Spesa sanitaria: un buco "insanabile"

Buco spesa sanitaria Fidarsi è bene ma non fidarsi...Insomma agli italiani non piace proprio l'idea di seguire le prescrizioni mediche, ed ecco che si moltiplicano i casi di terapie fai-da-te.

Il paziente medio italiano dunque non segue terapie e prescrizioni, preferendo diventare medico di sè stesso. Difficile dire se sia per semplice distrazione, per pigrizia o semplicemente per diffidenza.

L'atteggiamento generale di medici e infermieri non sembra aiutare daltronde: spesso sono infatti frettolosi, non persuasivi e poco attenti all'esigenze dell’ammalato. Risultato: la malattia, non curata in modo adeguato, peggiora. Il medico è costretto a richiedere al paziente esami sempre più specifici e invasivi, aumentano i ricoveri e la spesa sanitaria lievita.

Il costo del fai-da-te
Risultato? In casi specifici come le patologie cardiovascolari, prime in Italia per causa di morte, il numero di ricoveri che si sarebbero potuti evitare raggiunge il 30% dei casi. Così come si sarebbe potuto evitare il conseguente costo per posto letto, esami e farmaci.

Difficile quantificare l’incidenza in euro perché la cifra dipende dal tipo di patologia, dalla durata della degenza, dal numero di esami, ma gli specialisti del settore spiegano che il 30% di «ospedalizzazioni» in più corrisponda almeno a un 30% di spesa aggiuntiva. Negli Stati Uniti, dove si sta affrontando la questione già da diversi anni, si stima che il surplus di spesa annuale si aggiri intorno ai 100 miliardi di dollari. Se si tratta di una cura che si può seguire a casa, la situazione non migliora: nel nostro Paese trenta pazienti su cento, per metà sofferenti di patologie croniche, non seguono le indicazioni dello specialista. Il 15-20% non acquista neppure i farmaci prescritti dal medico di famiglia. Si tratta in gran parte, spiegano gli stessi medici, di mancanza di fiducia. Ii costi che ne derivano, investono tutte le specialità mediche e riguardano ogni addetto ai lavori dai dirigenti agli infermieri, fino a coinvolgere il contesto familiare e sociale del paziente. Se l’ammalato deve seguire le terapie prescritte, il medico, dice Porta, «deve essere più umile e avere un atteggiamento più attento, meno freddo e statistico».

Nei reparti
I dati non lasciano scampo: le giornate annue di degenza ordinaria sono circa 53 milioni e gli italiani trascorrono in ospedale mediamente un giorno all’anno. Le fasce d’età che trascorrono più tempo nei reparti vanno dai 45 ai 64 anni e dai 65 ai 74. Tra i motivi dei perché si ricorra al medico, in cima alla lista ci sono le malattie croniche e le patologie cardiovascolari. Per il Sefap, il servizio di epidemiologia e farmacologia preventiva, dell’Università degli studi di Milano, soprattutto in presenza di patologie legate al cuore e alla circolazione del sangue, cura e prevenzione farebbero fare un salto in avanti alla spesa sanitaria pubblica oltre che alle condizioni generali di salute degli italiani: se si cominciasse da oggi con cure appropriate, fatte di dosi e tempi corretti, nel giro di vent’anni il risparmio complessivo sarebbe di 60 miliardi di euro. E il risparmio, di tipo «trasversale», sarebbe applicabile a tutte le specialità. Ermanno Leo è il direttore della chirurgia colon-rettale della fondazione Istituto nazionale dei tumori di Milano, una specialità in cui la «compliance» è, più che necessaria, cruciale: «Per instaurare un rapporto che sia di fiducia reciproca - dice - è necessario che il medico sia disposto a dare spazio al paziente, alle sue paure, ai dubbi. E questo in modo particolare quando le patologie sono gravi. Incominciare a curare qualcuno è prima di tutto la disponibilità ad intraprendere, con la persona malata, un vero e proprio viaggio».

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