Doppia velocità: esiste o no? Gli schieramenti sono chiari: da una parte le associazioni dei consumatori (e i consumatori stessi), dall’altra petrolieri e prestigiose società di ricerca pronta a giurare che i prezzi dei carburanti subiscono identiche variazioni, e con la stessa velocità, sia quando il costo al barile sale sia quando il costo al barile scende. C’è poco da fare, il dibattito è eterno e appare senza conclusione.
Perché la questione è fin troppo chiara: sarà colpa delle accise, dell’Iva, della semplice suggestione, ma quando un qualsiasi automobilista dà un’occhiata alle quotazioni petrolifere in calo il benedetto calo corrispondente del prezzo dei carburanti non lo ritrova mai al distributore. Al contrario ad ogni minima variazione di segno contrario gli aumenti per benzina e diesel sono sempre puntualissimi.
Sbagliano, evidentemente, perché Nomisma Energia è convinta che la teoria della “doppia velocità” non trovi alcuna conferma nelle analisi comparate e nello studio presentato oggi di fronte al presidente dell’Unione Petrolifera, Pasquale De Vita, al presidente dell’Adusbef, Elio Lannutti e quello di Federconsumatori, Rosario Trefiletti, viene ancora una volta ribadita questa tesi. C’è di più: Nomisma sostiene che: “se il petrolio va sotto i 90 dollari è possibile un calo di 20 centesimi nel breve”. Speriamo accada, almeno avremo così una dimostrazione di quanto ci viene ripetuto con straordinaria regolarità.

Soltanto fra il 1982 e il 1983 c’era stato un aumento del prezzo dei carburanti paragonabile a quello visto fra l’aprile 2011 e l’aprile 2012. Un +20,9%, autentica mazzata per i portafogli degli automobilisti, che soltanto nell’ultimo periodo hanno visto qualche leggero segnale positivo sul fronte rincari ed hanno incassato la disponibilità (per ora solo a parole) del governo di che starebbe cercando di rallentare il fenomeno.
D’altra parte non vi sono soste di sorta: ad aprile l’aumento è rimasto nell’ordine del +3,2% su base mensile, non le spinte verso l’alto in doppia cifra viste da novembre ad oggi, ma comunque la conferma che il caro benzina non si è arrestato. I dati diffusi oggi dall’Istat sono in linea con quelli degli ultimi mesi, nessun segnale positivo di rilievo.
L’inflazione resta stabile al 3,3%, ma quasi un punto è determinato esclusivamente dai costi energetici. Tutti i carburanti hanno segnato costi in crescita tendenziale, dal gasolio per trasporti (+20,5%), a quello per il riscaldamento (+10,1%). Il “carrello della spesa” cioè il paniere dei beni acquistati più di frequente ha subito un rincaro del 4,7%, nettamente più alto del tasso di inflazione, ma anche questo è un dato che non cambia rispetto a quanto visto recentemente.
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La benzina continua la sua lenta discesa e ora si ritrova sotto quota 1,9 nella media nazionale (ma da più parti si segnalano speculazioni che tengono alto) e mentre si attendono i frutti dell’impegno del governo sul tema le associazioni dei consumatori lanciano un monito preciso: non bastano i 4-5 prospettati dai collaboratori del ministro Passera, il margine sul quale lavorare è di quasi 10 cent.
La riduzione di 4-5 centesimi al litro prospettata dal Sottosegretario allo Sviluppo Economico risulta ancora del tutto insufficiente ed inadeguata. Come dimostrato da recenti ricerche, infatti, vi è il margine per una diminuzione di oltre 8 centesimi al litro. A tanto ammonta il sovrapprezzo pagato dai consumatori. Un surplus che, se eliminato, farebbe scendere il costo della benzina non di 8 centesimi, ma di ben 9,7 centesimi al litro, dal momento che, con l’Iva al 21%, vi sarebbe un’ulteriore riduzione di 1,7 centesimi.
Secondo Federconsumatori ed Adusbef è il momento di intervenire in maniera drastica per mettere un freno ad una “situazione intollerabile” che ha prodotto grazie alle sue anomalie “un aggravio di spesa” pari a “516 euro annui” per ogni automobilista. D’altra parte l’interrogativo, posto provocatoriamente da Rosario Trefiletti e Elio Lannutti, è più che condivisibile:
Di fronte a questa situazione, continuiamo a chiederci dove fossero il Ministero dello Sviluppo Economico ed il Ministero dell’Economia (maggior azionista dell’Eni) e perché non abbiano controllato e monitorato l’andamento dei costi, intervenendo sul margine di guadagno dei petrolieri.
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L’Istat ha diffuso le stime preliminari sui dati dell’inflazione per il mese di aprile ed ancora una volta arrivano cifre che suonano come una beffa per i consumatori italiani, ed insieme preoccupano parecchio. Ancora una volta il tasso d’inflazione generale dovrebbe rimanere stabile al +3,3%, ma come capita da diversi mesi a questa parte la batosta è “nascosta” nel dato del cosiddetto “carrello della spesa“, l’indice dei prezzi calcolato su un paniere di beni molto più ristretti e decisamente più legati alle abitudini reali e concrete dei consumatori italiani.
Secondo l’Istat siamo arrivati al +4,7%, il dato più alto da settembre 2008 se verranno confermate le stime preliminari. Il cibo, i carburanti, tutti quei prodotti che acquistiamo quotidianamente continuano a vedere prezzi in salita falcidiando il potere d’acquisto delle famiglie italiane. Il Codacons non ha perso tempo andando a calcolare a quanto ammonterà il danno a fine anno per i consumatori:
Tradotto in termini di costo della vita, significa che una famiglia di tre persone spenderà, per fare la spesa di tutti i giorni, 635 euro in più su base annua, mentre per una famiglia di quattro persone la stangata sarà di 686 euro all’anno. E’ evidente che aumentare ad ottobre l’Iva significherebbe una ulteriore spinta sui prezzi già alle stelle l’effetto sull’inflazione sarebbe variabile tra l’1,32% e l’1,74%, a seconda che scattino anche gli arrotondamenti e le speculazioni.
Già, il benedetto aumento dell’Iva, quello che rischia di portarci ancora più lontani dall’Europa. Proprio oggi Eurostat ha annunciato il lieve calo dell’inflazione nell’Eurozona: +2,6% di aprile dal +2,7% di marzo.
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Carburanti, gas ed energia elettrica continuano gli aumenti selvaggi. Il “Caro energia” fotografato dalle ultime rilevazioni dell’Istat assume contorni sempre più preoccupanti con aumenti in doppia cifra se si guarda ai prezzi di 12 mesi fa. A guidare la graduatoria degli aumenti c’è chiaramente la benzina che con il +3,1% di aprile aumenta su base annua del 20,8% contro il +18,6% fatto registrare a marzo.
Sono numeri che preoccupano e assolutamente inediti. Come spiega l’Istat dall’inizio delle rilevazioni della serie storica, il lontano 1996, non ci si era mai trovati di fronte a numeri elevati. Comincia ad assumere i contorni di un’autentica emergenza, in una totale assenza di iniziative governative tese a calmierare il prezzo del bene (volenti o nolenti) che ha un ruolo determinante nella formazione dei prezzi anche di moltissimi altri beni, alimentari inclusi. Fra l’altro l’Istat ha certificato anche un significativo aumento di una delle alternative, una volta molto economiche, alla benzina. Il prezzo del Gpl è cresciuto ad aprile del 4,4% con aumento su base annua del 12,5%, un inseguimento ai carburanti tradizionali. Anche il gasolio per riscaldamento aumenta dello 0,3% sul mese precedente e del 10,1% su quello corrispondente del 2011 (era +11,7% a marzo).
Possiamo rinunciare alla mobilità, ma fino a che punto possiamo rinunciare all’energia elettrica in casa? Dovremmo iniziare a valutare seriamente alternative di risparmio energetico perché ad aprile l’aumento è stato del 3,6% con una crescita su base annua del 10,9%. Stessa antifona per il gas metano con un +1,5% ed un +15,1% guardando a 12 mesi fa.
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L’Istat ha diffuso i dati sulla fiducia dei consumatori italiani per il mese di aprile e i risultati sono drammatici. Gli indici hanno subito un autentico crollo, chiaro sintomo di una sfiducia sempre più diffusa che assume i contorni di vera psicosi “da crisi” per la sua capacità di far diminuire in maniera tanto accentuata indici che di solito si muovono con lentezza. Nel dettaglio l’Istat ha certificato un calo da 96,3 a 89 punti che risulta diffuso su tutte le componenti (in particolare il clima economico generale che arretra da 85,4 a 72,1 punti).
Il meno negativo è l’indicatore del clima economico personale, conferma del fatto che c’è una componente psicologica molto forte e che stiamo iniziando a risentire della situazione generale finendo per risultarne influenzati anche quando non siamo direttamente colpiti dalla crisi, che passa da 100,1 a 94,3. Si tratta in ogni caso dei minimi dal 1996.
Il rischio di una spirale recessiva è favorito proprio da questo tipo di situazioni tant’è che gli italiani fanno previsioni molto fosche per il futuro con l’indicatore che passa da 86,3 a 76,6. Il commento dei responsabili di Federconsumatori e Adusbef è laconico:
Non ci sorprendono affatto i dati sulla fiducia dei consumatori: come potrebbe essere diversamente vista la difficile situazione che si trovano ad affrontare le famiglie? Dai beni di largo consumo alla micidiale stangata sui carburanti, dall’Imu, all’aumento delle addizionali regionali e comunali, per non parlare dell’ulteriore aumento dell’Iva da settembre, la stangata complessiva sarà di oltre 2.467 euro annui a famiglia
E la vostra situazione qual è? Siete stati già personalmente toccati dalla crisi? Avete timore per il futuro?
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L’inflazione al 3,3% e una crescita ancora più marcata del cosiddetto “carrello della spesa” (i prodotti acquistati con maggiore frequenza ed in maggiori quantità) del 4,6% saranno un’autentica mazzata per le famiglie italiane. Fino a quando questi aumenti percentuali restano nella forma nella quale l’Istat lo comunica possono risultare fin troppo asettici, ma la Federconsumatori ha pensato bene di fare due conti cercando di riportare alla realtà le cifre.
Le stime dell’associazione dei consumatori non sono per nulla prudenti. A fronte di questa crescita dell’indice dei prezzi al consumo ogni famiglia rischia di dover sborsare nel 2012 1.334 euro in più rispetto allo scorso anno in un computo nel quale va aggiunta anche la crescita dell’Iva, l’arrivo dell’Imu e l’aumento di addizionali comunali e regionali:
Con l’inflazione a questo livello gli aggravi per le famiglie saranno di oltre 1.334 euro annui, di cui oltre 221 solo nel settore alimentare (stando agli aumenti denunciati dall’Istat). Se a ciò aggiungiamo anche l’aumento della tassazione (Imu, Iva, addizionali regionali e comunali, ecc.), che ammonta a +1.133 euro annui, la stangata per le famiglie raggiunge quota 2.467 euro annui.
Il salasso è assicurato, per questo la Federconsumatori chiede al governo una maggiore attenzione alla tutela del potere d’acquisto delle famiglie. L’invito è chiaramente polemico viste le recenti notizie che confermano l’aumento dell’Iva da ottobre al 23% e le nuove accise sui carburanti legate al riordino della Protezione Civile. In questo contesto si teme giustamente che la recessione già in atto nel paese rischi seriamente di aggravarsi.
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Le stime preliminari diffuse dall’Istat sull’andamento dell’inflazione nel mese di marzo confermano la tendenza di febbraio. L’indice dei prezzi è ancora assestato su un +3,3% su base annua con un aumento dello 0,5% negli ultimi 30 giorni che va però ad allargare la distanza con l’aumento delle retribuzioni che rimangono ancorate al +1,4%: la distanza è dell’1,9%, quella più elevata dall’agosto 1995 esattamente come era successo nel dicembre scorso.
A preoccupare, come già avvenuto a febbraio, è il cosiddetto “carrello della spesa”, i prezzi di quei prodotti che vengono acquistati con maggiore frequenza è che nell’ultimo mese sono cresciuti del 4,6% (a febbraio era il 4,5%), un nuovo record dunque che pareggia quello visto nel 2008 e risulta in controtendenza rispetto all’inflazione sempre stabile. Se confrontiamo questo dato con l’aumento delle retribuzioni si arriva ad un divario record superiore ai 3 punti percentuali.
Sulla base di questi numeri il Codacons lancia l’allarme per le famiglie italiane:
Tradotto in termini di costo della vita significa che una famiglia di 3 persone spenderà, per andare al mercato a fare la spesa di tutti i giorni, 620 euro in più su base annua, mentre per una famiglia di 4 persone la stangata sarà di 671 euro all’anno. E’ evidente che questi soldi non sono attualmente in possesso delle famiglie italiane, specie considerando che vanno ad aggiungersi a tutte le nuove tasse e balzelli che le manovre del 2011 hanno introdotto. La recessione che ci attende nel 2012, quindi, non nasce più, come accaduto nel 2008, dall’economia internazionale ma dipende, oltre che dall’effetto recessivo della inevitabile riduzione della spesa pubblica, dal crollo dei consumi, fenomeno tutto italiano che si può e si deve contrastare.
Inevitabile il riferimento al famigerato e temutissimo aumento dell’Iva previsto per ottobre:
Sarebbe criminale aumentare l’Iva ad ottobre. Il Codacons chiede, quindi, a Monti di lavorare sulle detrazioni fiscali che oggi vengono concesse tanto ai ricchi quanto ai poveri, permettendo di eludere il fisco solo a chi dichiara un reddito complessivo famigliare inferiore a 75.000 euro.

Brutte, bruttissime notizie per i consumatori italiani. L’Autorità per l’Energia ha dato il via libera ad un doppio aumento che entrerà in vigore il prossimo 1° Aprile. Non si tratta di un pesce d’Aprile però: sarà l’ennesima stangata da assorbire per quanti non hanno ancora scelto un contratto con tariffe bloccate negli ultimi due anni e godono ancora del tariffario stabilito dall’Authority.
L’energia elettrica costerà il 5,8% in più, il gas salirà dell’1,8%, un aggiornamento dei prezzi che risulterà davvero pesante con un aggravio medio per ogni famiglia italiana che si aggirerà sui 50 euro annui. Quello che spaventa di più è il fatto che per quanto riguarda l’energia elettrica l’aumento non include l’aggiornamento per gli incentivi diretti alle fonti rinnovabili e assimilate che potrebbero pesare per un ulteriore 4% a partire dal 1° Maggio. Insomma, si rischia un +10% in meno di 45 giorni.
Il rinvio sul tema delle rinnovabili si è reso necessario proprio per consentire al legislatore di valutare nella fase di scrittura della prossima legge che regolerà il settore: “L’Autorità per l’energia ribadisce che gli aumenti per l’energia elettrica e in vigore dal prossimo 1 aprile sono del 5,8%. Infatti, come ampiamente chiarito in una conferenza stampa questo pomeriggio, l’ulteriore aggiornamento del 4% è ancora a livello di stima e, ad oggi, non è stato approvato dall’Autorità”.
Il motivo di questa ulteriore stangata? Naturalmente il prezzo del petrolio in crescita dell’8,5% (+37,5% rispetto a fine 2010) e il contemporaneo indebolimento dell’Euro sui mercati valutari, ma anche “interventi urgenti per la sicurezza del sistema elettrico in presenza di una crescita esponenziale della generazione da fonti non programmabili e intermittenti, in particolare il fotovoltaico” che pesa sull’aumento per il 40% circa di quel 5,8%.
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La quota 1,9 euro al litro è stata definitivamente superata. L’ultima ondata di aumenti dei prezzi dei carburanti ha portato il prezzo di un litro di verde a soli 10 cent dai 2 euro. Secondo quando riportato dalla Staffetta Quotidiana i distributori a marchio Ip hanno rincarato il prezzo di 0,9 centesimi portando il livello a 1,905 euro al litro. A ruota sono arrivati anche i rincari di Esso (+0,6 centesimi a 1,894 euro al litro) e Shell (+1 centesimo a 1,9 euro).
Il diesel è stato risparmiato, per il momento, ma è comunque arrivato il rincaro della Shell, gestore che di solito anticipa la tendenza con qualche giorno di anticipo rispetto ai concorrenti, che ha portato il suo diesel a 1,795 euro per litro (+0,5 cent). Stamani Quotidiano Energia ha diffuso il suo comunicato giornaliero sottolineando alcuni aspetti contraddittori dell’andamento dei prezzi:
A fronte di quotazioni internazionali in discesa e margini lordi sul diesel da diversi giorni su livelli decisamente “confortevoli”, i prezzi raccomandati mostrano segnali contrastanti sulla rete carburanti nazionale: IP sale infatti di 0,9 cent euro/litro mentre TotalErg scende di 0,5 sul diesel. Ritocchi al rialzo sulla verde anche per Esso. Prezzi praticati sul territorio ancora in salita sulla benzina sempre a seguito degli ultimi aumenti mentre il diesel resta sostanzialmente invariato. No logo in discesa su entrambi i prodotti, ampliando così il gap con le petrolifere. Punte ferme al top sulla benzina (1,998 euro/litro), in diminuzione sul diesel (1,823) e in salita sul gpl (0,910). Medie nazionali rispettivamente a 1,889, 1,783 e 0,884 euro/litro.
Insomma, ci sarebbe molto da approfondire sul tema dei prezzi dei carburanti, ma sul tema il governo è ancora latitante (tranne quando si tratta di alzare le accise per fare casse).
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