Meglio una laurea "inutile" o una qualifica professionale?

Il presidente del Censis, Giuseppe De Rita, critica con forza "il mito del figlio laureato". In un'intervista in edicola domani su Il Sole 24 Ore arriva l'attacco alle "lauree inutili" con uno slogan molto diretto: "Meglio un giovane carrozziere che un laureato in nulla". Il riferimento è a quei corsi di laurea, specialmente quelli umanistici, che garantiscono scarse possibilità di inserimento nel mondo del lavoro e un reddito basso anche quando la ricerca di un impiego ha un esito positivo.

Secondo De Rita "è il lavoro che forma, solo il lavoro, occorre affiancare il giovane, insegnargli un mestiere, il resto sono tutti discorsi astratti e inutili". Il discorso è antico, in Italia mancano percorsi chiari di formazione e inserimento professionale, forse è anche per questo che continua a prevalere il "mito del figlio laureato" a tutti i costi, a prescindere dalla concretezza delle discipline universitarie.

Il ruolo di ammortizzare sociale indiretto svolto dallo Stato con la pubblica amministrazione (e la scuola in particolare) è azzerato con la crisi, i tagli degli insegnanti, la loro costante precarizzazione porta a rendere centinaia di migliaia di laureati in discipline umanistiche dei perenni disoccupati. Il sistema andrebbe ripensato, ma siamo sicuri che questi slogan di sicuro effetto mediatico siano veramente d'impulso a questo processo?

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