Debito pubblico e crescita: smontata la teoria alla base dell’austerity


L’assunto da cui partire è che è stato scoperto almeno un errore marchiano nella teoria di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, alla base di tutte le più recenti politiche di austerity. Misure già nel mirino in quanto secondo altri insigni economisti non farebbero altro che aggravare la crisi economica e la recessione. A scoprire la falla nel prestigioso studio uscito da Harvard e pubblicato nel 2010 sulla American Economic Review, una specie di Bibbia in materia, sono stati degli studenti del MIT di Boston aiutati da alcuni docenti. Gli allievi superano i maestri? Sembrerebbe proprio così. La teoria di Reinhart e Rogoff si fondava sull’esistenza di una correlazione tra un rapporto debito pubblico/pil elevato, cioè superiore al 90%, e bassa crescita dell’economia. Da qui la giustificazione delle politiche di austerità, per centrare l’obiettivo del pareggio di bilancio.

In Europa ne abbiamo avuto un recente esempio con la Grecia, ma anche con il governo Monti nel nostro Paese: i conti dello Stato sono decisamente più al sicuro, e lo spread legato al rischio di insolvenza dell’Italia è sceso sotto livelli considerati accettabili dai mercati, ma l’uscita dal tunnel della recessione non si intravede ancora. E senza crescita, la disoccupazione non può che aumentare. Ma la teoria di R&R è stata sposata oltre che dall’Ue anche al di là dell’Atlantico, e citata nelle sedi istituzionali e politiche come verità inconfutabile per giustificare appunto un’austerità calata dall’alto che richiede quasi sempre maggiori sacrifici alla fasce di popolazione più deboli dal punto di vista socio-economico.

Cosa hanno scoperto gli studenti? Che la teoria Reinhart e Rogoff si fonda su alcune questioni metodologiche perlomeno discutibili e che lo studio è seriamente inficiato da un errore nel foglio di calcolo, da qui il nome Excelgate. Nel dettaglio qualche settimana fa un working paper curato da Thomas Herndon, Michael Ash e Robert Pollin dell’Università del Massachusetts ha evidenziato quelli che sono stati considerati errori grossolani dello studio dimostrando che, depurando l’analisi da questi sbagli, il tasso di crescita medio dei Paesi ad alto debito saliva da un –0.1% a un +2.2%

Secondo il working paper Reinhart e Rogoff hanno operato un’esclusione selettiva di alcune osservazioni nei dati, un'analisi discrezionale al punto di far quadrare le loro conclusioni. In sostanza da quello studio sono escluse osservazioni su Canada, Australia e Nuova Zelanda, tutti Paesi che dopo la seconda guerra mondiale sono stati caratterizzati da un debito pubblico sì superiore alla soglia del 90% ma, nello stesso periodo, anche che da una buona crescita media dell’economia.

Inoltre l’analisi propone uno schema di bilanciamento degli stessi dati ritenuto non convenzionale. C’è poi quell’errore sul foglio di calcolo in cui sono stati selezionati i dati perché esclude il buon tasso di crescita del Belgio che per lungo tempo è stato caratterizzato da un alto debito pubblico.

Reinhart e Rogoff hanno ribattuto alla critiche, specie quella di aver fatto da suggeritori, più o meno occulti, di politiche che di fatto hanno aumentato la disoccupazione. I due economisti hanno ammesso degli errori di metodologia e di calcolo ma in sostanza hanno difeso la bontà della loro analisi sostenendo che se è vero che i loro risultati non rispecchiano la crescita economica media, valgono - ma solo in base ad alcune condizioni, per la crescita economica mediana. Il dibattito è aperto.

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