Competenze per professioni 2.0: il self branding

La promozione di se stessi ai tempi del marketing online.

Tutti, inconsciamente o meno, siamo in qualche misura dediti al self branding; almeno nella misura in cui ognuno di noi cura e gestisce il modo in cui viene percepito dagli altri. Quella dose di "noi stessi" che non lasciamo completamente libera di fluire (se non tra pochi intimi), ma che gestiamo in modo più o meno attento per proiettare l'immagine di noi stessi che vogliamo venga colta. In un periodo in cui, online e non solo, è il marketing relazionale a farla da padrone, è inevitabile che lo stesso strumento venga applicato anche alle persone, e non più solo ai prodotti.

Detta così, sembra che il self branding sia il male, la commercializzazione dell'anima, e certamente questa è una critica che spesso viene portata. Le cose però non vanno necessariamente viste in un'ottica così pessimistica. Innanzitutto, però, vediamo una definizione del termine più precisa: "creazione e gestione del proprio marchio personale". Messa così, è abbastanza facile capire di che si tratti e come i primi a utilizzarlo (in modo non necessariamente programmato) siano sempre stati artisti e creativi in generale.

Andare a determinate feste per incontrare certe persone; parlare di lavoro per mostrare le proprie specializzazioni; vestirsi in un certo modo per non sentirsi al di fuori del gruppo di riferimento. In poche parole: trasmettere una determinata immagine e fare networking nell'ambiente in cui si desidera fare carriera. Come sempre nei casi di questo tipo (e come proprio il marketing insegna) più ciò che si trasmette è vicino alla realtà effettiva, più aumentano le chance di successo.

Il punto quindi è creare un vero e proprio brand di se stessi, fare in modo che nel momento in cui un datore di lavoro (e qui si esce dal campo prettamente artistico/creativo che è stato il primo a fare un uso massiccio del self branding) stia pensando alla persona giusta per quel compito, sia il vostro volto il primo ad apparirgli. Esattamente nello stesso modo in cui se pensate a una bibita rinfrescante nella maggior parte dei casi sarà la Coca Cola a venirvi alla mente. E anche in questo caso, inoltre, il vostro brand non sarà una superficie che ricopre il nulla, ma il modo che voi avete studiato e preparato per "confezionare" le vostre competenze professionali.

Questo diventa tanto più fondamentale nel momento in cui si vive in una società velocissima, in cui bisogna però riuscire ugualmente a lasciar un buon ricordo di noi e di quello che rappresentiamo. Un ricordo che sia coerente, ovviamente, con quello è che il nostro obiettivo. D'altra parte, se è vero che sono i primi 30 secondi in cui si incontra una persona quelli decisivi, allora è evidente come determinati incontri non possono essere lasciati al caso (ma, come insegnava secoli fa Baldassarre Castiglione ne Il Cortigiano, bisogna essere talmente preparati che non si veda che siamo preparati).

Una parte del self branding è quindi legata al networking: il capitale di relazioni che siamo in grado di costruire è ormai il vero valore aggiunto. E questo vale sia per la nostra attività nel mondo reale, sia per la nostra attività nel mondo virtuale dei social network. E le due cose si uniscono nel momento in cui per determinate attività è sempre più frequente che al candidato per un lavoro venga richiesta la capacità di essere il primo promotore del proprio lavoro e di avere quindi una rete di persone (sia reali che virtuali) che sia il valore aggiunto alle semplici e fondamentali competenze professionali.

La seconda parte è invece più legata a noi stessi: come ci presentiamo agli altri? Che cosa si ricorda di noi? Che messaggi trasmetto? A volte riuscire a trasmettere un giusto messaggio può essere anche legato al più superficiale degli elementi: l'abbigliamento. Pensate a un candidato per una posizione di lavoro "cool" per Google: ecco, presentarsi in giacca e cravatta non sarà certamente la scelta giusta. Poco importa se poi riuscirete a convincere il datore di lavoro che siete la persona adatta, comunque vada a finire siete partiti col piede sbagliato e poi avete dovuto provare a rimediare. Il marchio è importante, ma è anche importante che il nostro brand sia in sintonia con il mondo al quale appartengo o voglio entrare. E questo vale fino a quando non sarete un brand talmente assodato da potervi permettere qualunque cosa: nessuno negherebbe un lavoro a Marchionne solo perché si presenta con il maglioncino.

Quali sono quindi i primi passi per costruire un proprio brand personale? La prima cosa da fare è capire quali sono gli aspetti del vostro carattere, e non solo, che vi rendono unici. La simpatia? La precisione? L'affidabilità? L'importante è che sia l'aspetto che più di ogni altro vi conferisce significato. Questo è solo il primo passo, perché bisogna poi capire qual è il modo migliore per sfruttare ciò che vi distingue dagli altri nel vostro ambito professionale. Dopodiché è fondamentale il ruolo dei social network, che dovrà diventare il luogo in cui fate i "cantastorie" della vostra vita (o almeno dei successi della vostra vita professionale).

Comprensione delle nostre particolarità, veicolazione di queste per valorizzare la nostra unicità nel campo professionale che ci interessa e un network importante a cui poter fare riferimento. È tale l'importanza di questi aspetti che ormai il self branding viene anche insegnato in alcuni master universitari che hanno a che fare con il marketing e la vendita del prodotto.

Certo, tutto questa importanza rispetto a qualcosa che comunque coinvolge (anche) la nostra sfera privata non può che avere un aspetto deteriore. Raccontato molto bene in questo articolo di Vice, con riferimento particolare alla situazione milanese:

Come conseguenza (del self branding, ndr) si è finto per bandire il divertimento, o in generale il godimento, quale esperienza personale e libera: partecipare a qualsiasi forma di evento serve solo all’auto-marketing di cui sopra, non è mai indipendente da un “altrove” (i social network) e un “dopo” (il momento in cui posterai la testimonianza di quanto te la sei spassata). Ci sono molti casi di soggetti che si sono costruiti un inossidabile status di celebrità investendo il 100 percento delle proprie energie in questa attività senza avere nessun “prodotto” da mettere sul mercato se non la loro stessa popolarità. Rimane tutto limitato a quanti mettono like su facebook o ci si vogliono fare una foto insieme, almeno fino a quando qualche marchio non deciderà di volere affidare loro la responsabilità di curare la presenza “sulla strada” del brand, facendogli organizzare qualche festa. Al che saranno loro stessi a diventare marchio multinazionale, e bravissimi a sfruttare il talento altrui per farsi il proprio merchandising.

Si tratta di qualcosa che ha particolare riferimento al mondo giovanile e dei lavori creativi o di relazioni pubbliche strette, ma che va comunque preso in considerazione. La situazione è certamente diversa nel caso in cui il self branding sia studiato per convincere un cliente o per vedervi assegnato un lavoro da consulente esterno. La vostra vita non deve essere sacrificata al marketing di voi stessi, dev'essere uno strumento professionale per far sì che sia voi i primi a venire in mente a qualcuno nel momento in cui ha bisogno di una persona con le vostre competenze.

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