Come funziona e cosa prevede il modello tedesco del lavoro

Minijobs, Agenzia federale per l'impiego, sussidio univerale; così la Germania ha rilanciato il mercato del lavoro.

Il modello tedesco è (o dovrebbe) essere alla base del jobs act, la riforma del lavoro che il governo Renzi sta faticosamente provando a portare avanti scatenando la rivolta del suo stesso partito. Un modello basato su una forma di flexsecurity che mette avanti a tutto la facilità di trovare lavoro più che l'impossibilità di perderlo. Come si dice spesso: "Tutelare il lavoratore, non il lavoro".

E quindi, cosa prevede, come funziona il modello tedesco? Innanzitutto non si può non dire che dal 2004, quando le nuove norme sono entrate in vigore, la disoccupazione in Germania è scesa drasticamente, passando dal 10/12 al 5/6% a seconda delle stime. E va detto anche che in termini generali il tutto è improntato a un mix di flessibilità, servizi per aiutare chi cerca impiego efficienti e regole che obbligano i disoccupati ad accettare il primo lavoro pena la perdita graduale dei sussidi. Il punto più controverso di quello che è stato chiamato "miracolo occupazionale tedesco" è però rappresentato dai minijobs, che abbattono la percentuale di disoccupati senza però consistere in un vero e proprio lavoro.

Minijobs. Si tratta di lavori instabili, precari, che per legge sono pagati 450 euro al mese, sui quali le aziende non pagano tasse e contributi. Vi fanno ricorso oltre 5/7 milioni di tedeschi, principalmente studenti, che ottengono un compenso basso a fronte di un lavoro part-time (anzi meno, si tratta di 15 ore a settimana), a cui va sommato - se necessario - il reddito minimo garantito, oltre a prevedere agevolazioni per il pagamento dell'affitto. Lo strumento, oltre a rendere più facile trovare un lavoro nel momento del bisogno, è anche servito per far emergere dal nero una consistente fetta di lavoratori.

Sussidi di disoccupazione universale. In Germania, provocatoriamente, più che di welfare si parla ormai di workfare. Questo perché una parte importante del modello tedesco del lavoro è rappresentato dall'Agenzia federale per l'impiego. Un'agenzia in cui lavorano 90mila dipendenti (nel corrispettivo italiano, i centri per l'impiego, lavorano 14mila persone) che si occupa delle politiche attive per trovare lavoro ai disoccupati. E la cosa funziona: anche se molte polemiche ha suscitato il fatto che per continuare a godere del sussidio di disoccupazione (che viene esteso a tutti coloro i quali dimostrano di stare cercando un lavoro) bisogna accettare il primo lavoro che viene trovato. E a volte si tratta di lavori malpagati se non addirittura gratuiti, ragion per cui l'Spd, nella nuova grande coalizione, ha imposto alla Cdu che venga fissato per un legge un salario minimo di 8,5 euro lordi.

Sindacata in azienda. In Germania i sindacati sono parte integrante delle aziende, non corporazioni esterne a esse. Per questa ragione c'è meno tensione all'interno delle aziende e le trattative diventano più fluide e meno conflittuali, anche quelle legate agli aumenti salariali. Si tratta di una cogestione, in cui il sistema di relazione industriale e sindacale è partecipativa e collaborativa. I sindacati, quindi, rappresentato ognuno una società; il risultato che ci sono dieci volte meno scioperi che in Francia. Storicamente, questa è una delle peculiarità del sistema tedesco.

I licenziamenti. In caso di licenziamento illegittimo è prevista la possibilità del reintegro, che può essere sostituito da un indennizzo. I contratti tradizionali a tempo determinato e indeterminato prevedono infatti una sorta di articolo 18 che disciplina i licenziamenti a partire dalle aziende con più di dieci dipendenti. Aspetto, questo, che sembra dare ragione a chi ritiene che non sia il "totem" dello Statuto dei Lavoratori a bloccare la ripresa italiana. Una differenza importante però c'è: in Italia si guarda solo ed esclusivamente al comportamento del datore del lavoro per decidere di un eventuale reintegro, mentre in Germania il giudice pone molta attenzione alla concreta praticabilità di reintegrare il lavoratore; altrimenti si decide per l'indennizzo.

Contratti di lavoro. Le parti sociali tedesche, nei singoli territori e nelle singole aziende, hanno stipulato nuovi contratti in luogo degli accordi collettivi nazionali. Questo ha fatto sì ce ci fosse maggiore autonomia per gestire turni, ferie, orari e salari; portando a un aumento della produttività del lavoro, che viene gestita in base alle necessità di azienda e lavoratori in modo diverso per ogni singolo caso.

Nel complesso, a una maggiore flessibilità di stampo americano si è contrapposto un ruolo più attivo dello stato nell'aiutare chi ha perso lavoro (ma davvero si impegna a cercarne uno nuovo). Nonostante oggi tutto questo venga portato come esempio di un mercato del lavoro moderno e funzionale, quando le norme vennero applicate in Germania si scatenò un'ondata di proteste, che portò alla sconfitta, nel 2005, della Spd di Schroeder.

Produzione-industriale marzo 2014

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