La disoccupazione giovanile (vista da un blindato in fiamme)

Critichiamoli, dunque, i giovani che protestano. Non è difficile bacchettare chi fa mostra di rabbia; con le spalle coperte, è semplice e immediato ravvisare l’errore di chi scivola nella violenza, cedendo agli eccessi. Molto più complesso, invece, è il tentativo di comprendere il malessere che non ti arma di bastoni e bombe carta, ma ti porta in piazza e, se non lenito, ti lascia esposto alle correnti che soffiano (qualunque esse siano). Un buon punto di partenza per tale esercizio potrebbero essere le ultime rilevazioni Ocse: numeri che, se non giustificano, quantomeno inquadrano l’agitazione di questi giorni.

Disoccupazione giovanile, ormai è allarme
Non sono tempi facili per nessuno, ma per i giovani è tutto ancora più complesso. In uno studio sulla disoccupazione giovanile, l’Ocse accerta che dall’inizio della crisi nell’area Ocse ci sono 3,5 milioni di disoccupati in più.

Il conto, che già prima della recessione non era lusinghiero, si aggrava ulteriormente. In totale, ora, sarebbero 16,7 milioni i giovani intrappolati nella definizione “Neet”, cioè quanti non studiano e non lavorano. Tra questi, 6,7 milioni sarebbero ancora alla ricerca dell’occupazione e addirittura 10 milioni sarebbero tanto scoraggiati da aver abbandonato ogni tentativo.

Se sono scoraggiati, i giovani hanno qualche ragione: la stessa Ocse, nell’area di suo interesse, si aspetta un tasso di disoccupazione giovanile pari al 18% nel 2011 e al 17% nel 2012;, una vera e propria esplosione rispetto al già considerevole 8,6% registrato a ottobre.

In un contesto generalmente fosco, la situazione italiana è particolarmente grave. Il nostro Paese, infatti, è il penultimo per tasso di occupazione giovanile in tutta l’area Ocse. Nello Stivale, solo il 21,7% dei giovani tra 15 e i 24 anni è occupato, mentre la media Ocse è pari al 40,2%. Peggio di noi, tra i Paesi Ocse, solo l’Ungheria (18,1%). Un surplus di amarezza, inoltre, è regalato dalla considerazione che, tra la minoranza dei giovani occupati, il 44% ha un contratto precario.

I numeri e la piazza
Nessun collegamento diretto, sia chiaro, sussiste tra le manifestazioni romane dei giorni scorsi e questi numeri. È indubitabile, però, che la violenza – giustamente condannata e da condannare – trova appiglio e riparo in un corpo sociale scoraggiato che sente di non avere nulla da perdere. Prima di archiviare violenza e proteste in un unico fascio indistinto, chiediamoci: “E se anche noi fossimo Neet con un futuro precario davanti?”. Prima o poi bisognerà rispondere a una generazione che pensa di non avere nulla, dopo che altri le hanno smarrito il futuro.

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