Brexit, Fmi: il Regno Unito rischia di tornare in recessione

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L'uscita del Regno Unito dall'Ue potrebbe far sprofondare il paese in recessione secondo il Fondo monetario internazionale (Fmi), mentre deficit, debito pubblico, disoccupazione e inflazione tornerebbero a crescere. L'atteso rapporto sugli effetti di Brexit stilato dall'organizzazione composta da 189 Paesi e con sede a Washington è stato pubblicato a poche ore di distanza dell’omicidio, ieri, della deputata inglese contraria alla Brexit Jo Cox.

In caso di una vittoria del fronte pro Brexit, cioè del Sì al referendumdle 23 giugno sull’uscita di Londra dall’Ue, il Pil britannico già quest’anno si ridimensionerebbe dall‘1,9% all'1,7% nel caso di uno scenario a impatto "limitato" e all'1,1% nell'ipotesi di scenario "avverso". Nel 2017 il Paese andrebbe addirittura in recessione (-0,8%) nella peggiore delle ipotesi contro un +1,4% nello scenario mediano e del 2,2% dello scenario di base.

La disoccupazione che quest'anno peggiorerebbe al massimo al 5,2% (da 5% stimato senza Brexit) salirebbe al 6% nel 2017 mentre il deficit pubblico passerebbe, nell'ipotesi peggiore, rispettivamente al 4% nel 2016 (da 2,9%) e al 5% (dal 2%) nel 2017. Per quanto riguarda il debito pubblico questo salirebbe all'85% del Pil (dall’82,6%) quest’anno e all'87,3% (dall’81,5%) il prossimo. L'inflazione invece aumenterebbe all'1,6% (da 0,8%) e al 4% (da 1,9%) nel 2017.

"Dal punto di vista dello staff Fmi l'aumentata incertezza e l'avversione al rischio nel breve e medio periodo darebbe luogo a un impatto materiale sui redditi. Anche gli effetti netti di lungo periodo di lasciare (la Ue, ndr) sarebbero nel lungo periodo negativi e sostanziali anche se c'è un'incertezza significativa sulla loro precisa grandezza"

spiegano dal Fmi che vede un effetto a catena sull’intera economica britannica:

"L'accesso ridotto al commercio probabilmente porterebbe a minore produzione e investimenti. Redditi permanentemente più bassi sarebbero associati con consumi ridotti. Effetti di trasmissione di una sterlina più debole si tradurrebbero in maggiori prezzi dei beni importati; la svalutazione attenuerebbe in qualche modo le perdite economiche per il Regno Unito stimolando le esportazioni nette, ma non abbastanza per compensare i cali in altre categorie di spesa. I risparmi fiscali derivanti dalla riduzione dei contributi al bilancio comunitario sarebbero probabilmente più che compensati da minori entrate legate alla prevista minore produzione, con una conseguente perdita fiscale netta".

Secondo il Fondo i paesi più colpiti economicamente da un'uscita del Regno Unito dell’Unione Europea sarebbero Irlanda, Paesi Bassi e Belgio, Malta, Cipro e Lussemburgo. Intanto le banche centrali di Usa, Eurozona e Giappone (Fed, Bce e BoJ) si stanno muovendo in direzione di un intervento concertato sui mercati in caso di Brexit, secondo il quotidiano economico giapponese Nikkei.

L'intervento consisterebbe in una massiccia iniezione di liquidità in dollari nel mercato monetario anche per evitare indesiderati aumenti dei tassi di interesse a breve termine.

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