Donne: il lavoro è sempre più nero

Un dato sconvolgente quello presentato dal Sole 24 Ore in un articolo pubblicato il 5 dicembre 2007 sul lavoro nero delle donne in Italia, numeri che fanno mettere le mani nei capelli e che ci fanno riflettere sulla condizione di precariato in cui oggi troppe donne sono costrette a vivere.
Nel complesso sono un milione e 352 mila le donne che lavorano in nero e rappresentano il 47,4% dell’occupazione irregolare.
A occuparsi della ricerca sul lavoro sommerso delle donne è stato l’Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori (Isfol) offrendo spunto per una riflessione sugli aspetti più salienti del lavoro sommerso femminile, che si presenta variegato e con differenti tipologie di irregolarità, parziali o totali.
La ricerca mette in evidenza motivazioni e tipologie diverse di donne che lavorano in nero: chi si butta nel lavoro irregolare per arrotondare lo stipendio familiare, chi non ha un titolo di studio adeguato per il mercato del lavoro, chi ha bisogno di un orario flessibile e chi è straniero e non trova un contratto regolare.

Ma procediamo più nel dettaglio.
Innanzi tutto va detto che il titolo di studio non è un salvagente nel senso che indipendentemente dalla qualificazione, le donne non rifiutano un lavoro sommerso per diversi motivi: condizione di precariato attuale, bisogno immediato di soldi, voglia di indipendenza economica.
Il 36% di donne che lavora in nero possiede un diploma di scuola media superiore, il 13% è laureata, l’8% ha una qualifica professionale , il 31% ha la licenza media e solo il 6% una licenza elementare. Il dato più allarmante è che la maggior parte delle donne intervistate (1000 donne intervistate, straniere o italiane, in diversi contesti socioculturali, lavoranti presso famiglie o aziende produttive, individuate nelle aree metropolitane di Torino, Roma e Bari) considera il proprio lavoro in nero come un’occupazione tutt’altro che transitoria, anzi, lo ritiene più stabile e sicuro dei contratti lavorativi. Ma non per tutte è così.

Ecco allora che dall’indagine svolta emergono tre tipologie distinte di donne che lavorano in maniera irregolare: donne giovani, che hanno terminato gli studi da poco e che vedono in un lavoro irregolare una soluzione per fare esperienza, consapevoli che è solo un momento di passaggio. Poi c’è il caso delle donne con famiglia e figli, dunque in età centrale della vita ma che hanno già delle grosse responsabilità: per questa categoria, il lavoro nero è visto come una soluzione per far fronte alle spese familiari, un’occupazione che le gratifica e le fa sentire utili, il lavoro insomma è visto come un momento di impegno appagante. Infine c’è il profilo delle donne più “grandi”, ovvero coloro che sono ormai prossime alla pensione, che hanno figli e con un basso titolo di studio. Per questa categoria, il lavoro irregolare è visto come un riscatto, perchè si tratta di donne che sono state espulse dal mondo del lavoro o che hanno deciso di iniziare a lavorare dopo tanto tempo trascorso ad accudire figli e casa o che hanno alle spalle un lungo precariato. Per ultime ci sono le donne senza un permesso di soggiorno regolare che per via della loro condizione non possono essere assunte regolarmente e si buttano in lavori saltuari e irregolari.

Mi viene in mente la colonna sonora del film di Mary Poppins quando la mamma dei due bambini si batteva per i diritti delle donne e cantava “...donne al lavoro...noi siam la forza del lavoro e cantiamo tutte in coro...”. Meno male che almeno i film ci regalano delle illusioni e speranze che non rispecchiano propriamente la realtà, ma almeno per un attimo ci fanno credere in un mondo migliore.

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