
Nella percezione dei contribuenti, almeno dopo aver provato sulla loro pelle le conseguenze dei provvedimenti fiscali introdotti dal governo Monti, sarà diffusa l’opinione che le imposte locali, quelle regionali e comunali, sono cresciute non poco. Nel decreto Salva Italia le cosiddette addizionali regionali Irpef sono state portate dallo 0.9% all’1,23%, ma soprattutto è stata reintrodotta l’Ici sotto la nuova forma dell’Imu che rappresenterà una stangata notevole per tutti i proprietari di immobili.
L’idea più comune è che “la tassa municipale” finisca per ingrossare le casse dei comuni, ma non è così, anzi. Come denuncia la Cgia di Mestre gli enti locali in realtà non vedremmo aumentato di un euro i loro incassi dai tributi:
Il Governo Monti ha deciso di incrementare l’addizionale regionale Irpef dallo 0,9% all’1,23%. Questa operazione consentirà un maggior gettito per le Regioni, pari a 2,2 miliardi di euro. Contemporaneamente, alle Regioni verranno tagliati 2,2 miliardi di trasferimenti al Fondo sanitario nazionale. Pertanto, per i Governatori, il saldo sarà pari a zero. Ancora, con l’introduzione dell’Imu i Comuni incasseranno 21,4 miliardi di euro. Da questo importo verranno sottratti 10,8 miliardi di euro di imposte comunali sostituite dall’Imu (ovvero, Ici sulle seconde e terze case, Irpef e addizionali redditi immobili non locati). Ai Comuni rimarranno 10,6 miliardi di euro. Di questi, 9 miliardi di euro dovranno essere devoluti all’Erario (tutto il gettito Imu non riconducibile alla prima casa). Cosicché, nelle casse dei primi cittadini rimarranno solo 1,627 miliardi di euro che a loro volta saranno compensati da una corrispondente riduzione del Fondo sperimentale di riequilibrio. Risultato finale: anche per i Comuni il saldo sarà pari a zero.
In sostanza l’unico modo con il quale regioni e comuni potranno incassare di più sarà quello di aumentare ulteriormente le aliquote delle tasse di loro competenza, così come rientra nelle loro facoltà secondo la normativa vigente. I cittadini, soprattutto quelli che amano l’idea di federalismo, faranno bene ad essere informati.
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L’effetto dell’entrata in vigore del regime dei superminimi per le nuove partite Iva si fa sentire. Secondo uno studio condotto dalla Uil nel mese di gennaio le nuove partite Iva aperte hanno portato al dato record del +243%. Il dato può avere una duplice lettura, anche quella che denuncia la precarizzazione del lavoro nel nostro paese è assolutamente valida, ma si tratta di numeri statisticamente dissonanti tenendo conto che le Piva sono cresciute su base annua del 4,5%.
In realtà è chiaro che sono tanti, tantissimi, quei liberi professionisti (o quanti sono obbligati a mascherarsi da tali per poter lavorare) che hanno deciso di uscire dal sommerso sfruttando il cosiddetto regime dei superminimi introdotto dall’allora ministro Tremonti. La nuova tassazione forfettaria al 5% per i giovani fino a 35 anni oppure per i primi 5 anni dall’apertura dell’attività ha fatto gola a molti, evidentemente.
D’altra parte con le imposte dirette e indirette in crescita per tutte le categorie questo tipo di tassazione così agevolata rappresenta un’isola felice, anche se non si deve dimenticare che per quanti la partita Iva diventa una condizione necessaria in assenza di volontà del datore di lavoro di regolarizzarne la posizione questa agevolazione rappresenta un contentino al quale fanno da contraltare l’assenza di qualsiasi diritto acquisito per i lavoratori regolarmente assunti, persino quelli a tempo determinato.
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38 miliardi di euro. Questo è il calo dei consumi stimato dalla Confcommercio nel caso in cui ad ottobre venisse applicato l’aumento delle due principali aliquote Iva, quella del 21% fino al 23% e quella del 10% fino al 12%. Un dato molto allarmante, per quanto oggettivamente complesso sia stabilire se e quanto questa stima sia credibile. Anche le associazioni dei consumatori hanno fatto i loro conti valutando in 803 euro medi per famiglia l’aggravio delle spese in caso di stangata sull’Iva ed anche qui è difficile valutare l’impatto, certo è che saremmo di fronte ad un importante aumento di praticamente tutti i beni e i servizi (con annesso rischio di spirale inflazionistica).
La questione è centrale, l’aumento è temuto e avversato da tutte le categorie, ma potrebbe rendersi necessario al verificarsi di specifiche condizioni riguardanti la tenuta dei conti pubblici. Nei fatti il decreto Salva Italia prevede l’aumento nel caso in cui si rende necessaria l’applicazione della clausola di salvaguardia, il problema è capire come fare per evitare che questo avvenga e quale parte del processo è sotto il reale controllo del governo.
Il ministro per lo sviluppo economico, Corrado Passera, ha ribadito il generico impegno dell’esecutivo dell’esecutivo per far sì che l’aumento dell’Iva non sia necessario, ma per il momento si tratta di promesse e non è nemmeno di 10 giorni fa la presa di posizione di alcuni sottosegretari che hanno definito questo passaggio sostanzialmente inevitabile. Non ci resta che attendere la prossima uscita sul tema di qualche illustre esponente del governo Monti.
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Il prezzo della benzina, sempre più vicino ad attestarsi nella sua media nazionale a 1,9 per litro, e i consumatori “piangono” le casse dello Stato continuano a rimpinguarsi senza nemmeno (almeno ad una lettura superficiale) dare l’impressione dell’inusitato prelievo in atto dalle tasche dei cittadini. Secondo le stime di Federconsumatori e Adusbef l’aumento dei prezzi, che trascinano l’Iva, e quello delle accise nonostante il calo dei consumi porterà il bilancio dello Stato ad incassare 9.8 miliardi di euro in più nel 2012.
Le imposte pesano ormai sul singolo litro di benzina qualcosa come il 58% del prezzo totale, più di un euro per litro finiscono in tasse. Tutto questo in atteso dell’ormai promesso aumento dell’Iva. Le associazioni dei consumatori sottolineano che “se scatterà il problema assumerà una dimensione mostruosa. In Italia abbiamo i costi della benzina più alti d’Europa. Sono una dozzina le tasse una tantum che pesano sui carburanti, dall’Abissinia ai terremoti”.
Con questi prezzi scegliere un distributori più conveniente, magari una delle tante pompe bianche presenti sul territorio, può risultare particolarmente rilevante. Proprio per questa ragione Giovanni Pitruzzella, presidente dell’Antitrust, ha proposto “la creazione di un sito dove vengano inseriti quotidianamente tutti i prezzi della benzina praticati alla pompa zona per zona, per permettere al consumatore di individuare il prezzo più basso richiesto vicino casa”. Esperimenti di questo genere sono già in corso su internet, ma sono affidati all’inserimento da parte degli utenti, se divenisse “obbligatorio” per il singolo distributore comunicare il suo tariffario su un unico sito web non sarebbe niente male.
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Nel 2010 il governo laburista inglese impose un grosso sacrificio ai contribuenti più ricchi: tutti i cittadini che dichiaravano più di 150 mila sterline all’anno erano costretti a pagare un’aliquota del 50% dal precedente 40%. Il piccolo record inglese sta per essere cancellato dall’esecutivo guidato da David Cameron. Il tentativo era stato fino ad ora stoppato dal cancelliere dello Scacchiere George Osborne che adducendo come motivazione la crisi economica che impone sacrifici a tanti contribuenti a basso reddito non poteva giustificare uno sconto a quei 320 mila più ricchi, l’1% del totale.
L’annuncio è arrivato oggi, dopo mesi di tentennamenti, dal prossimo anno l’aliquota “record” passerà dal 50% al 45%, un -5% che farà certamente piacere ai ricchi britannici e che il governo ora ritiene necessario perché in grado di “danneggiare l’economia”.
”Dall’aprile del prossimo anni l’aliquota massima sarà del 45%” ha spiegato il Ministro delle finanze, in modo da armonizzare il livello di pressione fiscale per i più ricchi a quelli medi degli altri paesi europei, Italia compresa. Secondo il cancelliere i dati dimostrano che la “super tassa” non era rilevante come incassi da giustificare la sua esistenza, una contraddizione rispetto alla motivazione con la quale viene abolita. Il reale obiettivo sarebbe quello di rendere più attraente per i super ricchi di tutto il mondo la possibilità di trasferire i propri patrimoni in Inghilterra.
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Le famose “liste selettive” di commercianti che l’Agenzia delle Entrate avrebbe dovuto compilare per effettuare controlli mirati rischiano di saltare. Il governo aveva proposto nel suo decreto legge la possibilità di inserire in questa speciale lista, soggetta a maggiori e più accurate verifiche fiscali, quei commercianti già segnalati in passato per la mancata emissione di scontrini fiscali, ma in Commissione Bilancio e Finanze del Senato Pdl e Lega (insieme ad alcuni parlamentari del Pd) è stato presentato un emendamento per abolire proprio quel comma.
La firma di alcuni senatori del Pd ha imbarazzato non poco il partito, sulla carta strenuo difensore della lotta all’evasione fiscale. I capogruppo Mauro Agostini e Giuliano Barbolini hanno commentato: “Il Pd è da sempre impegnato per la lotta all’evasione e all’elusione fiscale e, sin da quando era al governo, ha proposto misure dure e assai impopolari per rendere i controlli fiscali più severi e stringenti. Pertanto il gruppo del Pd al Senato, appoggia con convinzione la misura prevista dal governo nel decreto fiscale sulle liste selettive di commercianti, segnalati per la non emissione di scontrini”.
Nella sostanza la “frittata” non è ancora fatta e questo benedetto comma 8 dell’articolo 8 potrebbe tranquillamente resistere al voto in commissione o eventualmente reintrodotto in aula, ma risultano davvero sorprendenti prese di posizione del genere da parte dei nostri parlamentari. Per quale motivo i commercianti che hanno già dimostrato in passato di essere infedeli nei confronti dell’erario non dovrebbero essere più controllati degli altri?
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Il garante per la privacy aveva lanciato un monito preciso: “E’ proprio dei sudditi essere considerati dei potenziali mariuoli. Attenzione alle liste dei buoni e dei cattivi“. Secondo Francesco Pizzetti la lotta all’evasione fiscale può produrre come controindicazione una violazione della riservatezza di tanti cittadini, anche quelli onesti. Attilio Befera, direttore dell’Agenzia delle Entrate, ha preferito attendere quasi una settimana prima di rispondere, lui che di fatto guida quegli ispettori che lavorano nella caccia agli evasori fiscali:
Anche il garante della privacy ha riconosciuto la gravità del fenomeno dell’evasione fiscale e a fronte di questa emergenza servono provvedimenti di emergenza. Non rispondo al garante che ha una sua logica abbiamo 120 miliardi di evasione e a fronte di questa emergenza servono provvedimenti di emergenza. Anche lo stesso garante ha sostenuto la necessità in un momento di difficoltà del paese di andare avanti su questa strada con tutte le cautele e precauzioni necessarie.
In un modo garbato quanto volete Befera ha risposto in maniera molto chiara: “questa è una guerra”, le leggi “emergenziali” sono necessarie anche se mettono al rischio il diritto alla riservatezza dei cittadini onesti che, da una seria lotta all’evasione, hanno soltanto da guadagnare.
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Il Comune di Roma ha approvato, congiuntamente al bilancio 2012, un nuovo sistema di agevolazioni per il pagamento della ex tassa sui rifiuti solidi urbani oggi denominata “Tia” (Tariffa Igiene Ambientali). Grazie a questa novità, si tratta in sostanza dell’inserimento del quoziente familiare all’interno dell’Isee (l’Indicatore della situazione economica equivalente), saranno quasi 90 mila le famiglie romane totalmente esentate dal pagamento.
Il cosiddetto “Quoziente Roma” ricalibra l’Isee tenendo conto di alcuni criteri: il numero di componenti, l’età dei figli ed eventuali difficoltà economiche temporanee finendo per allargare la platea degli esenti dal pagamento dell’imposta. Per il Comune di Roma questa modifica equivale ad una rinuncia ad un gettito di circa 30 milioni di euro, una decisione condivisibile, sempre che questa non gravi eccessivamente sui bilanci della Capitale.
D’altra parte è sacrosanto non gravare su famiglie con problemi economici, ma diventa molto più facile vedere approvati questo genere di provvedimenti quando si avvicinano le tornate elettorali e fra un anno a Roma si vota per il rinnovo del sindaco.

La fatidica quota dei 2 euro per litro è stata toccata. In alcuni distributori in autostrada nella zona delle Marche (una delle regioni del centro che applica addizionali regionali più alte) in modalità servito sono necessarie quasi 4 mila delle vecchie lire per acquistare un litro di benzina verde. Il prezzo continua a salire, ma comincia ad essere rilevante anche il calo dei consumi che sopra l’1,7 euro per litro appare direttamente proporzionale. Le emissioni di CO2 che provengono dai carburanti a febbraio sono calate di 1.397.618 tonnellate, -16,4% rispetto allo stesso mese dello scorso anno.
Le quotazioni internazionali del greggio sono in calo rispetto alla scorsa settimana, ma continua ad essere un problema il cambio euro-dollaro con la moneta unica che come noto è in difficoltà e questo non consente di beneficiare dei ribassi della materia prima. Secondo gli esperti comunque i cali di questa settimana dovrebbero scaricarsi nei prossimi giorni sui prezzi alla pompa, saremmo dunque di fronte alla chiusura di questo lungo periodo nel quale abbiamo potuto vedere soltanto rialzi.
Luca Squeri, presidente nazionale di Figisc Confcommercio, sottolinea come il fattore quotazioni della materia prima sia trascurabile rispetto alle mazzate arrivate dall’aumento delle accise:
In un anno i prezzi sono aumentati mediamente tra i prodotti di circa 30 centesimi/litro; di questi, 9 sono responsabilità dell’aumento dei prezzi internazionali del greggio, ma ben 21 sono dovuti all’aumento delle imposte. Una stangata che vale da sola il 70% dell’aumento che pesa sulle tasche degli automobilisti. Il risultato è che nel mese di febbraio i consumi sono diminuiti rispetto allo stesso mese dell’anno precedente di ben il 15%, e nel primo bimestre si sono persi ufficialmente circa 570 milioni di litri, un dato che però si stima assai più pesante (circa 750 milioni di litri) tenendo conto che tra gennaio e febbraio 2012 ci sono due giornate lavorative in più rispetto allo stesso periodo del 2011.
Il problema è che il governo non sembra per nulla intenzionato a invertire rotta, dovremo abituarci a questi prezzi record.
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Il presidente della Corte dei Conti Luigi Giampaolino, durante un’audizione di fronte alla V commissione della Camera dei Deputati, ha spiegato ai nostri parlamentari la cifra che sarebbe necessaria per allineare la pressione fiscale italiana alla media europea. Non si tratta esattamente di una “cifretta” visto che parliamo di 50 miliardi di euro, 32 da richiedere “in meno” alle famiglie, 18 alle imprese. Il governo dovrebbe quindi ridurre le imposte nettamente per riportarci in linea con paesi come la Germania e la Francia, per tutte le altre questioni veri punti di riferimento per l’esecutivo tecnico di Mario Monti.
Il problema è legato al riequilibro dei conti pubblici: impossibile pensare di raggiungere l’agognato “pareggio di bilancio” senza continuare a gravare sui cittadini o avviare (sarebbe ora) una robusta revisione della spesa pubblica. Proprio a questo proposito è giunta un’ulteriore fosca previsione della Cgia di Mestre a proposito dell’inevitabile crescita della pressione fiscale nei prossimi anni.
Il segretario dell’organizzazione dei piccoli artigiani, Giuseppe Bortolussi, ha spiegato:
Se nel 2012 la pressione fiscale ufficiale è prevista al 45%, quella reale, sempre che sia confermato l’ulteriore aumento dell’Iva previsto per il prossimo autunno, dovrebbe toccare il 54,5%. Un record che, purtroppo, non ha eguali al mondo. La pressione fiscale ”reale” che grava su coloro che pagano correttamente le tasse è molto superiore a quella ufficiale che viene calcolata dall’Istat che, è bene sottolinearlo, rispetta fedelmente le disposizioni metodologiche previste dall’Eurostat. Ebbene, se nel 2011 la pressione fiscale ”reale” che pesa sui contribuenti italiani ha sfiorato una ipotesi massima del 52%, con gli effetti delle manovre estive di Berlusconi e gli interventi del Governo Monti, il raggiungimento del pareggio di bilancio nel 2013 farà impennare il carico fiscale sui contribuenti onesti sino ad una ipotesi massima del 54,5%.
Si deve essere davvero miopi per non temere una severa spirale recessiva se questi dati saranno confermati.
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