L’inganno nel lavoro: finti soci, autonomi, ma subordinati

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Flessibilità. Negli ultimi anni tutti i lavoratori hanno imparato a fare i conti con lei, divenuta una qualità fondamentale da esibire nella ricerca del lavoro. Il lavoro subordinato stabile è passato di moda, trasformandosi in para-subordinato, a tempo determinato, a progetto e in mille altre forme. Oggi, anche questo non basta più: e l’Italia si riempie di finte partite Iva e di giovani impiegati formalmente e contrattualmente promossi a “soci” di imprese commerciali. Un meccanismo subdolo e spesso non regolare, contro il quale – in alcuni casi – si può combattere con l’aiuto del sindacato.

Basta una truffa… e il dipendente diventa autonomo
Si prenda, come esempio, il caso di una ragazza che lavora come commessa in un negozio. Il proprietario dell’impresa propone alla giovane un contratto di “associazione in partecipazione”. A occhi inesperti potrebbe sembrare una promozione, ma è necessario valutare tutto con grande cautela. Il contratto di associazione in partecipazione, infatti, attribuisce all’associato la partecipazione agli utili dell’impresa. Chi sottoscrive questo contratto, dunque, dovrebbe partecipare effettivamente al rischio d’impresa, avendo una parte attiva nel controllo della gestione economica (su cui, periodicamente, dovrebbe essere informato attraverso un rendiconto). Non sempre, però, il contratto viene rispettato come dovrebbe: se la commessa continua a svolgere un lavoro subordinato, vengono a mancare i requisiti di autonomia previsti dalla forma contrattuale. In tal caso, si è in presenza di una truffa, con cui l’imprenditore cerca di liberarsi dall’obbligo di pagare liquidazione e contributi sanitari e pensionistici a quelli che, a conti fatti, rimangono suoi dipendenti.

Se il lavoro autonomo… è finto
Bisogna ricordare, infatti, che quando nella quotidianità del lavoro permane un reale vincolo gerarchico, conservando all’imprenditore la capacità di impartire direttive e istruzioni, ci si trova di fronte a un rapporto di lavoro subordinato. Se è questo ciò che si verifica, dunque, la nostra commessa, nonostante contrattualmente figuri come una lavoratrice autonoma, rimane una dipendente subordinata.

Aspetti spiacevoli dell’inganno
Questa discrepanza tra inquadramento contrattuale del lavoratore e reali caratteristiche del rapporto di lavoro ha alcune conseguenze davvero spiacevoli. Il lavoratore, che formalmente dovrebbe godere di autonomia ed esercitare un certo controllo sull’andamento dell’attività, si trova a dovere rispettare un preciso orario di lavoro, a giustificare le assenze per malattia e a dovere richiedere le ferie, senza che nel contratto che ha sottoscritto sia specificato nulla in proposito.

Come comportarsi
Se ci si trova in un caso simile, si può valutare l’opportunità di rivolgersi a un sindacato per essere aiutati nel compiere i passi necessari per ottenere il riconoscimento dei propri diritti.

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