Maturità 2014, nuove responsabilità sotto il profilo socio-economico

Uno dei temi-articolo di giornale parla di economia e società.

A man looks for job opportunities on new

Maturità 2014, tema impegnativo fra le tracce della prima prova proposte agli studenti impegnati da oggi con gli esami di maturità. Si parla di nuove responsabilità sotto il profilo socio-economico

La traccia

ARGOMENTO: Le nuove responsabilità.

«Tanto la storiografia quanto la climatologia hanno tratto un grande impulso dall’atterraggio sulla Luna del 1969. Fu allora, infatti, che la fragilità della terra divenne visibile. Da quel momento la protezione della natura e dell’ambiente ha acquistato un’importanza sempre maggiore, assumendo anzi il carattere di una vera e propria industria. Le associazioni e le istituzioni ambientaliste lavorano sulla base di campagne di sensibilizzazione che, quanto a professionalità, non sono seconde a quelle delle multinazionali. In particolare, a partire dagli anni novanta il timore del Riscaldamento globale ha rimpiazzato i precedenti, come quello per la Moria dei boschi o quello per il Buco nell’ozono. Ora, per la prima volta, alla sbarra non è più solo l‟industria, ma ogni consumatore finale. In pratica ogni abitante della Terra è colpevole: il boscimano sudafricano, che incendia la savana per cacciare o per guadagnare terreno coltivabile, e il fazendero argentino, i cui manzi producono metano, il coltivatore di riso a Bali e il banchiere cinese, che fa i suoi affari in uno studio dotato di aria condizionata.»

Wolfgang BEHRINGER, Storia culturale del clima, Bollati Boringhieri, Torino 2013 (prima ed. originale 2007)
«Crescita demografica e scelta coercitiva.

"Anche se le paure maltusiane di lungo periodo per la produzione alimentare sono infondate, o almeno premature, ci sono però buone ragioni per preoccuparsi, in generale, per il tasso di crescita della popolazione mondiale. Non si può dubitare che, nell’ultimo secolo, questo tasso abbia notevolmente accelerato: la popolazione mondiale ha impiegato milioni di anni per raggiungere il primo miliardo, poi in 123 è arrivata al secondo, al terzo in 33, al quarto in 14, al quinto in 13, e secondo le proiezioni delle Nazioni Unite il sesto promette di arrivare in altri 11. Il numero degli abitanti del pianeta è cresciuto di 923 milioni solo nel decennio 1980-90, e questo aumento corrisponde quasi alla popolazione complessiva di tutto il mondo all‟epoca di Malthus. Quanto agli anni Novanta, al loro termine pare non abbiano registrato un’espansione molto inferiore. Se un simile andamento proseguisse, la terra, sicuramente, sarebbe sovraffollata in modo spaventoso prima ancora della fine del ventunesimo secolo. Molti segni indicano in modo chiaro, tuttavia, che il tasso di crescita della popolazione mondiale sta cominciando a rallentare, per cui dobbiamo chiederci: si rafforzeranno le ragioni della frenata? E, in caso affermativo, a quale ritmo? E non meno importante è un’altra domanda: è necessario un intervento pubblico per agevolare il rallentamento?"

Amartya SEN, Lo sviluppo è libertà. Perché non c’è crescita senza democrazia, Mondadori, Milano 2012 (ed. originale 1999)

"L’apprendistato della coesistenza con l’altro, l’escluso dalla costruzione della nostra tradizione, ci inizia a una coesistenza mondiale che corrisponde a una delle sfide della nostra epoca. Aprire uno spazio all’altro, a un mondo differente dal nostro, all’interno stesso della nostra propria tradizione, è il primo, e il più difficile, gesto multiculturale. Incontrare lo straniero fuori dalle nostre frontiere è relativamente facile, e soddisfa anche le nostre aspirazioni, finché possiamo rientrare da noi e appropriarci fra noi ciò che abbiamo così scoperto. Essere costretti a restringere e modificare questo «da noi», il nostro modo di essere «a casa», è molto più difficile, soprattutto senza che ciò provochi un’infedeltà a noi stessi. […] Finché l’altro non sarà riconosciuto e rispettato come ponte fra natura e cultura, com’è, prima, il caso per l’altro genere, ogni tentativo di mondializzazione democratica resterà un imperativo morale senza realizzazione concreta. Finché l’universale non sarà considerato essere due, e l’umanità un luogo di coesistenza culturalmente feconda fra due generi irriducibilmente differenti, sempre una cultura vorrà imporre il suo colore ed i suoi valori all‟altro, anche mediante la sua morale e la sua religione."


Luce IRIGARAY, Condividere il mondo, Bollati Boringhieri, Torino 2009 (ed. originale 2008)

"Ogni essere umano deve disporre di una “cittadinanza mondiale”. Nessuno deve essere più “apolide”. Ciascuno deve sentirsi a casa propria sulla terra. Chiunque deve avere il diritto di lasciare il proprio paese d’origine e di essere accolto, almeno temporaneamente, in qualsiasi altro luogo. […] Reciprocamente, ogni essere umano ha dei doveri nei confronti degli altri essere umani, delle generazioni che verranno, delle altre specie viventi e del pianeta. L’umanità ha in particolare il dovere di mostrare empatia verso le generazioni future e verso le altre specie necessarie alla sua sopravvivenza. Deve quindi considerare come suo dovere creare le condizioni perché le prossime generazioni e le altre specie possano esercitare i loro diritti. Deve disporre di un accesso a tutte le sue risorse e, in particolare, alla ricchezza accumulata."


Jacques ATTALI, Domani, chi governerà il mondo?, Fazi Editore, Roma 2012 (ed. originale 2011)

Nuove responsabilità sotto il profilo socio-economico

Svolgimento

Oggi, ancor più che nell'ultimo decennio del Novecento, la sinergia tra le attività economiche e la società è forse una delle sfide più complesse e delicate che l'uomo del XXI Secolo si trova a dover affrontare.

La grande sfida che da diversi decenni l'umanità ha di fronte riguarda proprio il rapporto economia e società, in un mondo in cui i parametri economici sono diventati il totem di governi, Stati nazionali e comunità di persone, spesso a discapito di quella che anacronisticamente potremmo definire "qualità della vita".
Se il cosiddetto Secolo Breve può essere ricordato per aver spinto l'economia ai suoi limiti estremi, in particolare nell'ultimo ventennio, i primi anni Duemila hanno rappresentato la raccolta dei frutti di quel turbocapitalismo novecentesco che, osservando le dinamiche sociali nel mondo globalizzato, ha portato forse più danni che benefici. In questo senso, le nuove responsabilità dei governi sul piano socio-economico riguardano proprio la conquista, mai ottenuta, di un reale rapporto fiduciario tra il libero mercato e persone.

Dal 2000 infatti la forbice tra ricchezza e povertà è andata aumentando in quello che è un vero e proprio "spread" di civiltà: in particolare dal 2007 (l'anno in cui l'economia americana ha cominciato a vacillare, prima del tracollo delle principali finanziarie nel 2008) questa distanza è andata aumentando, non solo nel mondo cosiddetto "occidentale": l'economia cinese, ad esempio, che da metà degli anni '90 vede una crescita in doppia cifra, ha visto crescere enormemente la distanza tra nuovi ricchi e nuovi poveri.

Osservando gli esempi delle economie dei paesi BRICS (Brasile, Russia, India e Cina) si nota chiaramente la profonda frattura sociale che il turbocapitalismo improntato unicamente alla crescita ed ai parametri economici ha generato: quanto succede a margine dei Mondiali di Calcio in Brasile, con proteste di piazza spesso anche violente, è solo la cartina tornasole di questo solco che attraversa la società brasiliana (e mondiale).

Nel suo libro "No Logo", uscito proprio all'inizio degli anni Duemila, Naomi Klein metteva in guardia il mondo che andava globalizzandosi senza regole, puntando tutto (risorse economiche, umane e culturali) sui parametri economici della crescita, sul mercato, sul profitto: avere i "conti in ordine" non significa avere una società omogenea, culturalmente solida e radicata ed economicamente autonoma. Questo problema, inizialmente sociale e quindi materia per la chiacchiera da bar, è diventato oggi un problema politico che si incarna drammaticamente nel distacco dei cittadini dalla vita politica, quasi un rigetto della società per i propri rappresentanti (con quasi la metà degli aventi diritto al voto che, in Europa, non vanno più a votare).

L'unione a doppio filo tra il mondo dell'economia e quello della politica (un'unione spesso clientelare) ha infatti allontananto la società dalla vita pubblica: oggi la stessa società, in Europa come altrove, presenta un conto socio-economico piuttosto salato ai propri governi, che si trovano a dover raccogliere il frutto del turbocapitalismo degli anni '90: milioni di disoccupati (che economicamente parlando sono un peso per gli Stati), gioventù iper-formata ma disillusa e demotivata, una spesa sociale insostenibile.

Basterebbero questi tre elementi per dimostrare l'assoluta necessità di un'attenzione maggiore alle problematiche sociali (e all'uomo in quanto tale) da parte dell'economia di mercato, attenzione che non può avvalersi unicamente con un ulteriore aumento della spesa sociale: se l'assistenzialismo può, nel breve periodo, contenere il malcontento e calmare le acque dei mari politici in tempesta, nel lungo periodo questa visione delle politiche di welfare ed economiche non può che aumentare, esponenzialmente, la spaccatura all'interno della società.

Da un lato chi è disoccupato, sussidiato e senza speranza, dall'altro chi muove denari e poteri con facilità, tra gli alti e i bassi del turbocapitalismo: oggi più di ieri c'è chi conta il denaro e chi lo pesa; eppure esistono esempi virtuosi di come la società non cerchi assitenza ma dignità e responsabliità: il microcredito, ad esempio, ha percentuali di insolvenza bassissime. Un segnale, questo, che mostra come la società chieda responsabilità assistenziale e non assistenzialismo fine a se stesso, di come servano spinte economiche e non sostegni. Sono questi gli obiettivi sociali che l'economia di mercato e la politica dovrebbero rincorrere.

Nonostante esistano gli esempi virtuosi i governi europei (e non solo) sembrano aver intrapreso una direzione differente, cercando di omologare speranze e aspettative della società, come quando negli anni '60 il boom economico creò, in Italia, la cosiddetta "middle-class", quella borghesia impiegatizia che ha chiuso le borgate ed aperto le periferie/conigliere: si cerca la soluzione dello spread sociale nel pensiero unico, un "metodo" economico (e anche qui il richiamo a "No Logo" è d'obbligo) applicato negli anni '90 per una "crescita" che si è rivelata eterea, fragile, irresponsabile.

Si creano aspettative e desideri, l'economia del futile ha spesso il sopravvento su quella della necessità creando un mondo in cui le persone possiedono il superfluo (a rate) ma mangiano una volta al giorno. Questo ha di fatto deresponsabilizzato la società, che non si scandalizza dello sfruttamento intenso e scriteriato delle risorse naturali, che trova sempre più "normale" lo sfruttamento del lavoro nei paesi emergenti, che non si indigna più di fronte alle guerre energetiche mascherate da interventi umanitari.

L'alternativa al turbocapitalismo economico nella società dei consumi globali è, forse, la cultura della diversità nell'economia del particolare, un'economia in cui i parametri economici rappresentano una linea guida e non un totem, in cui l'attenzione all'uomo sia come essere umano e non più come consumatore, cercando di ascoltarne le esigenze e non di crearne i desideri, veicolandoli, controllandoli, sublimandoli.
In questo senso ci sono, anche in Europa, esempi virtuosi: la share economy, ad esempio, è un ottimo esempio di collante nella società, che deve auto-organizzarsi per lo sfruttamento di beni materiali e immateriali che vengono messi in comune (siano questi un'automobile in città, una casa-vacanze in montagna, una connessione internet o un orto urbano), ma per la quale occorrono investimenti economici iniziali che i governi attualmente non sono in grado, o non vogliono, erogare. Valorizzare le diversità culturali all'interno della società, allontanando quell'omologazione globale conseguenza del turbocapitalismo, è forse la principale responsabilità che governi e mercati hanno nel mondo moderno, una responsabilità che presuppone obiettivi diversi da quelli perseguiti oggi.

La grande responsabilità che mercati e politica hanno oggi è quella di riportare al centro dell'economia l'uomo, che oggi gravita attorno ai crudi numeri cercando di interpretarli e di adeguarsi a questi: creare valore nelle contraddizioni e nella diversità in un mondo che non riuscendo a comprendersi oggi tende ad omologarsi.

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