Jobs act insoddisfacente per la Cgil: per 100mila posti spesi 6 mld solo nel 2015

Camusso Jobs ACt

La Cgil all'attacco del Jobs act di Renzi: per 100mila posti di lavoro sono sono spesi 6 miliardi di euro. Un risultato "sproporzionato" e "decisamente insoddisfacente" secondo il sindacato guidato da Susanna Camuso.

Dati alla mano, spiegano dalla Cgil, per creare poco più di 100mila nuovi posti solo nel 2015 il governo ha speso 6,1 miliardi, per un risultato costi-benefici è "decisamente sproporzionato" che mostra "la spaventosa inefficienza" della riforma. Secondo il rapporto della Cgil, questi 100mila posti andrebbero poi confrontati con gli 800mila posti persi dall'inizio della crisi, il 60% dei quali tempo determinato. Cifre che indicano ''una migliore tendenza, anche se con numeri insoddisfacenti''.

Le risorse impiegate dal governo nel 2015 per stimolare l'occupazione sono date dalla somma del costo della decontribuzione, 3,4 miliardi di euro lordi (per 1,5 mln di contratti che hanno beneficiato dell'esonero) e dagli oltre 2,7 miliardi delle deduzioni Irap. Costi che, nel 2016 e nel 2017 rispettivamente arriveranno a 8,3 e a 7,8 miliardi.

Secondo il sindacato in sostanza ''non si possono affidare al mercato circa 8 miliardi di euro all'anno nella convinzione che le imprese, attraverso l'abbattimento dei costi, siano capaci di aumentare il numero degli occupati".

Sarebbe meglio usare queste risorse per investimenti pubblici e per creare direttamente occupazione, specie giovanile e femminile, generando molti più posti di lavoro: "Stanziando dieci miliardi all'anno per tre anni, attraverso investimenti e assunzione diretta in settori non esposti alla concorrenza, si verrebbero a creare circa 740.000 posti di lavoro, tra pubblici e privati.

L'unica mossa concepita dal governo per uscire dalla crisi "sembra essere quella di abbassare salari, occupazione e diritti del lavoro, per creare valore aggiunto occorre invece aumentare la quantità e la qualità del lavoro come della produzione''.

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