Coldiretti: nel 2013 +9% di giovani assunti nel settore agricoltura

I giovani preferiscono gestire un agriturismo piuttosto che lavorare in banca o in una multinazionale.

Se una volta si definivano braccia rubate all'agricoltura coloro che svolgevano lavori intellettuali senza esserne all'altezza, oggi il ritorno ai campi potrebbe essere la salvezza di molti giovani che pur avendo studiato non riescono a trovare lavoro.

L'agricoltura, infatti, è una delle eccellenze italiane ed è l'unico settore in controtendenza: mentre ovunque la crisi fa calare consumi e occupazioni, nei primi tre mesi del 2013 il settore agricolo ha registrato un aumento del 9% delle assunzioni di giovani under 35 e una variazione tendenziale positiva del Pil del +0,1%. L'aumento degli occupati dipendenti complessivi è dello 0,7% e come ha fatto notare Sergio Marini, presidente della Coldiretti, durante l'Assemblea nazionale, grazie al ricambio generazionale in agricoltura ben 200mila giovani potrebbero essere impiegati nel lavoro nelle campagne.

Fortunatamente è in atto una sorta di rivoluzione culturale, tanto che, mentre in passato la vita in campagna era percepita come sinonimo di arretratezza e di ritardo rispetto alla città, oggi, secondo un sondaggio della stessa Coldiretti con Swg, il 38% dei giovani preferirebbe gestire un agriturismo piuttosto che diventare impiegato in una multinazionale (lo farebbe il 28%) o in banca (solo il 26%).

E il ministero dell'Istruzione e dell'Università ha divulgato i dati relativi alle iscrizioni al primo anno delle scuole superiori dai quali si evince che c'è stato un boom del 29% di iscrizioni negli istituti professionali agricoli e del 13% negli istituti tecnici di agraria, agroalimentare e agroindustria.

Tutti dati confortanti, che fanno intravedere nell'agricoltura una delle ancore di salvezza del nostro Paese così pieno di risorse da questo punto di vista e anche tanto apprezzato all'estero per i suoi prodotti di qualità, ma c'è un'ombra ed è dovuta al fatto che molti marchi storici dell'agroalimentare italiano sono passati in mani straniere per un fatturato totale che dall'inizio della crisi a oggi ammonta a ben dieci miliardi di euro. In Italia sono dunque diventate più semplici le acquisizioni dei marchi da parte di stranieri e allora ecco la cessione del 25% del riso Scotti o la produzione del vino Chianti nel cuore della Docg Gallo Nero che è diventata proprietà di un imprenditore cinese.
Secondo Marini è indispensabile

"accelerare nella costruzione di una filiera agricola tutta italiana che veda direttamente protagonisti gli agricoltori per garantire quel legame con il territorio che ha consentito ai grandi marchi di raggiungere traguardi prestigiosi"

per scongiurare la chiusura degli stabilimenti italiani e il trasferimento della produzione all'estero da parte delle multinazionali.

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