Soldi “in fumo”

Soldi in fumo Un vizio difficile da mantenere. La bionda costa sempre di più nel nostro Paese, lo confermano le recenti rilevazioni sui prezzi in Italia. Dal 1996 ad oggi - spiegano Elio Lannutti dell'Adusbef e Rosario Trefiletti di Federconsumatori - i prezzi al consumo di Eurolandia sono cresciuti del 27,4% (25,3% per i prodotti, 31,1% per i servizi), e del 32% solo in Italia, che si colloca nettamente al di sopra della media, superata solo dalla vicina Spagna.
A rilevare i rincari maggiori sono stati i servizi con aumenti nell’ordine del 37%.

Il tabagismo che piace al fisco
Un monopolio assolutamente redditizio per lo Stato che ricava dei margini significativi su ogni pacchetto di sigarette.
Se al produttore un pacchetto di sigarette costa appena dai 10 ai 13 centesimi (0,13 euro), ai consumatori, tra accise e Iva, può costare tra i 3,60 ai 6 euro. L’erario incassa sul vizietto i tre quarti del costo complessivo del pacchetto, ossia il 75,2%, lo rileva un’indagine del Secolo XIX.

Anche le case produttrici naturalmente ottengono degli utili macroscopici in virtù del fatto che in Italia si vendono (dati aggiornati al 2007) 4,64 miliardi di pacchetti all’anno.

Le tre multinazionali del fumo (Philip Morris, British American Tobacco e Japan Tobacco) occupano in Italia il 98% della quota di mercato.

Gli utili dichiarabili se queste multinazionali producessero in Italia sarebbero nell’ordine dei 2 miliardi all’anno, di cui solo 150 milioni sono stati effettivamente dichiarati. Questo perché le major acquistano le sigarette all’estero, da aziende che gravitano sempre nella stessa loro galassia.

A che prezzo vendono poi in Italia le sigarette importate? Il calcolo effettuato dal Secolo XIX indica la cifra media di 53 centesimi (contro i 10-13 reali). Rimane una differenza di circa 40 centesimi che non viene quindi dichiarata in Italia, ma all’estero, dove si trovano le sedi di queste società: soprattutto in Svizzera. Inoltre in Italia esiste una direttiva dei Monopoli di Stato che fissa il prezzo minimo delle sigarette. E lo lega strettamente al prezzo praticato dalle multinazionali, con un accordo sostanzialmente tacito.

Lobby e tabacco all’italiana
Insormontabili barriere all’entrata sul mercato del tabacco fanno di questo fiorente business un oligopolio pressoché incontrastato. L’Unione Europea ha invitato già più volte l’Italia a usare un altro procedimento. Per mantenere alto il prezzo delle sigarette (provvedimento che molti paesi hanno preso) dev’essere alzata ulteriormente l’accisa, lasciando però poi libertà di prezzo e di concorrenza. La proposta, però, non è stata raccolta e contro l’Italia è aperta una procedura di infrazione. Quanto guadagnerebbe lo Stato da questo provvedimento? Altri due miliardi di euro l’anno.

Un provvedimento però sgradito alle major, che dovrebbero o aumentare i prezzi o diminuire gli utili. E quando, nello scorso marzo, il Tar ha abolito il prezzo minimo delle sigarette, un ente si è subito mosso per ottenere la sospensiva: i Monopoli di Stato.

Fonte: Virgilio

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