L'Argentina verso la bancarotta, due giorni per evitare il default

Per trovare l'accordo con gli hedge funds USA c'è tempo fino alla mezzanotte di domani.

Si è fatto in fretta a parlare di "rinascita Argentina" dopo il crack finanziario del 2001; sono passati 13 anni e il paese sudamericano sembra essere a un passo dal secondo default. Entro la mezzanotte di domani, mercoledì 30 luglio, il governo dovrà trovare un accordo con due fondi d'investimento statunitensi, a cui il paese deve 1,33 miliardi di dollari, come confermato da una sentenza. Se l'accordo non si troverà, l'Argentina dovrà nuovamente dichiarare bancarotta.

Le trattative fino a questo momento non hanno portato accordi, ma già nella giornata di oggi ci sarà un nuovo incontro nel tentativo di scongiurare lo scenario peggiore. Si incontreranno a New York delegati del governo argentino, tra cui il ministro delle Finanze, Pablo Lopez, e i rappresentanti degli hedge funds USA, con la mediazione di Daniel Pollack, l'uomo designato dal tribunale. In casi di questo tipo, solitamente, si trova sempre un accordo e sempre in extremis, ma questa volta potrebbe andare diversamente, perché l'Argentina avrebbe qualche vantaggio a dichiarare il default.

Il tutto risale proprio al 2001, quando l'Argentina dichiarò la propria insolvenza nel pagare i debiti dei cittadini pari a circa 100 miliardi. Si passò alla ristrutturazione del debito, emettendo nuovi titoli di stato con rendimenti inferiori (nel 2005 e nel 2010) a vantaggio di coloro i quali non avevano ricevuto i loro interessi in seguito al crack. Oltre il 90% degli investitori accettarono lo scambio, ma tra i "ribelli" c'era anche il fondo di investimenti speculativo NML, controllato dalla Elliot Management di proprietà del miliardario statunitense Paul Singer, che decise di ricorrere alla giustizia.

E la Corte Suprema degli Stati Uniti ha deciso: quei soldi vanno pagati. Non solo: l'Argentina deve al fondo d'investimenti il 100% di quanto non pagato in seguito al crack del 2001. Una sentenza che il paese considera quanto meno insolita, visto che penalizza fortemente chi ha accettato lo scambio e potrebbe portarlo a chiedere di avere anche nel loro caso il 100% di quanto pattuito prima del default. Ma perché l'Argentina è costretta a obbedire a una sentenza di un giudice statunitense?

Il fatto è che il giudice Thomas Griesa ha ordinato alla Banca di New York di congelare i 800 milioni di dollari depositati da Buenos Aires. E quindi se l'Argentina non pagherà gli hedge funds, non avrà nemmeno i soldi per pagare i creditori che avevano accettato lo scambio pur di non perdere tutti i loro soldi. Difficilmente si troverà un accordo, anche perché l'Argentina ha tutto l'interesse a evitare che da parte degli altri creditori arrivino rivendicazioni simili (costringendola quindi a pagare molti soldi in più degli 800 milioni congelati). Lo scotto da pagare in caso di default, ovviamente, sarebbe l'inaffidabilità finanziaria, che già adesso impedisce al paese di finanziarsi sui mercati internazionali.

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