
In tempi di esplosione dei prezzi della benzina il GPL è divenuto un’alternativa sempre più credibile. I distributori in Italia sono più di 3000 e in continua espansione, le prestazioni sono comparabili così come i consumi e il costo del carburante è decisamente inferiore. Non a caso stanno letteralmente esplodendo gli spot per automobili dotati di motori a doppia alimentazione benzina + GPL. Con il mercato dell’auto in crisi rimbalzano sui nostri teleschermi slogan che insistono su un concetto: “Solo 26 euro per un pieno“, ma è davvero così?
In realtà gli spot rischiano seriamente di ingannare i consumatori. Il conto è presto fatto: senza citare nessuna marca in particolare vi basti sapere che un serbatoio GPL di un’auto con doppia alimentazione arriva fino a 37-38 litri. Il prezzo “26 euro” è dunque semplicemente fasullo da quando anche il prezzo di questo carburante è cresciuto (in maniera che puzza molto di speculazione) continuando a mantenere inalterata la distanza dal prezzo della benzina tradizionale (circa un euro in meno per litro).
Guarda caso gli spot riportano un prezzo medio di 0,725 al litro, ma ormai alla pompa si sfiorano gli 0.950 cent che portano un pieno a costare anche 34-35 euro. Altro elemento da non dimenticare: il “pieno di GPL” non corrisponde alla comune percezione del “pieno di benzina”. Il serbatoio aggiuntivo non sarà mai corrispondente a quei 48-50 litri di capacità che tradizionalmente nelle auto del segmento interessato sono montati per contenere benzina. Non aspettatevi quindi di percorrere più di 350-400 km con un pieno di GPL. Insomma, per quanto convenga economicamente le case automobilistiche stanno cercando di renderlo più accattivante con informazioni errate o parziali, state in occhio.
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Il Fondo Monetario Internazionale ha presentato il suo Global financial stability report. Al suo interno una serie di dati interessanti che raccontano anche la realtà delle famiglie, anche se dal punto di vista “finanziario”, un punto di vista del quale molte famiglie italiane non se ne fanno poi molto con la difficoltà a far quadrare i bilanci visti i continui aumenti di imposte, beni e servizi. Ad ogni modo proprio seguendo il criterio della ricchezza finanziaria quelle italiane, secondo l’FMI, si piazzano al quinto posto al mondo dopo quelle di Stati Uniti, Giappone, Regno Unito e Canada.
Il calcolo è stato effettuato sommando fondi pensioni, titoli di stato e azionari e nel 2010 risultava pari al 234% del Pil nominale, davanti a Francia, con il 197% del Pil e Australia, con il 190%. Nello stesso report l’FMI ha anche parlato del capitolo “debito privato”, quello che è esploso dopo la crisi dei mutui subprime anche se sarebbe più corretto dire che “è venuto a galla” perché era lì a covare sotto l’apparenza di una ricchezza fittizia:
Il rapporto tra debito e reddito delle famiglie ha toccato i massimi storici sia nelle economie avanzate e sia in alcuni mercato emergenti. In particolare la pericolosità del debito accumulato è rimasta nascosta grazie al boom dei prezzi delle attività possedute dalle famiglie, soprattutto in paesi quali Islanda, Irlanda, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti. Ma quando i prezzi della case hanno cominciato a scendere, molte famiglie hanno visto ridursi la loro ricchezza rispetto al debito accumulato e, con la caduta del reddito, è diventato più difficile pagare le rate dei mutui. I fallimenti delle famiglie, i pignoramenti e le svendite di immobili sono diventati endemici in numerose economie.
Insomma, il debito era occultato dal presunto valore degli immobili, in particolare, calando quest’ultimo per via della crisi le rate da pagare sono diventate insostenibili per le famiglie. Stesso discorso potrebbe valere, in una prospettiva pessimista, per la presunta “ricchezza finanziaria” che nel 2010 poneva gli italiani al quinto posto nel mondo.
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I risultati dell’indagine Istat su “reddito e risparmio delle famiglie e profitti delle società” per l’anno 2011 conferma tutte le difficoltà determinate dalla crisi economica. Imprese o famiglie non importa, è chiara ed evidente la diminuzione della ricchezza nel nostro paese.
Per quanto riguarda le famiglie l’istituto rileva che “nel 2011 la propensione al risparmio delle famiglie si è attestata al 12%, il valore più basso dal 1995, con una diminuzione di 0,7 punti percentuali rispetto all’anno precedente. Nel quarto trimestre essa è stata pari al 12,1%, in aumento di 0,3 punti percentuali rispetto al trimestre precedente, ma più bassa di 0,8 punti percentuali rispetto al quarto trimestre del 2010″.
Con il potere d’acquisto che scende dello 0,5% su base annua, ma dell’1,9% se ci si concentra sull’ultimo trimestre, gli italiani hanno sempre meno soldi da mettere da parte. Il “popolo di risparmiatori” soffre per mantenere, quando possibile, lo stile di vita degli ultimi anni ed è costretto a mettere da parte sempre meno denaro. Un livello così basso non si registrava da oltre un decennio, ma anche i profitti delle imprese sono tornati al passato, quando correva l’anno 1995. Nel 2011 il livello si è attestato al 40,4%, in calo dell’1,1% rispetto al 2010.
Dal 2012 non ci si deve attendere che l’acuirsi di queste difficoltà. Secondo Confcommercio a febbraio la domanda dei consumatori si è contratta dello 0,9% rispetto allo stesso mese dello scorso anno. Il Codacons ribadisce l’allarme: “E’ dal 2002 che le famiglie perdono potere d’acquisto senza che nessun governo sia mai intervenuto per salvaguardare la loro capacità di spesa. E oggi se ne pagano le conseguenze, con il crollo dei consumi e del Pil”.
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Fosche previsioni che assomigliano piuttosto ad una presa di coscienza: “Siamo nel pieno di una seconda recessione”, queste le parole di Corrado Passera, il ministro per lo Sviluppo Economico, che è intervenuto in un’audizione alla commissione Bilancio della Camera.
Il responsabile del dicastero economico per eccellenza, ex Ad di Banca Intesa spiega: “Questo trend, se dobbiamo prendere per buone le previsioni, durerà tutto l’anno, siamo in una situazione di non crescita da molto tempo“. In realtà se è vero che i dati del nostro Pil non fanno registrare aumenti significativi da quasi un decennio quest’anno il segno meno rischia di essere molto più rilevante di quello previsto dal governo. L’esecutivo tecnico stima un -0,4%, ma sembra più credibile una recessione che superi l’1,5% nei prossimi 12 mesi.
Quale impulso intende dare il governo alla crescita economica? Si parte, ovviamente, dalle opere pubbliche, ma la coperta è corta: “L’idea è di poter vedere nel corso dei prossimi 12 mesi un ammontare di complessivi 40-50 miliardi di lavori indirizzati e il più possibile avviati”. Secondo il ministro “bisogna spingere” su questo punto.
Secondo Passera va evitato il “credit crunch“, la stretta creditizia: “Il tema del credito è diventato un ’super tema’ per una serie di gravi cause: mancanza di liquidità, aumento delle sofferenze, regole bancarie che hanno tolto altro capitale alle banche”. Si nota la “sensibilità” di Passera a questi temi che appare decisamente poco sensata pensando alla cifra, vicina al miliardo di euro, concessa alle banche di tutta Europa dalla Bce negli ultimi mesi all’agevolatissimo tasso dell’1%.
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I consumi delle famiglie italiane nel 2011 sono calati a livelli che, tenendo i prezzi costanti, non si registravano dai primi anni ‘80. Un rapporto di Intesa Sanpaolo sottolinea che lo scorso anno i consumi degli italiani sono scesi al di sotto della soglia di 2400 euro annui pro-capite per il consumo di bevande, alimentari e tabacchi, roba che non si vedeva da 30 anni.
Certo, come è evidenziato anche nel rapporto: “si tratta in parte di un trend strutturale legato al minore consumo di alcune voci, come il tabacco”, ma bisogna stare molto attenti perché comunque va interpretato come un elemento che segnala “le evidenti difficoltà del consumatore italiano che, a fronte delle tensioni sul mercato del lavoro e sul reddito disponibile, riduce ulteriormente gli sprechi e modera gli acquisti anche in un comparto dei bisogni poco comprimibili come l’agroalimentare”.
Insomma, i fattori legati “all’incremento della disoccupazione” e alle “manovre di correzione dei conti pubblici” che hanno provocato un aumento della pressione fiscale (che già si fa sentire sulle imposte indirette e sul prezzo dei carburanti) producono effetti direttamente proporzionali sulla capacità di spesa delle famiglie. I consumi “continueranno ad essere molto prudenti a fronte di risorse reddituali sempre più scarse”, un elemento del quale il governo Monti, quando programma operazioni come quella dell’aumento dell’Iva, dovrebbe tenere conto.
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Sul fatto che la nostra economia sia in crisi ci sono pochi dubbi, ma siamo già al cosiddetto credit crunch? Il drastico calo di offerta di prestiti per le imprese che favorisce la recessione viene paventato dal governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, nel suo intervento all’Assiom Forex di Parma. Secondo il numero di Bankitalia è vero che la crisi ha ridotto di suo la domanda di finanziamenti da parte di piccole e medie imprese, ma soprattutto preoccupa un’altra constatazione: “le indagini svolte presso banche e imprese segnalano un irrigidimento nelle condizioni di offerta dei prestiti”.
Secondo Visco è compito delle banche valutare “attentamente il merito di credito, senza far mancare il sostegno finanziario ai clienti solvibili e meritevoli”, ma che qualcosa cominci seriamente a non andare è evidente.
Fino allo scorso novembre il credito erogato dalle banche italiane al settore privato non finanziario aveva continuato ad aumentare, ma da dicembre i prestiti alle imprese si sono contratti di circa 20 miliardi; l’entità della riduzione è molto elevata nel confronto storico. In base a dati preliminari, un’ulteriore, lieve, contrazione del credito si sarebbe verificata in gennaio.
E per le famiglie? I dati sono meno allarmanti, ma anche lì c’è da segnalare un “leggero calo” a dicembre rispetto a novembre quando i numeri erano ancora in linea con il confronto storico.

Qualcuno non avrà ancora finito di sistemare la faccende “regali di Natale” (chi può permetterselo naturalmente), ma è già tempo di pensare ai saldi. Soprattutto in un momento di crisi non sono pochi i consumatori che avendo poco da spendere in abbigliamento preferiscono farlo quando i prezzi sono ribassati, anche assumendosi il rischio di cascare in qualche truffa con cartellini ritoccati per l’occasione.
Rispetto all’anno scorso, così come era successo per i saldi estivi, si anticipa. Il calendario prevede la partenza in tutte le principali città italiane (Milano, Torino, Genova, Venezia, Bologna, Firenze, Ancona, Perugia, Napoli, Bari, Cagliari e Reggio Calabria) per il 5 Gennaio 2012. Uniche due eccezioni? Palermo che vedrà una partenza super anticipata al 2 gennaio e Roma, la Capitale, che rimane quella tradizione del 6 gennaio, giorno dell’Epifania.
Per il Codacons la scelta è sbagliata, il perché lo spiega Carlo Rienzi:
Far partire i saldi il 5 gennaio è una follia. I soldi delle famiglie italiane sono stati già spesi per le feste di Natale, per i regali, e per festeggiare il Capodanno, e poco e nulla resterà per gli acquisti durante i saldi. Il pessimo andamento delle vendite in questo periodo natalizio, poi, dimostra che avevamo ragione noi: gli sconti di fine stagione andavano anticipati a dicembre, per sostenere il commercio e consentire risparmi ai cittadini. La previsione per i prossimi saldi non può che essere negativa, complice anche la crisi economica che attanaglia il nostro Paese e la scarsa fiducia dei consumatori, prevediamo un generalizzato calo delle vendite, che potrà raggiungere picchi del -30 per cento nelle grandi città come Roma o Milano
Continua a leggere: Saldi Gennaio 2012: il calendario anticipato al 5

Secondo il rapporto dell’Ocse l’Italia ha visto crescere la disuguaglianza fra i redditi negli ultimi 10 anni. In sostanza, come recita il titolo, i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sono sempre più poveri. Dietro a questa osservazione, spesso abusata, ci sono i freddi numeri. I dati si riferiscono al 2008, ma le condizioni attuali indicano che la tendenza può essersi soltanto acuita negli ultimi 3 anni. Nel 2008, infatti, il reddito medio del 10% della popolazione con maggiori disponibilità economiche era 10 volte superiore al 10% della popolazione più povera.
49.300 euro contro 4.877, un divario impressionante che a metà degli anni ‘90 era rimasto “contenuto” in un rapporto di 8 a 1. L’1% degli italiani più ricchi è passato da un divario del 7% nel 1980 ad uno del +10% nel 2008. I “ricchi italiani” hanno un identikit preciso: sono liberi professionisti che hanno visto crescere la loro quota di reddito su quello complessivo del 10% dal 1980 ad oggi.
Le cause sono da ricercare nella diffusione di fenomeni come la disoccupazione, ma anche nel mancato adeguamento progressivo delle retribuzioni dei dipendenti che non hanno alcun margine per veder crescere il proprio reddito al contrario dei professionisti, detentori della leva delle tariffe per le loro prestazioni in periodi in cui l’economia è florida e la mantengono anche in una situazione di generale difficoltà economica.

Gli italiani dimostrano di credere, più di quanto non si potesse immaginare, alla solidità finanziaria del nostro paese. Il Btp-Day, un’iniziativa dell’ABI per promuovere l’acquisto di titoli di stato che prevedeva la possibilità di sottoscrivere contratti senza dover pagare alcuna spesa di negoziazione, è stato un successo, oltre le più rosee aspettative. Sono stati in tanti fra i piccoli investitori a scegliere proprio la giornata di ieri per acquistare Bot e Btp, in proporzione moltissimi guardando al numero di prenotazioni che erano arrivate nei giorni scorsi nell’ambito di questa iniziativa.
Sul Mot, il Mercato dei Titoli di Stato, sono stati registrati 86.681 contratti e un controvalore pari a oltre 2,7 mld. Di questi ben 80.962 contratti e 2,5 miliardi erano sui titoli di Stato italiani. Le media del mese di novembre 2011 si era attestata a quota 39.500 contratti giornalieri, un aumento del 100%.
Il titolo più scambiato è stato il Bot con scadenza 31 maggio 2012 (247 milioni di euro di controvalore) seguito da Btp Agosto 2013 con 137 milioni. D’altra parte i rendimenti, complice l’instabilità finanziaria, sono molto vantaggiosi, ma si tratta comunque di una mole di acquisti che dimostra come non sia così elevato il timore di un default in tempi brevi per il nostro paese proprio in una giornata nella quale dall’agenzia di rating Moody’s è arrivato un allarme in questo senso. Alla fine prevarrà la fiducia patriottica o la malefica speculazione finanziaria?

Appare oramai inarrestabile la caduta di Piazza Affari. L’Ftse Mib perde ora oltre il 6%, lasciando sul terreno il 6,26%, a 15.014 punti.
Continua a salire la tensione sul mercato dei titoli di Stato. Lo spread tra Btp e Bund tedeschi ha sfondato quota 440 punti, aggiornando il record storico. Il differenziale tra i titoli decennali italiani e quelli tedeschi è salito fino a 441 punti. Il rendimento dei Btp è schizzato al 6,22%.
L’euro sotto pressione a metà seduta, in un mercato preoccupato per il riacutizzarsi della crisi del debito sovrano e della minore crescita economica in Cina. Le vendite tecniche e la speculazione sulle riunioni di questa settimana di Bce e Fed alimentano il fronte della lettera e l’avversione al rischio degli investitori. A metà seduta l’euro quota 1,3702 dollari (1,3934) dopo avere oscillato tra 1,3670 e 1,3871.
Intanto, riunione interministeriale di emergenza oggi pomeriggio in Francia. Si svolgerà all’Eliseo, mentre precedentemente è stato reso noto che a metà giornata sul nuovo peggioramento delle tensioni di mercati si svolgerà un consulto telefonico tra il presidente Nicolas Sarkozy e la cancelliera tedesca Angela Merkel.
Intanto, in Italia, Berlusconi segue la crisi con il Ministro Tremonti assicurando ai cronisti che non c’è pericolo per l’Italia.
Via Repubblica.