Accertamenti bancari sui prelievi sospetti: linea dura

Accolto dalla Cassazione un ricorso delle Entrate contro una decisione della Commissione tributaria regionale di Trieste.

Con l’ordinanza numero 10386 emessa ieri 13 maggio 2014 la Corte di Cassazione, accogliendo un ricorso dell’Agenzia delle entrate, ha stabilito che gli amministratori di una società semplice sono obbligati a versare le imposte sui prelievi di denaro ritenuti sospetti, cioè frutto di ricavi in nero, anche in relazione a movimenti sotto la soglia di 1.000 euro e anche se le movimentazioni sono state giustificate con sopravvenute esigenze di famiglia.

Sulle verifiche bancarie non è più tempo di linea soft, insomma. Il Collegio di legittimità degli ermellini di Piazza Cavour, ha così inteso correggere la decisione presa dalla Commissione tributaria regionale di Trieste che aveva annullato gli atti impositivi in base alla giustificazione fornita dal contribuente: i movimenti bancari finiti nel mirino erano serviti per esigenze familiari.

Il verdetto di merito, come riporta Italia Oggi, è stato però capovolto dalla Cassazione che ha spiegato come in caso di accertamenti Iva e delle imposte sui redditi su società di persone a ristretta base familiare i controllori, in base alla legge, possono e devono avvalersi dei dati risultanti dalle verifiche di conti correnti bancari intestati ai soci, riferendo alla società in questione i movimenti eseguiti tenendo sempre in considerazione i rapporti di parentela che possono far ipotizzare una concreta sovrapposizione tra interessi economici personali e societari.

L'ordinanza della Cassazione ricorra che l’ufficio finanziario, in questo caso la Ctr di Trieste, è legittimato a reperire a usare tali informazioni in base ai poteri stabiliti dall’articolo 51, secondo comma, numeri 2 e 7, del DPR n. 633 del 26 ottobre 1972.

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