Chi l’ha detto che tecnologie e software non proprietari non abbraccino un modello di business? Alzi la mano chi non ha mai pensato che l’open source sia una sorta di fai-da-te lontano da logiche commerciali.
Esiste invece un’economia piuttosto vivace anche se sotterranea al mondo “open”, ce lo spiega bene Apogeoonline che compie un’analisi accurata del popolo di professionisti, consulenti e programmatori gravitanti intorno a questo mondo.
Certo sono alieni alle logiche commerciali che animano le software house l’uso non esclusivo e proprietario del software, l’assenza dei costi di licenza o la mancanza, in senso tradizionale, di strutture aziendali. Ciò non toglie che si possano sviluppare dinamiche di profitto soddisfacenti.
Il mondo dei servizi
Sono due i segmenti di business principali legati alla sfera dei servizi:
Consulenza preziosa
Inutile dire che in questo settore ha un’importanza primaria la consulenza professionale.
Nell’ambito dei servizi orientati alla qualità del software o certificativi in ambito open esiste un ente di certificazione delle conoscenze, il Linux Professional Institute che promuove e certifica le competenze necessarie all’uso di Linux e delle tecnologie open source in ambito professionale.
Dal driver ai manuali
Da non dimenticare che i produttori di hardware per far funzionare le proprie schede utilizzano sempre con maggiore incisività prodotti open, dal sistema operativo Linux agli ambienti di sviluppo. Questo apre al mondo “open” una bella fetta di mercato. Molti ricorrono al software per far funzionare l’hardware: esistono intere distribuzioni di Linux per hardware dedicato o moduli software per interfacce dedicate, per esempio il Bios.
Aspetto non secondario quello della documentazione. Dai manuali, ai libri, passando per le riviste, i servizi di news, il materiale informativa ingenera un buon giro di affari. La caratteristica di queste aziende è che in genere non partecipano direttamente allo sviluppo dei prodotti, ma offrono un supporto documentativo e mediatico all’intero sistema.
Andrea R
23 gen 2009 - 16:43 - #1Guardate che da sempre l’open source è alla base di modelli di business per nulla sotterranei. Basta leggersi “the bazaar and the cathedral” di ESR e sono lì belli che spiegati da chissà quanti anni.
Questo è l’open source. Poi c’è il lato “software libero”, allora lì non si parla di business, ma di libertà e in quest’ottica i business passano in secondo piano. Comunque in molti casi le due cose coincidono e si sostengono a vicenda.
paolo g.
23 gen 2009 - 17:23 - #2Tutte le cose che avete scritto si possono fare anche col software commerciale.
La differenza è che col software commerciale guadagno sulla licenza ed eventualmente sull’assistenza qualora venga richiesta.
Col software libero non guadagno sulla licenza e se il cliente no ha bisogno di assistenza resto col becco asciutto.
noct
23 gen 2009 - 20:23 - #3Con software libero si può fare personalizzazione spinta di prodotti opensource in modo da adattarle in miglior modo alle esigenze di un potenziale cliente.
Il vantaggio è che parti con una base su un prodotto che va customizzato.
Puoi farlo con photoshop? Office?
no
massimo mi
24 gen 2009 - 07:01 - #4Secondo me win ed il software commerciale hanno segnato la storia, ma hanno raggiunto il loro apice ed ora perderanno terreno… difatti l’open source sta lentamente e progressivamente rosicchiando quote di mercato (vedi netbook) costringendo il software commerciale a ricorrere a strategie di difesa… la ricetta è semplice: linux ad esempio non ha bisogno di antivirus e non si blocca praticamente mai, oltre a non costare nullla.
eppoi opensource ha introdotto un modo rivoluzionare di fare business… difatti open source sta a eco-economia (futuro) come software commerciale sta economia del petrolio… passato.
vedremo…
Stefano MI
25 gen 2009 - 02:32 - #5L’Open Source da un’altra possibilità: il software stesso come servizio.
A Milano ad esempio stiamo realizzando un innovativo sistema di distribuzione di contenuti multimediali, un servizio basato su del software. Il software, imprescindibile, ne è però solo il mezzo. Il servizio così finanzia lo sviluppo di software utile ad altri, magari per scopi completamente diversi.
Secondo me l’Open Source è sinonimo in fondo di servizi, ne è la fucina creativa.
gioby
25 gen 2009 - 11:38 - #6@paolo g: produrre codice opensource é generalmente molto meno costoso che produrne di proprietario, perché ci si può appoggiare a librerie e altri prodotti già liberi e utilizzabili gratuitamente.
Per esempio Red Hat non ha scritto da sola un kernel o la maggior parte dei programmi distribuiti in Fedora, ma é riuscita a mettere su uno dei migliori prodotti basati su Unix e a guadagnarci sul supporto tecnico.
In generale un prodotto opensource é tanto migliore tanto più numerosi sono quelli che lo utilizzano.
Ad alcune imprese può convenire finanziare solo una parte dello sviluppo di un software opensource piuttosto che scriverne uno da capo o comprare una costosa licenza, perché così ha anche più libertà di decidere cosa includerci e come proseguire lo sviluppo.
Nel caso in cui nel programma sia presente un bug o sia necessario implementare qualcosa di nuovo, l’azienda che abbia adottato software opensource ottiene un vantaggio, perché non é obbligata a seguire i tempi di sviluppo di una casa software proprietara, e può implementare direttamente o almeno mettersi d’accordo con gli sviluppatori opensource di risolvere il problema.
Per non parlare di quello che succede quando una software house fallisce, e tutti i suoi prodotti commerciali rimangono chiusi e abbandonati a se stessi.
Un’altro fattore da non sottovalutare é anche la riproducibilità dei risultati ottenuti con un software.
Se io per esempio produco un certo tipo di documento, é importante che anche le altre aziende e persone siano in grado di aprirlo senza essere costretti a comprare una licenza software.
Questo é ancora più importante nel mondo della ricerca scientifica, in cui i risultati di una analisi portata avanti con un software devono poter essere ripetibili e controllabili da altre persone.
gioby
25 gen 2009 - 12:13 - #7Provo a fare qualche altro esempio.
Mettiamo che io sia un rivenditore di computer in una piccola o media città.
Potrei cercare di convincere i presidi delle scuole ad adottare EduUbuntu sui loro computer, e fornire prezzi più bassi (senza le licenze e facendo uno sconto) e supporto tecnico.
Una tipica distribuzione Linux é piena di programmi ottimi a scopo didattico: vi sono editors di formule matematiche (per esempio wxmaxima, con cui si possono semplificare e plottare equazioni), programmi come celestia per l’astronomia, openoffice, gimp per l’editing grafico, e così via.
Sono tutti programmi gratuiti, con cui gli studenti potrebbero lavorare anche da casa senza dover ricorrere a pirateria, tutti ben documentati e con forum o mailing list dove chiedere supporto.
In questa situazione io, come venditore di computer, avrei da guadagnarci per la vendita degli stessi computer e per il supporto tecnico; le scuole avrebbero un grado di educazione migliore; e gli sviluppatori di EduUbuntu verrebbero ricambiati con un gran numero di bug reports e feature requests, che hanno un valore intrinseco anch’essi.
Nel tempo forse, se i miei profitti aumentassero potrei pensare a fare delle donazioni al progetto di Edubuntu o a pagare uno sviluppatore, e anche da questo otterrei diversi vantaggi.
paolo g.
26 gen 2009 - 14:34 - #8che cacchio dici? se non esisono virus per linux è solo per la sua scarsa diffuzione, inoltre va in crash eccome anche lui come qualunque altro os.
ho visto piu kernel panic su linux nell’ultimo anno che non schermate blu su windows, la storia della sicurezza e della stabilita sono tutte balle.