Servizi idrici: l’Italia ha sete di liberalizzazioni

Liberalizzazione acqua Dopo tante polemiche incassa la fiducia il provvedimento sulla privatizzazione dell'acqua, ma cosa succede oltre confine?
I vicini francesi d’oltr’Alpe avrebbero stabilito il ritorno, dopo tanti anni, alla municipalizzazione del servizio idrico per favorire il risparmio in bolletta.

Inefficienze italiane
In Italia dal 1994 (anno della Galli che smantellava il sistema giolittiano delle municipalizzate) al 2005 sono stati investiti 700 milioni di euro l'anno nella rete. Nei dieci anni precedenti oltre 2 miliardi di euro. Nel 2008, secondo l’ultimo rapporto del Co.Vi.RI. relativo a 54 Ato, risultavano realizzati solo il 56% degli investimenti previsti (sei miliardi). Questo, scrive Cittadinanzattiva, a fronte di un’impennata delle tariffe di oltre il 47% negli ultimi 10 anni. Seconde solo al petrolio. In Toscana, ad esempio, dove è più forte la presenza di privati, ogni famiglia spende in media per l’acqua 330 euro all’anno a fronte di una dispersione del 34%.

Ma la carenza più pesante non riguarda tanto la rete idrica, quanto quella fognaria e di depurazione, punta l’indice FederUtility. A sottolineare la drammaticità della situazione è il «Blue Book 2009» (rapporto elaborato dall’istituto di ricerca Utilitatis): se il servizio di acquedotto rifornisce il 95,9% della popolazione italiana, con una rete totale di 337.452 chilometri, il servizio di fognatura copre l’84,7% (con una rete totale di 164.473 chilometri) e quello di depurazione arriva solo al 70,4%. In altri termini: al 15% dei cittadini mancano le fognature e a quasi il 30% i depuratori.

Il decreto della discordia
Secondo il così detto Decreto Ronchi la gestione dei servizi pubblici come spazzatura e acqua dovrà essere assegnata a società a capitale privato per il 40%, in modo da favorire l’efficienza di sistema.
In particolare, la riforma prevede che entro il 2011 decadano tutte le aziende pubbliche che non abbiano ceduto almeno il 30% del capitale a soggetti privati. Diverso il discorso per quanto riguarda le società quotate che hanno tre anni in più per adeguarsi a patto che abbiano almeno il 40% di quota di partecipazione pubblica al 30 giugno 2013, quota che scende al 30% al 2015.
Il provvedimento rende anche obbligatorio il ricorso a gare per l’affidamento dei servizi e di fatto abolisce l’assegnazione diretta a società prevalentemente pubbliche o controllate.
Attualmente in Italia la rete idrica è coperta da circa 110 gestori. Divisi tra i 91 Ato (ambito territoriale ottimale) esistenti. Grosso modo ad ogni Ato corrisponde una provincia. A crearli fu la Legge Galli del 1994. Che per la prima volta aprì anche ai privati. Oggi 64 gestori sono a totale capitale pubblico e servono oltre la metà della popolazione. Il resto è a capitale misto o privato.

I motivi della liberalizzazione
Quali sono i motivi che hanno portato all’approvazione del provvedimento? Secondo alcuni la carenza infrastrutturale. Sarebbero infatti necessari 60 miliardi di investimenti per risistemare tubature e fogne. Le infrastrutture obsolete sarebbero infatti la principale causa di dispersione idrica (su 100 litri dalla sorgente ne arrivano a malapena 63 al rubinetto di casa!!).
Le inefficienze del sistema avrebbero dunque spinto il Governo verso un riassetto liberalizzato del sistema…ma siamo sicuri che il sistema delle gare di appalto sia compatibile con grossi investimenti infrastrutturali?

In fondo, sebbene le associazioni lamentino rincari a due cifre col nuovo provvedimento (nell’ordine del 30-40%) in Italia si paga una delle bollette idriche più basse al mondo. Secondo FederUtility, attualmente la tariffa media è pari a 1,29 euro al metro cubo. Questo significa che una famiglia di tre componenti, residente a Roma, paga una bolletta complessiva di 177 euro per un consumo medio annuo di 200 metri cubi (200 mila litri) di acqua. Per lo stesso quantitativo a Tokyo si paga l’equivalente di circa 280 euro, a San Francisco poco più di 400; 430 euro a Helsinki, 560 a Bruxelles, 740 euro a Parigi, 800 a Zurigo e poco meno di 970 euro a Berlino.

L’esempio francese
Di tutt’altro avviso Parigi, dove la privatizzazione fu avviata nel 1984. Dopo aver constatato un’espansione enorme dei costi e che il livello dei servizi non è affatto migliorato, il Comune di Parigi ha deciso di procedere alla ri-municipalizzazione dell’intero servizio idrico che sarà effettiva dal 1° gennaio 2010.

Parigi ha stimato così un risparmio di 30 milioni di euro l’anno che verranno reinvestiti per migliorare la rete idrica e per stabilizzare il prezzo dell’acqua fino al 2014. In Francia l’acqua è già tornata pubblica a Grenoble e Cherbourg; altre città come Tolosa e Lione stanno valutando.

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