Ilva: quanti sono davvero i posti di lavoro a rischio?


Dopo le dimissioni del Consiglio d’amministrazione dell’Ilva lo scorso fine settimana e l’allarme lanciato dall’azienda sul rischio di perdere 40mila posti di lavoro (24mila diretti, altri 16 mila con l'indotto) oggi è il giorno dell’incontro tra l’amministratore delegato dimissionario Enrico Bondi, il titolare del ministero dello Sviluppo Flavio Zanonato e il governatore della Puglia Nichi Vendola. Il ministro ha già chiarito che l’Ilva è strategica per l’Italia:

"Se si ferma un’azienda di questo tipo possiamo dire addio a tutta l’industria siderurgica e avremmo problemi con l’industria meccanica”.

Ma c’è un altro punto da chiarire, quanti posti di lavoro sono a rischio davvero nelle stabilimento siderurgico pugliese? All’Ilva di Taranto, secondo i calcoli del Fatto Quotidiano, lavorano 12.859 lavoratori, e sono in tutto 16.343 quelli che lavorano per l’Ilva Spa nel mondo: in Italia Europa e Tunisia. Quindi con tutto l’indotto dello stabilimento tarantino, calcolato in 3mila lavoratori, si arriverebbe a quasi 16mila posti a rischio, tantissimi ma meno della metà di quelli paventati in questi giorni.

Il gip di Taranto Patrizia Todisco, titolare dell’indagine sul disastro ambientale provocato dall’Ilva venerdì scorso aveva disposto un sequestro per equivalente legato alla quantificazione dei danni ambientali prodotti, a carico della famiglia Riva, a capo del primo gruppo siderurgico italiano e tra i primi 20 d’Europa. Un sequestro da 8,1 miliardi riguardante Rivafire spa, che non andava ad intaccare in nessun modo l’attività produttiva dello stabilimento tarantino secondo il gip e che serve per gli interventi di bonifica mai realizzati. Ma il Cda dell’azienda ha storto il naso e in polemica con la decisione della magistratura si è dimesso.

Le dimissioni dei consiglieri Bruno Ferrante, Enrico Bondi e Giuseppe De Iure dovrebbero avere effetto dal 5 giugno, per quella data è convocata l'assemblea dei soci. Secondo l’azienda, che impugnerà l’atto del gip Todisco:

“il sequestro ha effetti oggettivamente negativi per l'Ilva, i cui beni sono strettamente indispensabili all'attività industriale".

Il polo siderurgico dell’Ilva, aveva tuonato ieri il ministro dello Sviluppo economico ai microfoni di Skytg24:

"deve rimanere italiano, dobbiamo fare di tutto per farlo rimanere italiano. È una questione strategica: dalla siderurgica dipende la meccanica, per rimanere competitiva deve avere acciaio prodotto in luoghi abbastanza vicini. Non è che se chiudiamo l’Ilva risolviamo il problema ambientale, ma come è successo a Piombino o a Bagnoli rischiamo un enorme degrado senza aver affrontato il problema produttivi e ambientale. C’è una sola strada, risanare, e continuare a produrre acciaio che è assolutamente necessario per la nostra economia”.

Della questione è stato investito direttamente anche il premier Enrico Letta che stamattina dovrebbe incontrare pure lui Bondi e Ferrante. Intanto il segretario della Fiom Maurizio Landini qualche ore fa, a Prima di tutto su Radio 1, ha chiesto un intervento dello Stato e ha attaccato la famiglia Riva:


"Credo che la famiglia Riva abbia grosse responsabilità sull'accaduto. Se fossero stati fatti gli investimenti, se fosse stata rispettata la legge prima, se non si fosse inquinato, non saremmo nella situazione drammatica di oggi. L'obiettivo di tutti, sindacato compreso, è quello di continuare a produrre acciaio, dobbiamo, anche nelle condizioni difficili che ci si parano davanti, trovare una continuità produttiva per mantenere l'industria dell'acciaio nel nostro Paese".

E ancora:

“Guardiamo in faccia la realtà e applichiamo in modo esplicito il decreto salva Ilva, compreso, ripeto, l'intervento dello Stato. Non certo rispolverando le vecchie Partecipazioni Statali ma trovando il modo, come succede in altri paesi, di interventi transitori, con il concorso di imprenditori siderurgici, per mantenere il siderurgico in Italia, che non riguarda solo l'Ilva, ma l'intero comparto".

E in attesa del vertice di governo in cui domani verrò fatto il punto sulla situazione il sottosegretario allo Sviluppo Claudio De Vincenti prova a gettare acqua sul fuoco assicurando che il governo non lascerà soli i lavoratori dell’Ilva, non fosse altro perché:

“è interesse nazionale garantire la continuità produttiva e il futuro degli stabilimenti Ilva nel rispetto più rigoroso del diritto alla salute e dell'ambiente".

I lavoratori del siderurgico per ora non hanno organizzato nessuna forma di mobilitazione a Taranto. Fim, Fiom e Uilm restano alla finestra in attesa dell'incontro di oggi al ministero e dell'evolversi della situazione da qui al 5 giugno, giorno in cui l'assemblea dei soci dell'Ilva si dovrebbe riunire per nominare il nuovo Consiglio di amministrazione.

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