Lavoro: una questione di disparità

Lavoro stranieri Tra cassaintegrati e licenziati, si riduce sempre più l’Italia che lavora. La situazione è anche più preoccupante se si prendono in considerazione i lavoratori stranieri nel nostro Paese. Lo stipendio non è infatti uguale per tutti, soprattutto alla luce di differenze di genere e nazionalità. Nulla di nuovo sotto il sole insomma! Le differenze retributive registrate dall’Inps nella sua ultima relazione "I lavoratori immigrati negli archivi previdenziali. Diversità culturale. Identità e tutela", si aggirano anche intorno al 40% annuo. Il gap si accentua quando si considerano le lavoratrici.

A far riflettere soprattutto il divario tra livello di istruzione e qualifica professionale . Su oltre 1 milione di dipendenti extra Ue registrati dall'Inps, circa la metà è in possesso di laurea o diploma, ma quasi l'84% è operaio.

Il quadro lavorativo
Impiegati in settori meno qualificati i lavoratori stranieri guadagnano meno di un terzo rispetto agli italiani, indipendentemente dal proprio curriculum accademico. Per gli stranieri immigrati nel nostro paese il quadro è quello di uno spiccato sottoinquadramento lavorativo, accompagnato nella quasi totalità dei casi da un differenziale retributivo, che può arrivare anche al 40% in meno l'anno.

Nonostante circa la metà degli occupati stranieri sia in possesso di una laurea o di un diploma, su un totale di oltre 1 milione di dipendenti extra Ue registrati all'Inps, l'83,7% è inquadrato in qualità di operaio, il 9,3% di impiegato, il 6,4% di apprendista e il restante 0,5% in una posizione di quadro o dirigente. In generale gli immigrati che lavorano come operai fanno registrare un'incidenza superiore di 30 punti percentuali rispetto all'insieme degli iscritti all'Istituto a prescindere dal paese di nascita (83,7% rispetto al 54,7%), e rappresentano il 13,4% di tutti gli operai registrati. È nato oltre i confini dell'Ue a 15 un operaio ogni 7, mentre gli italiani sono uno ogni 12.

L'inquadramento professionale poco qualificato si accompagna anche a una minore retribuzione, e a condizioni di vita più difficili: gli stranieri possono contare meno degli italiani su fonti di reddito alternative e sul sostegno delle reti parentali.

Se potessi avere…1.000 euro al mese!
Nel corso del 2004, la retribuzione media lorda di un lavoratore non comunitario assicurato all'Inps è stata di 10.042 euro annui, circa 837 euro mensili. Gli importi sono più elevati nel Nord (+7,1%) rispetto al resto d'Italia e più bassi nel Mezzogiorno (-18,6% al Sud e - 19,7% nelle Isole) con una differenza di quasi 3.000 euro. Il confronto con il totale dei lavoratori dipendenti da aziende attesta che quelli nati oltre i confini dell'Ue a 15 ricevono il 36,4% in meno (11.537 euro l'anno rispetto a 18.132) e in alcuni contesti (come a Roma e a Milano) la differenza supera anche i 10.000 euro l'anno. Questa differenza è riconducibile a fattori quali la giovane età, il settore di inserimento, la bassa qualifica e anche la discontinuità delle prestazioni lavorative degli immigrati, spesso intervallate da periodi di disoccupazione o di lavoro sommerso.

Per le donne immigrate la situazione è ancora più difficile. Percepiscono, infatti, una retribuzione media inferiore del 41,2%. L'ambito della collaborazione domestica e familiare, nel quale la maggior parte di lor risulta impiegata, è caratterizzato da un livello retributivo pari a meno della metà della retribuzione media (4.860 euro l'anno, -51,6%), e corrisponde a meno di un terzo rispetto a diversi settori dell'industria, a poco più di un terzo rispetto al reddito dei lavoratori autonomi e a neppure un sesto dei pochi immigrati addetti al comparto creditizio/assicurativo. Altri settori poco gratificanti sotto l'aspetto retributivo sono quelli dei servizi alle imprese, il tessile e il commercio, dove la retribuzione è al di sotto dei 10.000 euro. Per tutti la caratteristica comune è che i lavoratori immigrati percepiscono retribuzioni inferiori sia agli italiani che ai comunitari. Si va da differenze contenute tra il 10% e il 20% (credito e assicurazioni, comparto del legno, la stessa edilizia), al 40% (agricoltura, servizi, tessile e abbigliamento, trasporti e comunicazioni).

  • shares
  • +1
  • Mail