La crisi non colpisce le imprese cinesi in italia

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È dal 2002 che l’imprenditoria cinese sta letteralmente volando, con una crescita del 150% e in alcune regioni meridionali come Molise, Calabria e Basilicata, i ritmi sono addirittura quadruplicati fino a toccare punte del 400%. In termini assoluti però il maggior numero di imprenditori cinesi si concentra soprattutto al nord: in Lombardia (10.998), seguita da Toscana (10.503) e Veneto (6.343).

Il Centro studi degli artigiani di Mestre (Cgia) ha calcolato che tra il 2009 e il 2010 gli imprenditori cinesi sono aumentati dell’8,5%, superando così la soglia delle 54mila unità. Un aumento ancora più significativo se si considera che nello stesso periodo invece le imprese italiane sono diminuite dello 0,4%. Non è una novità però, i dati infatti fotografano un trend in crescita da anni e diversamente da quanto si pensi, non solo nel settore tessile e non solo al nord.

Le cause di un simile fenomeno sono molteplici e in alcuni casi strettamente connesse alle dinamiche stesse della crisi. L’abilità imprenditoriale dei commercianti cinesi infatti non è certo una novità di questi anni. “Hanno alle spalle una storia millenaria di successo” spiega il segretario della Cgia Giuseppe Bortolussi “in particolar modo nel commercio e nel settore tessile”, ma la spiegazione non è tutta qua. Alcune di queste attività riescono infatti ad abbattere i costi di produzione perchè spesso operano in condizioni di illegalità, soprattutto per quanto riguarda le condizioni di lavoro, “eludendo gli obblighi fiscali e contributivi, le norme di sicurezza e senza nessun rispetto dei più elementari diritti dei lavoratori occupati”.

Queste aziende hanno però giovato della sponda fornita da molti imprenditori italiani che spesso hanno semplicemente chiuso un occhio sulle realtà illegali all’origine di una simile riduzione dei costi. I famosi ‘laboratori cinesi’, quelli che puntualmente vengono scoperti e chiusi dalle inchieste della guardia di finanza, lavorano spesso per committenti italiani. Un dato che la Cgia non manca di sottolineare: “Se queste imprese si rivolgessero a subfornitori italiani, questa riduzione dei costi non sarebbe possibile”.

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