Banche italiane le più care d'Europa. Costi al top per i clienti

banche italiane le più care d'europa

Le banche italiane restano tra le più care d’Europa. I costi strutturali del nostro sistema bancario, seppure in calo negli ultimi anni, rimangono i più elevati nell'Ue. I costi per i servizi finanziari offerti dagli istituti di credito alla clientela sono sempre al top rispetto ai sistemi bancari degli altri paesi del vecchio continente. A ricordarlo è uno studio della Cgia di Mestre. Nel 2014 le spese operative sono state pari a 49,5 miliardi di euro, l'1,83% del totale delle attività, che a fine 2014 ammontavano a 2.701 miliardi, incidenza nettamente superiore nel confronto con le prime dieci economie Ue.

L'andamento dei costi è palese dall'analisi dei ricavi: nel 2014 i margini di interesse, ovvero i guadagni provenienti soprattutto dall’erogazione del credito, sono calati a 39,3 miliardi di euro, i guadagni delle commissioni bancarie nette sono aumentati invece a 27,6 miliardi e quelli riconducibili ad attività extra-creditizie o di trading finanziario hanno raggiunto 11,4 miliardi.

Se tra il 2008 e il 2014 il totale dei ricavi del nostro sistema creditizio è rimasto praticamente uguale (78,3 miliardi), la flessione dei margini di interesse è stata di 12,3 miliardi (-23,8%), mentre le commissioni bancarie sono cresciute di 2,8 miliardi (+11,5 ) e gli altri ricavi sono aumentati di 9,4 miliardi (+474%). L’incidenza del margine di interesse sul totale dei ricavi operativi di una banca in Italia è pari al 50,3%, il risultato più basso in Europa, esclusa la Francia (50,2%). Tradotto: le banche nostrane presentano un’incidenza dei guadagni da attività legate ai prestiti bancari sul totale ricavi, il cosiddetto margine di intermediazione, tra i più bassi dell’Ue.

Visto che la crescita delle sofferenze in capo ai clienti e la riduzione dei tassi di interesse ha ridotto ai minimi i margini di redditività delle banche, gli istituti a causa di costi fissi ancora molto alti, hanno pensato bene ridurre gli impieghi e quindi i rischi (calati fra aprile 2015 e 2016 di 25,3 miliardi) aumentando al contempo i ricavi dalle commissioni sui conti correnti, sui servizi bancomat/carte di credito, sui servizi di incasso/pagamento, sulle attività extra creditizie, come la vendita di titoli, valute, strumenti di capitale.

"Ricordo che l’80 per cento dei prestiti concessi dalle banche italiane va al primo 10 per cento dei maggiori affidati che è costituito quasi esclusivamente dalle grandi aziende e da gruppi industriali che in termini percentuali non superano l’1 per cento del totale. Qualcuno potrebbe obbiettare che se questi prestiti sono stati erogati nella stragrande maggioranza dei casi ad un numero ristretto di clienti, ciò è riconducibile al fatto che questi ultimi sono solvibili. La realtà, invece, è molto diversa. La quota di insolvenza in capo ai maggiori affidati, infatti, è attorno all’81 per cento. In buona sostanza chi riceve la stragrande maggioranza dei prestiti presenta livelli di affidabilità bassissimi, per contro, chi dimostra di essere un buon pagatore riceve i soldi con il contagocce”

spiega il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo.

"In primo luogo bisognerà perseguire uno sviluppo economico meno bancocentrico, anche attraverso l’attuazione di politiche pubbliche di sostegno alle imprese, abbassando i costi energetici, favorendo gli investimenti infrastrutturali, riducendo le tasse, tagliando il cuneo fiscale e incentivando l’internazionalizzazione della nostra economia. In secondo luogo, però, sarà necessario rassicurare gli istituti di credito dal raggiungimento di requisiti patrimoniali eccessivi in modo da rimettere in moto il flusso di denaro verso le imprese, in particolare per le piccole. Inoltre, le banche dovranno ritornare a gestire i propri bilanci con rigore e sobrietà, recuperando la fiducia dei risparmiatori che in questi ultimi anni si è affievolita"

aggiunge il segretario della Cgia Renato Mason.

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