La cooperazione in salsa multinazionale: tu produci e loro guadagnano

Multinazionali La chiamano “crowdsourcing” ed è la nuova frontiera del mondo produttivo quando “una compagnia chiede a una comunità indistinta di svolgere per suo conto un compito prima affidato ai propri dipendenti", secondo il fortunato conio di un giornalista di Wired (v. articolo).
Una win-win situation, come i suoi surriscaldati apologeti la raccontano, dove entrambe le parti hanno solo da guadagnare. Il vero, ipercompetitivo, iperprecario volto del lavoro che verrà, secondo altri.

Il principio alla base del crowdsourcing è un po' quello che ha dato vita a progetti di condivisione di informazioni e al calcolo distribuito come nel caso di Wikipedia o SETI@home, che per anni ha utilizzato i computer di milioni di persone sfruttandone la potenza di calcolo nei momenti in cui si trovavano in stand-by. Allo stesso modo, le capacità, le abilità e le conoscenze di milioni di persone vengono sfruttate da moderni network che si occupano di gestire questa nuova forma di "lavoro distribuito".

La differenza è unica e sostanziale però, se nell’opensource la condivisione di competenze e informazioni è ad integrale beneficio della collettività di utenti , nel crowdsourcing, versione evoluta dell’outsourcing, l’esclusivo beneficiario è l’azienda, che guarda a caso trae vantaggi economici a costo zero o dietro un corrispettivo simbolico.
Nella maggior parte dei casi si tratta di veri e propri concorsi a premi, all’azienda molto meno dispendiosi dell’assunzione di nuove risorse.

Un mondo del lavoro sempre più flessibile dunque e basato su soluzioni del tipo bottom-up. Un esempio clamoroso di come il ricorso al sapere condiviso possa aiutare un’azienda a superare problemi apparentemente insormontabile appartiene al lontano 2000 quando la Goldcorp, azienda mineraria dell’Ontario, versava in difficili frangenti. Esaurite i giacimenti d’oro cui attingere e sull’orlo del fallimento l’azienda si rivolse, su fortunata intuizione del suo Ad, alla collettività online. Rese infatti noti i dati geologici della proprietà dell’impresa lanciando una competizione a premi (in palio 575 mila dollari) per chi riuscisse a trovare nuovi giacimenti. Inutile dire che fu un successo per l’azienda quantificabile in 2 miliardi di dollari!

Le multinazionali coinvolte sono sempre di più ma anche aziende più tradizionali sperimentano l'esternalizzazione di creatività e competenze. Le risorse dispensate sono delle più varie, da materiale audio-video per la creazione di database, a competenze professionali, da soluzioni logistiche a suggerimenti “creativi” per spot pubblicitari innovativi.

iStock, ad esempio, è un sito che raccoglie oltre 10 milioni di foto di repertorio scattate da amatori. Il tariffario varia da 1 a 5 dollari l'una contro i 100-150 che chiederebbe in media un professionista. Il signor Rossi diventa d'incanto Cartier Bresson? No, ma in molte situazioni il rapporto qualità-prezzo va a vantaggio del primo.

Al punto che la Getty Images, il più grande archivio commerciale del mondo, ha comprato il sito per 50 milioni di dollari. "Se qualcuno deve cannibalizzare il tuo business - ha dichiarato a Wired l'amministratore delegato - tanto vale che sia una delle tue società".
Passando alle immagini in movimento, la tv si rifornisce sempre più di contributi dilettanteschi. YouTube e CurrentTv sono solo i casi più eclatanti. Chi crede di aver qualcosa di interessante lo spedisce, i responsabili del palinsesto lo vagliano e se decidono di mandare il filmato in onda lo pagano qualche centinaio di dollari.

Sempre su un fronte analogo, l’attività di coBRANDiT, una agenzia che compra (a 100 dollari al pezzo) clip, documentari, pubblicità, materiali autoprodotti dal pubblico, per poi rivenderli alle aziende, ai media online o offline, per utilizzarli in ricerche etnografiche che esplorano il mondo della marca.

La Chevrolet, per fare l’esempio di un altro comparto, ha indetto un concorso per realizzare uno spot per la sua Tahoe, mettendo a disposizione gli strumenti tecnici a chiunque. E nonostante che alcuni video fossero molto critici, l'azienda non li ha censurati.
Se le attività che riguardano prodotti digitali, immateriali, restano la maggioranza, crescono quelle dove si maneggiano cose tangibili.

Threadless. com è il caso di scuola. Una comunità di appassionati di t-shirt dove ognuno sottopone il suo disegno e i più votati finiscono sulle magliette. Doppio vantaggio: gli autori guadagnano 2000 dollari e la compagnia è sicura che venderanno bene perché il pubblico si è già espresso favorevolmente. John Fluevog Shoes applica un metodo analogo alle scarpe ma la ricompensa è solo morale: "Chiameremo il modello con il tuo nome" assicura il sito. Quindici minuti di celebrità ai piedi di qualcun altro.

Alzando la posta intellettuale dell'invenzione si incrocia InnoCentive. In questa banca dati di circa 100 mila ricercatori delle materie più diverse aziende come Procter&Gamble, Boeing e la farmaceutica Eli Lilly lasciano quesiti tecnici molto complessi. Chi riesce a risolverli - la media di successi è del 30% - può guadagnare da 10 a 100 mila dollari. Una manna per chi lo fa di secondo lavoro, bruscolini rispetto all'impegno di una divisione di ricerca e sviluppo interna. Anche la svedese Lego, da qualche tempo, ha invitato gli appassionati a proporre nuovi giochi promettendo di realizzare i migliori e la risposta è stata sorprendente.

Chi partecipa a queste competizioni lo fa per diversi motivi di autogratificazione e non sempre solo per la posta in gioco.

Recentemente anche la Lego, intramontabile per i suoi mattoncini colorati, si è trovata a corto di idee, proponendo un software evoluto per la scomposizione e la ricomposizione sotto spoglie alternative dei propri robot. I modelli rivisitati attraverso Mindstorms vengono condivisi in rete e quanti desiderino acquistarli lo potranno fare con un semplice ordinativo. Coinvolgere il cliente nella produzione è la via più sicura per fidelizzarlo definitivamente, sostengono alcuni.

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