Il Portogallo non ha venduto Cristiano Ronaldo alla Spagna, come raccontava un divertente “pesce d’aprile”; ma forse potrebbe anche pensarci su, visto come morde la crisi e come stanno soffrendo i titoli di stato lusitani. Al punto che anche i risparmiatori che hanno investito in bond portoghesi potrebbero vedere i loro risparmi messi a rischio.
L’agenzia di rating Standard & Poor’s ha tagliato ulteriormente la valutazione del debito portoghese e l’ha portata a BBB-, appena un gradino sopra il livello di titoli spazzatura, con prospettive negative.
Di conseguenza si è impennato il rendimento dei titoli di stato portoghesi: quelli decennali promettono una cedola del 7,97%, 467 punti in più rispetto ai Bund tedeschi, considerati i più solidi dell’Eurozona. Ancora peggio i titoli quinquennali, con tassi all’8,76%. Rendimenti così alti significano una sola cosa: il mercato considera possibile un fallimento del Portogallo, nonostante l’ombrello di protezione steso dall’Unione Europea.
Non a caso Altroconsumo consiglia ai risparmiatori che hanno investito in titoli portoghesi di cederli sul mercato: in caso di ristrutturazione, infatti, il credito verrebbe comunque ridotto. A breve Lisbona deve rinnovare complessivamente oltre 9 miliardi di euro di debito pubblico, 4,3 miliardi il 15 di aprile e 4,9 il 15 di giugno.
Ma i costi bancari - prelievi, bonifici, ordini di pagamento, chiusura conti - sono corretti oppure sono il frutto di un accordo tra le banche? L’Antitrust non è soddisfatta della situazione attuale e ha aperto un’indagine conoscitiva, dopo quella del 2007, per verificare che cosa è cambiato e che cosa rimane da cambiare in nome della concorrenza.
L’Autorità garante della concorrenza e del mercato segnala che molti costi dovrebbero essere ridotti e addirittura annullati, grazie alla cancellazione dei costi per gli istituti di credito: in pratica si fanno pagare al cliente servizi che non costano nulla alla banca! Per esempio il prelievo del contante e i pagamenti allo sportello, i bonifici on line, il prelievo bancomat che può costare anche più di un euro. Nel mirino anche il cambio di banca:
L’indagine analizzerà e verificherà anche le difficoltà alla chiusura e trasferimento del conto corrente da una banca all’altra, con connessi costi diretti e spesso indiretti richiesti e i vari ostacoli alla portabilità/surroga dei mutui, denunciati dai cittadini, per comprenderne le ragioni e individuare le possibili soluzioni.
Continua a leggere: Banche: l'Antitrust indaga sui costi allo sportello e online
L’inflazione torna a correre e raggiunge i massimi dal 2008: a marzo i prezzi al consumo sono cresciuti dello 0,4% su base mensile e del 2,5 per cento rispetto a un anno fa. Lo segnala l’Istat nelle sue stime preliminari.
A pesare di più sull’aumento del costo della vita sono i carburanti: la benzina aumenta del 3,4% su mese e del 12,7% su anno, il gasolio del 4,3% e del 18,5%, il gpl +0,1% e +20,7%, il gasolio da riscaldamento +4,3% e +19,1%. Per il resto, i settori che hanno subito rincari maggiori a livello congiunturale sono i trasporti (+1,4%), i servizi ricettivi e di ristorazione (+1%) e l’abitazione, acqua, elettricità e combustibili (+0,4%). In calo risultano i prezzi di ricreazione, spettacoli e cultura (-0,6%) e delle comunicazioni (-0,1%). Sul piano tendenziale ancora rincari per trasporti (+5,5%), abitazione, acqua, elettricità e combustibili (+4,4%).
Non solo in Italia, però, i prezzi hanno ripreso a correre. Eurostat, infatti, segnala che l’inflazione media nell’area euro a marzo ha raggiunto il +2,6%, il che dovrebbe confermare l’orientamento della Bce per un rialzo dei tassi di interesse. Secondo Federconsumatori in seguito agli ultimi rincari le famiglie dovranno pagare ulteriori “1.164 euro annui”, a causa della “speculazione”.

Dal primo aprile tutti gli utenti dell’energia che non sono passati al libero mercato si ritroveranno aumenti nelle bollette, sia per la luce sia per il gas. Il rincaro sarà rispettivamente del 3,9% e del 2%: ogni famiglia si ritroverà a pagare in media 37,5 euro in più all’anno.
Lo ha deciso l’Autorità per l’energia, che ha tenuto in considerazione l’aumento del prezzo del petrolio - costante dal 2009 - e anche gli incentivi per le energie rinnovabili, che pesano per quasi 5 miliardi di euro complessivamente. Una famiglia tipo, che consuma in media 2.700 kilowattora l’anno e una potenza impegnata di 3 kW spenderà 16,5 euro su base annua per la luce. Quanto al gas, 1.400 metri cubi l’anno costeranno circa 21 euro in più.
Si può fare qualcosa per risparmiare? Altroconsumo consiglia di rivolgersi al libero mercato e di puntare sulle offerte che si possono sottoscrivere online, in cui viene escluso per un periodo di tempo il rincaro legato al petrolio. Per esempio per un single che è a casa solo la sera e nel fine settimana svetta l’offerta di Edison, Edison Web Luce: la bolletta totale annua è di 144,54 euro, con un risparmio di 22, 31 euro rispetto alla tariffa regolata dall’Autorità.
Non piace affatto agli avvocati, interessa ai consumatori, che sono cauti ma soddisfatti, e potrebbe convincere i commercialisti. È la mediazione obbligatoria, che da un paio di giorni è legge e impone alle parti, prima di ricorrere a un giudice, di cercare un accordo stragiudiziale, per tutte le controversie commerciali e civili.
Un regime leggermente diverso riguarda le liti di condominio e i risarcimenti danni da incidenti stradali: in questi due campi le novità entreranno in vigore tra un anno, il 20 marzo 2012. Ma anche lì prima di ingolfare un tribunale civile si dovrà per forza cercare di raggiungere un accordo.
È un bene o un male? L’obiettivo primario è quello di snellire l’attività dei tribunali, liberare i giudici civili da tutte quelle questioni minute che possono - e spesso debbono - essere risolte con un accordo, prima di andare in giudizio. I tempi si dovrebbero ridurre, ma i costi?
Continua a leggere: Al via la mediazione obbligatoria. Quali vantaggi?

A parte la preoccupazione per le sorti dei ribelli libici e per i giapponesi a rischio contaminazione radioattiva, queste tragedie mondiali peseranno anche sulle nostre bollette energetiche? Secondo una ricerca di Nomisma energia, la risposta è tristemente positiva, anche se per sapere quello che accadrà occorre aspettare le decisione dell’Autorità sull’energia elettrica e il gas.
Dopo la benzina, quindi, potrebbe toccare a luce e gas. La società di analisi specializzata nel settore dell’energia
prevede che l’aumento del prezzo del greggio, ormai stabilmente sopra i 100 dollari al barile, porterà a un rincaro del 2% per il metano e dell’0,8% per l’elettricità. Se l’Authority lo trasferirà ai consumatori finali si trasformerà in quasi 25 euro in più al mese per ogni famiglia (+21,2 euro per il gas, +3,2 euro per la luce).
Secondo Davide Tabarelli, analista di Nomisma Energia, nel trimestre aprile-giugno le bollette del gas potrebbero rincarare di 76,5 centesimi al metro cubo, che per una famiglia tipo (1.400 metri cubi consumati in un anno) si tradurrebbe in un aggravio di 21,2 euro su base mensile, dopo un aumento di 30 euro registrato a gennaio, risultato di un rincaro del gas (37 euro in più) e una riduzione dell’elettricità (-7 euro).
Ma questo potrebbe essere solo l’inizio: la tendenza al rincaro “continuerà per tutto il 2011″ a causa dei “meccanismi, regolatori o di mercato, con i quali vengono trasferiti ai consumatori finali i maggiori costi del petrolio”. In particolare l’Italia “è tra i paesi più esposti alle dinamiche internazionali del petrolio, e lo si vede proprio nelle bollette, con il prezzo del gas che di fatto, con un ritardo di nove mesi, è ancorato a quello del barile. Ed è anche la fonte più usata nella generazione elettrica”. Quindi c’è poco da stare allegri.

Fare figli? Sempre più roba da ricchi o da chi ha nonni o zii ricchi. L’annuale ricerca elaborata dall’Osservatorio Nazionale Federconsumatori ha scoperto che gli aumenti dei prezzi, per il settore della prima infanzia, sono ancora più elevati dell’inflazione media: nel 2011 per il primo anno di vita di un bimbo la famiglia può spendere da un minimo di 6.119 € a un massimo di 13.486 €. Entrambe le voci registrano un rincaro del 5% e del 4% rispetto al 2010.
Si va dal passeggino al biberon, dal marsupio al girello, oltre a biscotti, giocattoli e visite mediche e tutte quelle voci che ogni famiglia alle prese con un neonato ha dovuto o deve affrontare. Spesso in soccorso arrivano parenti e amici che possono indirizzare i loro doni verso qualcosa di utile e alleggerire il peso sostenuto dai genitori.
Un’alternativa, poi, è ricorrere al mercato dell’usato, visto che tutto ciò che serve a un bimbo neonato si usa per pochissimo tempo: per cui se non si è feticisti della conservazione di tutto, visto anche che le case sono sempre più piccole e lo spazio è poco, largo agli acquisti di seconda mano. A meno che non si abbia in cantiere di fare il bis a breve e regalare una sorellina o un fratellino al piccolo appena nato.
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Gli italiani sono sempre più in difficoltà: indebitamento in aumento, minore propensione al risparmio e maggiori costi da affrontare, sia per i mutui ipotecari sia per i prestiti al consumo. La fotografia delle famiglie italiane, sotto il profilo finanziario, è preoccupante, a maggior ragione se l’immagine è scattata dalla Banca d’Italia, che elabora i dati ricevuti direttamente dalle banche.
Le famiglie italiane non navigano in buone acque, spendono sempre di più, non riescono a mettere da parte qualcosa, come avveniva in passato, e anzi sono costrette sempre più spesso a chiedere soldi in prestito, a tassi che vanno aumentando.
Nel supplemento “Moneta e banche” di Bankitalia si legge che a gennaio i depositi del settore privato sono calati dell’1,7% rispetto a un anno prima e dell’1,2% rispetto a dicembre 2010. In calo anche l’investimento in obbligazioni (-1,6% rispetto a gennaio 2010). Contemporaneamente sono aumentati del 5%, sempre in un anno, i prestiti richiesti dai privati. E proprio mentre gli italiani avevano più bisogno di denaro, i tassi hanno ripreso a muoversi al rialzo: gennaio i tassi dei mutui per la prima casa sono mediamente al 3,36% contro il 3,18% di dicembre, mentre per i prestiti al consumo si è passati dall’8,33% all’8,78%.
Per i mutui è il livello più alto almeno dal dicembre 2009. Chi invece è riuscito a risparmiare qualcosa ha poco da stare allegro, perché tenere i soldi sul conto corrente, invece, conviene sempre meno: i tassi di interesse sui depositi scendono dallo 0,36% allo 0,35%. Che speranze di ripresa economica possiamo avere con un quadro del genere?
Stangata in arrivo per le famiglie italiane. La Cgia di Mestre, in base ai dati dell’inflazione nel 2010, ha calcolato quanto dovranno pagare di più le famiglie italiane per le spese correnti.
Secondo l’ufficio studi dell’associazione gli italiani pagheranno in media 857,3 € in più, con un aumento più marcato al Nord (+ 989,3 € pari a +2,95%), seguito dal Centro (+897,9 € pari a+ 2,94%) e dal Sud (+634,8 €, +2,76%). Questo, ovviamente, se le abitudini di spesa non cambiassero e le famiglie comprassero le stesse cose cha hanno acquistato l’anno passato
In particolare le famiglie dei lavoratori autonomi (artigiani e commercianti) rischiano un salasso di 1.017, 7€, quelle con un libero professionista un aumento di 1.289,6 € (pari al +2,91%), mentre diritgenti e impiegati pagherebbero 1.098,6 € in più (+2,89%). Male anche per hli operai +862,6 € (+2,88%) e pensionati o disoccupati che dovrebbero affrontare maggiori uscite rispettivamente per 739,7 € (+2,83%) e i 638,5 € (+2,82%).
In particolare, secondo il segretario della CGIA di Mestre Giuseppe Bortolussi, peserebbero di più i rincari di combustibili, energia e trasporti; a seguire le spese per la manutenzione della casa.
Nel 2010 il prodotto interno lordo è cresciuto dell’1,3% rispetto al 2009. A “certificarlo” è stato l’Istituto Nazionale di Statistica (Istat) che, inoltre, ha fornito altresì le stime provvisorie sull’occupazione del mese di gennaio 2011. Ebbene, i dati relativi al mercato del lavoro non sono incoraggianti tanto quanto la crescita del Pil, a conferma di come l’espansione del prodotto interno lordo nazionale sia, nonostante tutto, ancora troppo bassa per dare nel breve termine una seria spallata, una scossa come direbbe qualcuno, alla disoccupazione.
In particolare, il tasso di disoccupazione a gennaio è rimasto stabile, per il terzo mese consecutivo, all’8,6%, ma su base annua c’è comunque un incremento dello 0,2% rispetto al mese di gennaio 2010. E per un Pil che sale, e la disoccupazione che ristagna, l’inflazione, in base allo scenario attuale rischia di registrare delle forti impennate.
Secondo Danilo Barbi, segretario confederale della CGIL, gli ultimissimi dati sui prezzi al consumo, resi noti proprio dall’Istat, confermano il fallimento delle politiche messe in atto dall’attuale governo in carica. Questo perché secondo l’esponente del Sindacato i pensionati ed i lavoratori rischiano di pagare a caro prezzo l’aumento dei prezzi a partire da quelli applicati sui beni di prima necessità.
La soluzione secondo Danilo Barbi è quella di abbassare la pressione dell’Irpef sulle pensioni e sui salari dei lavoratori mettendo a punto quella riforma fiscale che oramai milioni di famiglie ed imprese attendono. Ma quando arriverà questa tanto agognata riforma?