Acqua in bottiglia: bene privato e male pubblico?

Acqua in bottiglia Quanto ci costa comprare l’acqua al supermercato? Non si tratta del mero esborso economico quanto del costo ambientale in termini di produzione, trasporto e smaltimento imballaggi, fonte di inquinamento ambientale.
Non si capisce quale vantaggio possa derivare dal consumo di un’acqua imbottigliata a kilometri di distanza sottoposta a viaggi e fattori ambientali che ne deteriorano la qualità. Nonostante i caveat delle agenzie sanitarie locali sul consumo idrico all’Italia rimane il primato europeo per l’acqua in bottiglia, con consumi 3 volte superiori alla media dei fantastici 27.

A lanciare l’allarme sull’elevato impatto ambientale di questo prodotto sono gli Stati Uniti, che come trend setter fanno da apri pista ad una moda internazionale di consumo domestico. Bere dal rubinetto di casa dunque è cosa buona e giusta, evitando poi i depuratori è anche meglio. Spesso ricettacolo batterico se puliti male questi filtri peggiorano infatti la qualità dell’acqua.

Unico ostacolo: il costo dell’acqua pubblica è da noi piuttosto caro. L'acqua al rubinetto la paghiamo 60-80 centesimi a metro cubo, che equivale a mille litri. L'acqua minerale 40 centesimi per una bottiglia di 1,5 litri (al supermercato, si intende, perché al bar l'unico limite è la faccia tosta del gestore). Cioè 25 centesimi al litro: 250 euro a metro cubo.

Il prezzo non è certamente appesantito dal costo della materia prima, spesso ricavata da fonti pubbliche gratis, quanto dal packaging, dal trasporto e dalla pubblicità.

Bene pubblico o privato?

Facile intuire il business gravitante intorno all’oro blu, sempre meno risorsa pubblica. Fino al 2001 era in vigore una vechhia legge del 1927 grazie alla quale la multinazionale Nestlè riusciva a spendere soli 50 mila euro l'anno, in tutta Italia, per avere l'acqua, su cui realizzava un fatturato di 500 milioni di euro. La concessione infatti era corrisposta in relazione agli ettari di terreno occupati per gli impianti e non, come da disposizioni del 2001, in riferimento ai metri cubi di acqua utilizzata.

La riforma delle concessioni idriche consentirà alle regioni un notevole guadagno sulle acque minerali.
Il Piemonte prevede un aumento del canone da praticamente zero a un milione di euro l'anno. Il Veneto da 300 mila a 2,7 milioni di euro. Finora sono nove le regioni che hanno introdotto questo parametro, per una quota, stima Ettore Fortuna, presidente di Mineracqua, l'organizzazione confindustriale dei produttori, pari al 65-70 per cento della produzione nazionale. Qualcuna l'ha introdotta con entusiasmo. La giunta veneta aveva recentemente deciso di portare il canone a 3 euro a metro cubo. Suscitando la protesta di Fortuna. "Qui - dice - non è in discussione l'entità del canone. E' un problema di concorrenza. Non è possibile che io paghi in Veneto 3 euro a metro cubo e, nella regione a fianco, il Friuli, praticamente niente. La concorrenza è falsata".

Per evitare una legislazione a macchia di leopardo, la Conferenza delle Regioni dovrebbe infatti varare una forchetta minimo-massimo dei canoni, per spingere le regioni che ancora non l'hanno fatto ad intervenire ed evitare disparità di concorrenza fra le diverse fonti. La forchetta suggerita alle giunte è fra 1 e 2,50 euro ogni mille litri (o metro cubo) imbottigliati. Se la media fosse di 2 euro a metro cubo, gli incassi dalle concessioni passerebbero dal quasi zero attuale a circa 22 milioni di euro in totale.

Attraverso i supermercati passano circa i due terzi delle bottiglie di acqua minerale, per un giro d'affari di circa 2 miliardi di euro. Se tutte le regioni applicassero un canone di 2 euro a metro cubo e incassassero 22 milioni di euro, le concessioni peserebbero sul giro d'affari nella grande distribuzione al massimo per l'1 per cento. Vale poco l'acqua minerale, anche dopo aver decuplicato il vecchio canone di concessione (v. articolo).

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