
I prezzi della benzina sono alle stelle, ma lo è soprattutto quello del diesel considerando l’andamento storico. Ormai non è più un’espressione retorica dire che i due carburanti “costano uguale”. Questo elemento induce a considerare sempre di più l’alternativa del GPL e del metano. I due carburanti “alternativi” sono sempre più diffusi e offrono diversi vantaggi. Il primo è di carattere “ambientale”, le auto a gas non sono sottoposte alle restrizioni del traffico e possono circolare in ogni caso, il secondo è (come ovvio) di carattere economico.
Non bisogna ascoltare quanti parlano di “risparmio del 50%-60%” rispetto alla “verde”, almeno quando si tratta del GPL: un buon 40% è un dato più credibile e veritiero. Se è vero che il GPL costa ormai un euro in meno al litro rispetto alla benzina ha comunque un rendimento inferiore del 15-20%. Le auto diesel poi hanno consumi, soprattutto quelle più moderne, molto più bassi delle auto a benzina/gas, ma l’aumento dei prezzi recente permette di calcolare un risparmio del 30% usando il gas rispetto alla vecchia nafta.
In questi tempi di crisi si tratta di cifre importanti, soprattutto sul lungo periodo. La prova che gli italiani cominciano a pensarla nello stesso modo sono i dati forniti da Euromobility sulla diffusione delle automobili a GPL e a Metano nelle principali città e province italiane. I numeri sono quelli del 2010, ma nel confronto con il 2009 fanno evidenziare un +19,7% di auto a GPL circolanti e un +7,8% per quelle a metano. La media nelle 50 città monitorate è passata dal 6,06% del 2009 al 7,04% del 2010, ma nelle province di Ravenna, Ferrara e Bologna le auto a gas raggiungono il 18% del totale degli autoveicoli circolanti, una diffusione che comincia a divenire sempre più rilevante.
Foto | © TM News

La prima giornata dei saldi “ufficiali” nelle principali città italiane (qui potete trovare il calendario) è stato un flop secondo le rilevazioni, in questo caso davvero in “tempo reale” del Codacons, l’associazione dei consumatori presieduta da Carlo Rienzi. Il calo delle vendite rispetto al primo giorno di saldi invernali dello scorso anno è quantificabile in un 20%.
Dalle ore 10 alle ore 12:30, il primo giorno di saldi ha fatto segnare non solo un calo degli acquisti, ma anche una sensibile diminuzione del numero di cittadini nelle vie dello shopping rispetto alla prima giornata di sconti del 2011. Mediamente l’afflusso di consumatori e’ stato inferiore del 35%. Bene solo gli outlet e alcuni grandi centri commerciali. Il trend negativo appare in linea con le nostre previsioni. Far partire i saldi così a ridosso delle festività, è una scelta che i cittadini non sembrano premiare, dal momento che i portafogli sono stati già svuotati dalle spese di Natale e Capodanno. Nel corso del weekend i dati su vendite e afflusso potrebbero migliorare leggermente, ma restano nere le previsioni sul lungo termine.
Al di là del valore “scientifico” di queste rilevazioni, decisamente troppo tempestive per essere precise, la questione dei saldi viene affrontata dal Codacons da un punto di vista condivisibile. La partenza dei saldi ravvicinata alle festività natalizie ha l’effetto di anticipare, di fatto, gli sconti praticati dai negozianti al 27 dicembre per evitare di vivere giorni di attesa con vendite troppo basse. I consumatori con una scadenza così vicina ad un periodo di forti acquisti non hanno la pazienza di attendere, diverso sarebbe se il calendario dei saldi avesse il suo avvio ad inizio febbraio.

Gli italiani non sono piu’ le formiche d’Europa. La crisi morde risparmi e potere d’acquisto mentre aumentano le spese non comprimibili. Dagli ultimi dati dell’Istat emerge la conferma di un trend in atto da 15 anni.
Nel secondo trimestre dell’anno il tasso di risparmio delle famiglie italiane è sceso al minimo storico dell’11,3% con una contrazione dello 0,4% sui tre mesi precedenti e dell’1,2% rispetto a un anno fa. In pratica in appena 12 mesi gli italiani. Un tasso di risparmio dell’11,3% è esattamente la meta’ rispetto al 22,66% del 1996, che collocava gli italiani al primo posto in Europa, 4 punti in piu’ dei francesi, 6 in piu’ dei tedeschi e e oltre il doppio la propensione al risparmio degli inglesi.
Nel 2002 risparmiavamo il 16,82% del reddito, superati dal Belgio ma ancora ben al di sopra della media dei paesi euro pari al 10,86%. Nel 2009, ultimo anno elaborato da Eurostat, la propensione al risparmio degli italiani e’ scesa al 13,98% mentre quella dei paesi euro e’ salita al 13,32%. Nell’area euro su 15 paesi sono 8 a mostrare un tasso di risparmio superiore agli italiani. E anche considerando l’Europa a 27, l’Italia presenta valori sotto la media che e’ al 13,21%. La flessione del tasso di risparmio è conseguenza della contrazione del potere d’acquisto. Sempre nel secondo trimestre dell’anno in corso il potere di acquisto delle famiglie italiane e’ diminuito dello 0,3% rispetto al secondo trimestre del 2010 e dello 0,2% rispetto al trimestre precedente.
Il reddito disponibile e’ infatti aumentato del 2,3% rispetto al 2010 a fronte di una spesa per consumi aumentata del 3,7% (+0,9% rispetto al trimestre precedente). Anche sul potere d’acquisto gli italiani da tempo perdono terreno. Tra i paesi euro la media del potere d’acquisto e’ 108, per l’Italia e’ 100, inferiore anche agli spagnoli, ben al di sotto del 128 dei tedeschi e lontanissimo dal 283 dei residenti in Lussemburgo.
Via Istat.

Qualche giorno fa la sentenza la Corte di Cassazione ha denunciato l’esistenza di un cartello tra compagnie assicurative sanzionato dall’Antitrust nel 2000 ha prodotto un aumento illecito dei premi a danno dei consumatori che, perciò, vanno risarciti.
“Si tratta di una sentenza molto importante non tanto dal punto di visto dei contenti ma in quanto riconosce una grossa valenza processuale al provvedimento dell’Antitrust, in particolare, e a tutti i provvedimenti delle Autorità di garanzia“, ha commentato Pietro Giordano, segretario generale Adiconsum.
La sentenza della Cassazione stabilisce che in presenza di un provvedimento di un’Authority che riconosce un illecito anticoncorrenziale si riconosce perciò stesso un danno ai consumatori. Le Aziende sono chiamate, per contro, a dimostrare che non c’è un nesso di causa effetto tra la condotta anticoncorrenziale e il danno ai consumatori.
La sentenza in questione scaturisce da un provvedimento Antitrust con il quale l’Agcm sanzionò un cartello orizzontale tra le imprese assicuratrici tra gli anni 1994-2000: in quegli anni, le aziende avevano dato vita ad uno scambio di informazioni , tra cui dati sensibili riferiti ai clienti, a seguito del quale ci fu un aumento dei premi.
Via Helpconsumatori.

Nei momenti di crisi economica la necessità aguzza l’ingegno e spuntano fuori tante idee creative e, soprattutto, low-cost: nell’era dei social network non poteva mancarne uno sui matrimoni.
Si chiama “Sposi con lo sponsor” ed è il primo social network dedicato agli sposi e alle aziende che vedono nel matrimonio un’insolita vetrina di promozione: è online sul sito Vivalowcost ed offre alle coppie la possibilità di trovare uno sponsor che contribuisca in parte alle spese del proprio matrimonio, in cambio di un po’ di pubblicità durante il giorno dell’evento.
La coppia apre un profilo sul social network e inizia a postare commenti, pubblicare foto, aprire un blog e raccontare la propria storia. C’è anche la possibilità di integrare il proprio profilo di facebook. Intanto, anche le aziende hanno la possibilità di aprire una propria pagina e si realizza così una vera e propria piazza virtuale in cui la domanda incontra l’offerta.
A volte si trova pronta risposta da parte di aziende di servizi che “sponsorizzano” il matrimonio offrendo un servizio ad un costo molto più basso o addirittura gratis come ad esempio le fotografie e riprese video, fino ai più costosi abiti da sposa e sala ricevimenti. E le coppie di sposi possono confrontarsi, scambiarsi pareri e a volte anche qualche buon consiglio per vincere la diffidenza iniziale propria e dei parenti scettici.
Via Helpconsumatori.

La pausa pranzo fuori casa costa cara. In un solo anno, dal 2010 a oggi, i prezzi praticati in bar e punti di ristoro self service sono aumentati in media di oltre il 3%. Un pasto tipo composto da acqua, un piatto di pasta, un dessert e un caffè costava 5,53 euro nel 2001; è arrivato a 11,95 euro l’anno scorso; quest’anno già costa oltre 12 euro (12,31 euro) con un aumento percentuale pari al 123% in dieci anni. Alla fine, un pasto tipo in un bar o in un self service può arrivare a costare oltre 270 euro al mese.
Sono i rincari denunciati da Adusbef e Federconsumatori: “Alla luce di questi rincari, in tempo di crisi sono sempre di più i consumatori che rinunciano alla ‘pausa pranzo’ nei punti self service/bar e preferiscono portarsi il pranzo da casa, oppure acquistarlo direttamente nei negozi o nei supermercati“.
Le due associazioni propongono un’analisi dei rincari per singole voci, spalmate nell’arco degli ultimi dieci anni. Una tazzina di caffè, ad esempio, partiva da 62 centesimi nel 2001, dopo l’introduzione dell’euro, ed è arrivata quest’anno a una media di 96 centesimi, con un aumento dell’1% rispetto al 2010 e del 55% in dieci anni. Dal 2001 al 2011, una bottiglia da mezzo litro d’acqua è aumentata dal 217%, passando da 52 centesimi a 1,65 euro, con un aumento del 3% solo rispetto allo scorso anno. La pizza margherita della pausa pranzo costava 3,36 euro nel 2001, ora arriva a 8,70 euro, nel 2010 stava a 8,50 euro: più 2% sull’anno, più 159% in dieci anni.
Un piatto di pasta è rincarato del 150% in dieci anni: costava 2,32 euro nel 2001; è arrivato a 5,60 euro nel 2010; quest’anno già si attesta su una media di 5,80 euro, con un aumento percentuale annuale del 4%. Per un dessert al piatto, nel 2001 servivano 2,07 euro; nel 2010 il prezzo si attestava su 3,80 euro; quest’anno è stato ulteriormente ritoccato a 3,90 euro, con un aumento del 3% e dell’88% nell’arco di dieci anni. Un panino è aumentato, dal 2001, del 94%, passando da circa 1,55 euro ai 3 euro rotondi di quest’anno. E una pizzetta rossa è passata da 77 centesimi del 2001 ai 2,30 euro di quest’anno: in dieci anni, il prezzo è salito del 199%.
Via Vocearancio.

A luglio le vendite al dettaglio sono diminuite dello 0,1% rispetto a giugno e del 2,4% rispetto a luglio 2010.
Lo rileva l’Istat, spiegando che si tratta del dato tendenziale peggiore da gennaio 2010. Tra maggio e luglio si è registrato un calo dello 0,4% rispetto ai tre mesi precedenti mentre nei primi sette mesi dell’anno si segnala una riduzione dello 0,7% rispetto allo stesso periodo del 2010.
Le vendite dei prodotti alimentari a luglio sono diminuite dello 0,3% rispetto a giugno 2011, mentre sono diminuite del 2% rispetto a luglio 2010 (-0,2% nei primi sette mesi dell’anno). Le vendite dei prodotti no alimentari sono diminuite dello 0,1% rispetto a giugno e del 2,6% rispetto a luglio 2010. Le vendite della grande distribuzione a luglio sono diminuite nel complesso del 2,5% rispetto a luglio 2010 e dello 0,6% nei primi sette mesi dell’anno mentre le imprese operanti su piccole superfici hanno perso il 2,4% tendenziale e lo 0,9% nei primi sette mesi dell’anno. All’interno della grande distribuzione a prevalenza alimentare tengono le vendite dei discount su base tendenziale (-0,9% a luglio rispetto a luglio 2010) mentre gli ipermercati perdono il 3,9% e i supermercati l’1,7%. I discount nei primi sette mesi dell’anno registrano un lieve avanzamento +0,9% a fronte di un calo delle vendite per gli ipermercati del 2,7%.
Continua a leggere: Istat, a luglio vendite in calo. Peggiore dato dal gennaio 2010
Il modo più comodo per sapere dove andare a fare la spesa è consultare prima uno sito comparatore di prezzi. Nel giro di pochi anni ne sono nati diversi in Italia, tra i primi Risparmiosuper.
Come funziona: si seleziona la città, l’indirizzo e i prodotti che compongono la propria spesa e la ricerca indica il supermercato più conveniente. È possibile anche fare una ricerca sul singolo prodotto. Klikkapromo invece permette di confrontare oltre 100mila prodotti in 310 supermercati della Lombardia.
Smsconsumatori è un servizio gratuito che informa sui prezzi dei principali prodotti agro-alimentari. Basta inviare un sms al 47947 con il nome del prodotto a cui si è interessati e si riceve un messaggio con il prezzo medio nazionale all’origine e all’ingrosso, e il prezzo medio di vendita macro regionale. Ad esempio, inviando la parola “uovo” si riceve l’sms: 19/09 Uova (confezione 6 pezzi): Origine 0,65 - Ingrosso 0,95 - Vendita: nord 1,40 centro 1,20 sud 1,10. Cinque il numero massimo di richieste al giorno, trenta al mese. Il progetto è promosso dal ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali.
Ci sono vari modi per fare un pieno alla propria auto spendendo meno, uno di questi è utilizzare i siti che comparano i prezzi nei vari distributori: Prezzibenzina (copre tutto il territorio nazionale, con particolare attenzione per le grandi città), Pienorisparmio (grazie a Google Maps permette di visualizzare con chiarezza la meta).
Via Vocearancio.

Sabato 17 settembre è scattato l’aumento dell’IVA. In concreto questo significa che ogni famiglia italiana spenderà circa 92 euro in più all’anno.
Le preoccupazioni maggiori da parte delle associazioni dei consumatori riguardano gli aumenti sulla spesa, l’abbigliamento, la benzina e gli elettrodomestici. Secondo il Codacons il 35% degli esercizi commerciali ha già adeguato i prezzi. I rincari sono stati applicati soprattutto nei piccoli negozi, sui generi di piccolo importo, come i prodotti per la pulizia delle casa e l’igiene personale, e nelle grandi città, in particolare Milano, Venezia e Napoli.
Per venire incontro ai consumatori, la grande distribuzione ha deciso di prendersi carico dell’aumento: Esselunga non cambierà i propri prezzi, Crai e Coop hanno deciso di bloccare tutti i prezzi dei loro prodotti a marchio fino a fine anno e Carrefour sta pensando di fare lo stesso. Anche nel settore dell’abbigliamento molte aziende hanno deciso di assorbire l’aumento dell’Iva per non gravare sui clienti: listini invariati per Zara , Benetton e Stefanel.
La prima cosa a cui prestare attenzione sono gli arrotondamenti e il trucco del prezzo netto. Ad esempio, se un bene costa 16 euro, con l’aumento dell’Iva il nuovo prezzo deve essere 16,13 euro, perché il prezzo IVA esclusa che dà come netto 16 è 13,3 ed è su quello che va applicata la nuova aliquota. Adiconsum invita i consumatori a segnalare sul suo sito o presso le sedi regionali eventuali aumenti di beni e servizi superiori all’1%.
Via Vocearancio.
Fa male alla salute e danneggia il portafoglio: un pacchetto di sigarette al giorno costa 1.500 euro l’anno. E con la manovra i prezzi saliranno 11, 8 milioni di fumatori.
Nel 2010, in Italia, sono stati venduti 87 milioni di chili di sigarette. Un chilo corrisponde a cinquanta pacchetti da venti. In media, un fumatore consuma 13,6 sigarette al giorno.
Il 41,4% degli ex fumatori dice di aver smesso di fumare per motivi di salute, il 35,9% perché fa male, il 5,9% per la nascita di un figlio e il 3,4% per risparmiare. Dalle accise sulle sigarette (58,5% sul prezzo di vendita) lo Stato ricava 10,48 miliardi di euro, di cui 7,5 spesi poi in costi sanitari.
Continua a leggere: Senza sigarette i soldi non vanno in fumo