L’Italia non si muove: lo stipendio passa di padre in figlio

La sapienza popolare italiana lo ha sempre detto: “Tale padre, tale figlio!”. L’Ocse, adesso, certifica il tutto: in Italia è molto difficile – quasi impossibile – salire la scala sociale e molto spesso lo stipendio del padre è determinante per definire quello che sarà in futuro lo stipendio del figlio.

La ricerca Ocse
La ricerca dell’Ocse A family affair ha fotografato la situazione della mobilità sociale tra generazioni nei Paesi più sviluppati del mondo, constatando l’esistenza di una frattura sensibile tra le nazioni in cui non è difficile salire sull’ascensore generazionale (Australia, Canada e Paesi nordici in testa) e altri (come le nazioni mediterranee e Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna) dove risulta difficile cambiare la propria posizione sociale. Secondo quasi tutti i parametri presi in considerazione, l’Italia risulta nel gruppo di testa per quanto riguarda la vischiosità sociale.

Tuo padre guadagna tanto? Lo farai anche tu
Secondo le rilevazioni Ocse, nel nostro Paese lo stipendio dei figli riflette per il 50% quello dei genitori, portando a differenze marcate nei redditi a seconda delle famiglie di provenienza. In pratica, indipendentemente dalle capacità e dai meriti professionali, metà del vantaggio di reddito che un padre che guadagna molto ha su uno che guadagna poco si trasferisce comunque al proprio figlio. Sulla stessa lunghezza d’onda dell’Italia riguardo a questo indice si trovano Gran Bretagna (dove i numeri sono leggermente superiori), Francia e Stati Uniti (dove i valori sono appena inferiori). Il peso dello “stipendio di papà”, invece, non influisce per più del 20% sui guadagni del figlio in Danimarca, Australia e Norvegia.

Italia Paese immobile e ingiusto?
Il tutto, ponendo al centro dell’attenzione il nostro Paese, si risolve in uno stato di immobilismo dall’odore di diseguaglianza. In Italia i figli di laureati partono rispetto agli altri con un vantaggio che risulta molto spesso incolmabile. Nella terra di Dante, infatti, il figlio dell'ingegnere ha quasi il 60% di possibilità in più di laurearsi come papà rispetto al figlio dell'operaio e oltre il 30% rispetto al figlio del ragioniere. Tale differenza, poi, si ritroverà anche in busta paga, giacché il figlio di un laureato italiano (si laurei o meno egli stesso) guadagnerà, in media, il 50% di più del figlio di uno che si è fermato alle medie inferiori. In questo senso, peggio di noi stanno solo portoghesi e inglesi, mentre in Francia le differenze si fermano al 20% e in Austria e Danimarca, addirittura, non arrivano al 10%.

Disparità che si trasformano in inefficienze
I problemi che pongono questi dati non possono essere trascurati. Come sottolinea l’Ocse stesso, infatti: "Società meno mobili tendono più facilmente a sprecare o utilizzare male talenti e capacità. In secondo luogo, la mancata uguaglianza di opportunità può influenzare le motivazioni, gli sforzi e, alla fine, la produttività dei suoi cittadini, con effetti negativi sulla efficienza complessiva e sul potenziale di crescita dell'economia".

Bassa mobilità intragenerazionale
Inoltre, con specifico riferimento alla situazione italiana, la gravità della condizione è acuita dalla scarsissima mobilità intragenerazionale. Se, come rilevato dall’Ocse, ci sono poche possibilità che la composizione sociale si modifichi nel passaggio da una generazione all’altra, è altrettanto raro che qualcuno modifichi, nel corso della sua stessa vita, le proprie condizioni di partenza, diventando molto più ricco (o più povero). Come ha rilevato la Banca d’Italia, infatti, fra il 2000 e il 2008, meno di una famiglia ricca su 100 è diventata povera; solo una famiglia povera su 50 è diventata ricca, mentre più dell'80% dei poveri è rimasto povero o quasi e quasi il 90% dei ricchi è rimasto, più o meno confortevolmente, ricco.

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