Federalismo sanitario, quanto ci costa?

Costi sanitari Quanto vale la salute? Dipende da regione a regione. Le analisi ambulatoriali in Puglia costano in media il 56% in più che in Emilia Romagna, le visite specialistiche in Piemonte sono più care dell’82% rispetto all’Umbria e i prelievi di sangue arrivano a far registrare differenze del 1000% da regione a regione. Sono questi i dati su cosa può produrre il federalismo sanitario presentati in un’indagine da Altroconsumo.

L’analisi dell’associazione ha passato al setaccio i tariffari 2009 delle varie regioni, analizzando le 31 prestazioni ambulatoriali più richieste divise fra visite specialistiche, esami di laboratorio e diagnostici.

Il “prelievo” sanitario
Prendendo come riferimento le analisi del sangue Altroconsumo evidenzia disparità regionali nell’ordine del 1000%. Se infatti fare un prelievo in una struttura pubblica o convenzionata del Lazio può costare 52 centesimi, la stessa analisi eseguita nelle Marche arriva a raggiungere i 6 euro e 20 centesimi.

Non va meglio alle visite ginecologiche: se in Umbria la media si aggira sui 16 euro, le piemontesi sono chiamate a pagare – per la stessa prestazione - più di 30 euro ( circa l’82% in più). E così anche per le radiografie al polso, in Veneto si possono fare per 28 euro, ma facendo qualche chilometro in più ed arrivando in Emilia Romagna, potremmo pagare lo stesso esame la metà.

Il male di tutti i mali
Altroconsumo attribuisce le divergenze al federalismo fiscale in materia sanitaria. Molte regioni, trascinate dal deficit di bilancio, si sono infatti viste obbligate nel tempo ad innalzare le tariffe sulle prestazioni ambulatoriali.

L’attuale sistema prevede che il Ssn riconosca per ogni prestazione alle regioni non l'intero costo ma la "tariffa massima", stabilita con il decreto del ministero della Sanità del 22 luglio 1996. Se la somma che le regioni riconoscono alle strutture private convenzionate è superiore alla tariffa nazionale, la differenza resta a carico dei bilanci regionali.

Se, ad esempio, il massimale di costo attribuito dal SSN all’esame delle urine corrisponde a 1,14 euro ma in Piemonte la prestazione viene a costare 4,60 euro, il differenziale deve essere sostenuto dalle addizionali regionali, ricadendo quindi sulle imposte dei cittadini.

Oltre alla tasse c’è di più
Ma non finisce qui. Il contribuente infatti sostiene le prestazioni mediche due volte. Con le imposte e pagando il ticket. Per ogni ricetta si paga un massimo di 36,15 euro nella maggior parte delle regioni, ma ci sono anche realtà nelle quali il prezzo è più alto, ad esempio in Sardegna si arriva ai 46,15 euro. Per ciascuna ricetta, quindi, il ticket funge da tetto massimo a carico del cittadino. A due condizioni però. Ogni ricetta può contenere fino ad un massimo di 8 prestazioni. E le prestazioni contenute in una stessa ricetta devono riguardare una stessa branca (cardiologia, oculistica, oncologia etc.). Altrimenti si necessita di più ricette ovviamente con un lievitare della spesa a carico del cittadino. A rendere ulteriormente confusa e disomogenea la situazione contribuisce il fatto che alcune regioni abbiano inserito nel proprio nomenclatore ulteriori branche, dalla diabetologia alla medicina dello sport.

In sostanza si tratta di una vera e propria giungla tariffaria dove pochi sono gli esempi virtuosi.

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