Prostituzione: libera scelta in libera professione?

Regolarizzazione della prostituzione Non hanno solo un corpo ma anche dei diritti assolutamente non mercificabili. Sono le libere professioniste del sesso, come alcune di loro amano definirsi, e rivendicano il diritto all’esercizio della professione a fronte del pagamento delle tasse. Mentre a Padova il 16 maggio si è tenuto un corteo per l’orgoglio antiproibizionista in cui sfilavano le “lucciole” padovane, a Milano veniva scoperta Francesca Nossisia, quarantenne, l'unica prostituta d'Italia che emette regolare ricevuta fiscale, con tanto di marca da bollo, per le proprie prestazioni. Qualche tempo fa tento' anche di aprirsi una Partita Iva ma nei moduli dell'Agenzia delle Entrate non c'era la prostituzione tra i lavori autonomi contemplati.

Si tratta di una questione articolata che però riguarda più o meno direttamente tutti i paesi d’Europa, per non dire del globo. Mentre in Olanda e Germania la prostituzione è legalizzata a diversi livelli nel resto d’Europa permane l’intolleranza verso la professione più antica del mondo. E’ notizia di questi giorni che il ministro delle Finanze tedesco Peer Steinbruck prevede di imporre alle prostituite di tutta la Germania una tassa forfettaria unitaria di 25 euro al giorno (v. articolo).

Se in Svezia vige il divieto assoluto alla prostituzione con pene per i soli clienti, in Francia, Italia e Spagna si può parlare di una forma di lassismo altamente pericolosa per entrambe le parti coinvolte. Si tratta di una tolleranza senza protezione dei contratti, per cui prostituirsi non è proibito ma la forma contrattuale stipulata tra prostitute e clienti non ha valore legale.

La scarsa regolamentazione e il sommerso imperante in questa attività hanno forti esternalità negative, oltre a catastrofici effetti sociali. Violenze, sfruttamento e criminalità comportano infatti dequalificazione urbanistica e impoverimento commerciale. A questo punto, considerando che la prostituzione è tollerata perché non regolamentarla garantendo le persone su igiene e sicurezza e proteggendo le donne da pericolosi circoli criminali?
Questa la domanda di chi la prostituzione la vive dall’interno.

Si chiama Francesca Nossisia e tutti i giorni, escluso i festivi, dalle 10,30 alle 16,30 attende i suoi clienti senza vergogna, col sorriso sulle labbra e con blocchetto di ricevute nella borsa, dove conserva quant'altro le serve per svolgere la propria attività. Disoccupata da molti anni e senza risorse per sbarcare il lunario l’intraprendente quarantenne ha deciso di dedicarsi al mestiere più antico del mondo considerandolo alla stregua di una libera professione (v. articolo) .

Francesca oltre a girare con il blocchetto di ricevute in borsetta ha provato ad aprire una Partita Iva per emettere fattura, anziché limitarsi semplicemente a staccare la ricevuta dal bollettario. Si è anche informata all'Agenzia delle Entrate, ma quando le è stato chiesto per quale tipo di professione intendeva richiedere i registri Iva, non ha saputo indicare quella giusta, fra le tante contemplate per lo svolgimento del lavoro autonomo. «Mi sono informata anche da un commercialista, ma non c'è stato verso – prosegue -. Alla fine mi è stato consigliato di acquistare le marche da bollo, e di applicarle su ogni ricevuta rilasciata al cliente, così da mettermi al sicuro da controlli e accertamenti».

Le cose stanno gradualmente cambiando anche nelle stanze della giustizia tributaria grazie alla recente sentenza n. 146, depositata l'8 maggio 2007 del tribunale di Firenze, secondo cui “l'attività, fiscalmente, deve essere considerata alla stregua di qualsiasi servizio fornito a fronte di una retribuzione: la natura particolare del servizio non deve distogliere e deviare l'attenzione dall'aspetto economico rilevante (prestazione/controprestazione) che la rende fonte di reddito imponibile”.
Il reddito da prostituzione sarebbe infatti ascrivibile tra le attività indicate nell'articolo 6 del Tuir; in particolare, nella categoria dei redditi diversi.

A sua volte la Corte di Giustizia Europea, pronunciandosi in merito alla concessione di permessi di soggiorno, giustificati da motivi di lavoro, richiesti da cittadini appartenenti a Stati non membri della Comunità (all'epoca dei fatti, Polonia e Repubblica Ceca) presso stati membri (Olanda), aveva stabilito che “va riconosciuto all'attività di prostituzione anche la qualifica di attività da lavoro autonomo, a condizione che la stessa non sia prevista come illegale nel Paese membro di riferimento (in molti Stati membri la prostituzione non è vietata in quanto tale, ma sono vietati alcuni fenomeni tipici che di solito vi sono connessi, quali adescamento, tratta, sfruttamento eccetera), a nulla rilevando qualsiasi valutazione morale della stessa (secondo la Corte spetta allo Stato membro vietare la pratica di attività considerate immorali; qualora ciò non avvenga e l'attività asseritamene immorale sia lecitamente praticata, non potrà esserci nessuna conseguenza sotto tale profilo)”.

Certo la giurisprudenza non coincide con la legislazione di uno stato, tuttavia l’Europa a 27 inizia ad interrogarsi sull’opportunità di regolamentazione di alcuni diffusi “fenomeni di costume”. (v. articolo)

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