Futuro incerto per i giovani in cerca di lavoro

Le assunzioni cedono il posto ai contratti a progetto che stanno sempre più crescendo nel nostro paese fino a diventare un vero e proprio contratto di lavoro.
In Italia, tra il 2005 e il 2006 la tipologia di lavoro più applicata dalle aziende nei confronti di un lavoratore è il contratto a progetto ove il subordinato è legato per la maggior parte dei casi ad un unico committente. Nel 2006, infatti, il numero di iscritti alla gestione separata Inps attivi nel 2006 sono stati 1.528.865, ovvero 53.754 in più rispetto al 2005. A rivelare i dati è uno studio condotto dall’Osservatorio permanente sul lavoro atipico 2006, dall’Ires-Cgil e dalla facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università La Sapienza di Roma. Questi tipi di contratto lasciano in una posizione precaria il lavoratore, in quanto hanno come unica fonte di reddito un contratto di collaborazione, un contratto che dura circa 7 mesi ma che si può estendere anche fino ad un anno e la retribuzione è inferiore a 8 mila euro l’anno.
Ma qual è l’identikit del lavoratore o meglio collaboratore precario?

Prevalentemente sono adulti, tra i 30 e i 40 anni, la maggior parte (oltre 80%) ha un unico committente da cui dipende economicamente. E’ evidente che la situazione che si presenta non è tra le più rosee: i lavoratori eviterebbero volentieri un contratto a progetto che non garantisce nessuna certezza di assunzione ma allo stesso tempo, sono costretti ad accettare questo passaggio in quanto è l'unica via possibile per essere assunti. Ma il problema sta proprio qui: se all’inizio la collaborazione poteva essere un ingresso al mondo del lavoro ora, invece, non lo è più, ma è diventata una condizione che si prolunga nel tempo, fino a diventare quasi una forma di lavoro permanente. Ciò che emerge dal rapporto dello studio è infatti angosciante: «Spesso mitizzata come forma “moderna” di lavoro e come espressione del bisogno di “autonomia” delle nuove generazioni, alle quali nel contempo si intimava di abbandonare l’idea del “posto fisso”; la parasubordinazione si va in realtà progressivamente rivelando, nella sua dimensione più estesa, come ”moderna” forma di sfruttamento, fra le più insidiose per il mix di riduzione dei diritti, di scarsa remunerazione anche nelle fasce più professionalizzate, di maggiori carichi di lavoro, di dumping accentuato dalla molteplicità delle tipologie, di maggiore problematicità nella rappresentanza per la tutela delle condizioni di lavoro. Ma lo stesso lavoro in somministrazione, pur garantito da livelli di tutela molto più alti, nel momento in cui è stato “liberato” da causali specifiche ed è diventato rapporto con cui intervenire anche nella “attività ordinaria” dell’impresa, ha accentuato la sua caratteristica di precarietà, sostitutiva del lavoro a tempo indeterminato, rendendo più preoccupante il livello di separatezza fra lavoro e impresa: quella separatezza che continua a motivare il NO della Cgil allo staff leasing».
I più a rischio sono infatti le donne e i giovani: le donne costituiscono il 52,7% dei soggetti a rischio e guadagnano 6.800 euro l’anno.

Non si prospetta un futuro roseo per i giovani che fanno ingresso nel mondo del lavoro in punta dei piedi, ignari del percorso che li attende, costretti ad accettare queste sorte di contratti perchè, si sa, da qualche parte bisogna pur cominciare ma, come rivela il rapporto dello studio, «Non a caso il lavoro come collaboratore solo per il 5% degli intervistati è una scelta, mentre la fiducia sul futuro è in forte calo e la precarietà nel lavoro si trasferisce in una vera e propria precarietà sociale e personale. Oltre l’80% si considera a tutti gli effetti lavoratore dipendente e chiede più sicurezza, una retribuzione più alta, più diritti e tutele, la stabilizzazione dell’occupazione».

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