Dall'Imu alla Iuc: l'importante è pagare (e sciogliersi la lingua)

Dall'Imposta unica comunale sarà esentata la prima casa ad esclusione dei beni di lusso ma sul nome il caos è totale

Imu, Trise, Tasi, Tari, Iuc: per ottenere un sicuro effetto inebriante basterebbe leggersi l'elenco dei fantasiosi e crudi acronimi con cui il governo tenta di barcamenarsi nella proposta di service tax contenuta nella legge di Stabilità. Uno scioglilingua che grida vendetta: dopo che la Tari è stata letteralmente soffocata nella culla viene ora proposta la Iuc, Imposta unica comunale in tre parti, immobiliare (dunque patrimoniale, con esenzione per la prima casa), servizi e rifiuti, 500 milioni ai sindaci, da destinare alle detrazioni sulle abitazioni principali soprattutto per le famiglie più deboli.

Insomma, sulla carta tra cambi di nome, cambi di numeri e ricerche di copertura, la fantasia si spreca e, anzi, sembra in piena competizione con se stessa: nel frattempo gli italiani, dai giornalisti agli economisti passando dalla casalinga di Voghera, dall'operaio di Arese e dall'impiegato palermitano, ci capiscono sempre meno o, meglio, si confondono sempre più.

Prima di tutto c'è da precisare che, al momento, le tasse restano invariate e il governo continua ad annaspare per sciogliere il nodo gordiano per le coperture sulla spesa (anche quella corrente): i proclami sensazionalistici sull'abolizione dell'Imu (della Tari, della Iuc o di chi per loro) sono anch'essi carta per rotative perchè di decisioni non ne sono state ancora prese.

Prendiamoci un attimo, un analgesico, e ricapitoliamo; prima c'era l'Imu e tutti la odiavano: poi questa venne uccisa dalla più corposa Trise, che al suo interno era composta dalla Tari e dalla Tasi), data per certa fino a poco fa ma messa a rischio dalla nascita, abortita, della Tuc. Oggi si è partorita la Iuc.

Imu-Trise-Tari-Tasi-Tuc-Iuc. Ripetetelo ad libitum.

Di cosa parliamo? Di carta (quella usata per stampare gli euro e quella usata per scrivere le proposte), belle speranze e ordinatissimo caos. Nel concreto però è necessario mettersi l'animo in pace (e una mano al portafogli): qualcosa bisognerà pur cacciarla.

Insomma, tutto un grande processo alle intenzioni che però non mette a nudo nulla e, anzi, confonde proprio sulle reali intenzioni: fare cassa? Investire? Onorare il debito? Capitalizzare banche in difficoltà?
La sensazione è che sia tutta una questione di fonetica: in mancanza di denaro sonante al ministero dell'Economia tentano di far suonare le parole, cercando la melodia più adatta per indorare la pillola al contribuente, che di patrimoniale non ne vuole proprio sentire parlare.

E allora musica, musicanti: il Gattopardo non è mai stato così tanto in forma.

  • shares
  • +1
  • Mail