità complementari con modalità comunitarie.
La contestazione del Ministro è valida solo in astratto. I dati parlano chiaro: mantenendo questo livello delle retribuzioni le pensioni saranno basse, il problema, per Sacconi, è spiegare come andare ad incidere sui “percorsi lavorativi” futuri dei giovani lavoratori di oggi. Tutto questo senza considerare la situazione dei precari e dei tanti lavoratori autonomi. Nel frattempo Sacconi si è anche detto disponibile a modificare la manovra economica riguardo al blocco delle rivalutazioni delle pensioni più alte dopo le proteste di sindacati e associazioni dei consumatori.