Luxleaks: gli accordi fiscali tra il Lussemburgo e le multinazionali

E di mezzo ci sono anche tante imprese italiane: Intesa, Finmeccanica, Unicredit e non solo.

Luxleaks, la nuova inchiesta pubblicata oggi da 40 media internazionali (tra cui Le Monde, The Guardian, il Suddeutsche Zeitung, l'Asahi Shimbun e L'Espresso) svela qualcosa che forse non è così sorprendente: le grandi multinazionali facevano accordi con il Lussemburgo (allora guidato dall'attuale presidente della comissione Ue Juncker) per pagare meno tasse. Al centro della vicenda ci sono 340 multinazionali e le 28mila pagine di documenti raccolte dall'International Consortium of Investigative Journalists (Icij) di Washington.

Tra il 2002 e il 2010 miliardi di euro sarebbero sfuggiti agli stati che ne dovevano essere i naturali beneficiari, per finire in parte nelle casse del ricchissimo granducato, che offre un regime fiscale estremamente vantaggioso. Il sistema alla base di tutto è il "tax ruling": sistema legale per il Lussemburgo che permette a un'azienda di sapere prima quale sarà il suo trattamento fiscale e quali saranno le garanzie giuridiche che otterrà. Una regola che, ovviamente, influenza la politica fiscale e la ripartizione degli utili da parte delle multinazionali.

Multinazionali un po' di tutto il mondo hanno approfittato di questa situazione: Apple, Amazon, Ikea, Pepsi, Aig, Heinz, Vodafone, Hsbc e Burberry. Tra queste spuntano anche non poche italiane, in primis banche: Intesa Sanpaolo, Unicredit, Finmeccanica, Banca delle Marche, Ubi, Banca Sella, la Banca popolare dell'Emilia Romagna e anche Hines, gli immobiliaristi al centro del colossale progetto di Porta Nuova a Milano.

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