L’occhio di Bruxelles sull'esenzione clericale

Esenzione clericale Tempi duri per la Chiesa cattolica, oggetto di critiche dalla roccaforte europea di Bruxelles. Il braccio di ferro contemporaneo tra potere temporale e spirituale sembra avere l’ambizioso obiettivo di fare i conti in tasca alla Santa Sede, accusata a più riprese di essere un evasore fiscale legalizzato. Arriva infatti dalla Commissione europea la conferma parziale sui dubbi espressi a Bruxelles circa la legittimita' di alcuni sconti concessi dall'Italia alla Chiesa cattolica sull'ICI, l'imposta comunale sugli immobili.

Vantaggi fiscali e concessioni di imposta che non sembrano gradire nelle stanze di Bruxelles sono nel mirino di una piccola inchiesta partita a gennaio con una lettera di richiesta informazioni sulle esenzioni della Santa Sede e alcune ONG. La missiva in questione sembranon aver suscitato alcuna risposta legittimatoria da parte delle autorità.

La Commissione europea si era mossa sulla base di una denuncia ricevuta nel 2006 ed attende queste informazioni per decidere se passare o meno ad un'inchiesta piu' approfondita.

L'esenzione Ici riguarda attualmente le attività commerciali della Chiesa italiana, in assoluta violazione delle norme comunitarie sulla concorrenza. In realtà, il regalo dell'Ici alla Chiesa è stato abolito da Bersani l'anno scorso, ma solo in teoria; nella sostanza, infatti, gli enti ecclesiastici e le onlus, continuano a non pagare l'Ici grazie ad un cavillo introdotto nel decreto governativo.

Se la Chiesa pagasse nel 2008 le imposte dovute , devolvendo anche gli introiti dell’otto per mille e rinunciando alle sovvenzioni statali affluirebbero nelle casse dello Stato, sostiene qualcuno, due miliardi di euro, ai quali si aggiungeranno un miliardo e mezzo di euro di finanziamenti pubblici attualmente incassati dalle istituzioni cattoliche che si occupano di sanità e sei miliardi di euro che la Chiesa annualmente non versa grazie alle esenzioni fiscali di cui gode.

In effetti secondo Odifreddi sarebbe più facile per tutti se la Chiesa pagasse le tasse e consentirebbe una minor pressione fiscale sul resto della popolazione civile.

“Al miliardo di euro dell’8 per mille dei contribuenti, va aggiunta ogni anno una cifra dello stesso ordine di grandezza sborsata dal solo Stato (senza contare regioni, province e comuni) nei modi più disparati: nel 2004, ad esempio, sono stati elargiti:


  • 478 milioni di euro per gli stipendi degli insegnanti di religione

  • 258 milioni per i finanziamenti alle scuole cattoliche

  • 44 milioni per le cinque università cattoliche

  • 25 milioni per la fornitura di servizi idrici alla Città del Vaticano

  • 20 milioni per l’Università Campus Biomedico dell’Opus Dei

  • 19 milioni per l’assunzione in ruolo degli insegnanti di religione

  • 18 milioni per i buoni scuola degli studenti delle scuole cattoliche

  • 9 milioni per il fondo di sicurezza sociale dei dipendenti vaticani e dei loro familiari

  • 9 milioni per la ristrutturazione di edifici religiosi

  • 8 milioni per gli stipendi dei cappellani militari

  • 7 milioni per il fondo di previdenza del clero

  • 5 milioni per l’Ospedale di Padre Pio a San Giovanni Rotondo

  • 2,5 milioni per il finanziamento degli oratori

  • 2 milioni per la costruzione di edifici culto, e così via.

Aggiungendo una buona fetta dl miliardo e mezzo di finanziamenti pubblici alla sanità, molta della quale è gestita da istituzioni cattoliche, si arriva facilmente a una cifra complessiva annua di almeno tre miliardi di euro. Ma non è finita perché a queste riuscite uscite vanno naturalmente aggiunte le mancate entrate per lo Stato dovute a esenzioni fiscali di ogni genere alla Chiesa, valutate attorno ad oltre 6 miliardi di euro.” (tratto da Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici),

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