Clausole di salvaguardia: che cosa sono

Se la spending review non dovesse bastare scatterebbero pesanti aumenti su Iva e accise e ulteriori tagli a detrazioni e deduzioni. Ancora una volta a pagare sarebbero soltanto i cittadini

Le clausole di salvaguardia sono il paracadute con il quale le manovre finanziarie si mettono al sicuro dalle conseguenze di eventuali errori di valutazione. La speranza è di non a imparare a conoscerle, il timore quello di dovere farci i conti qualora i tagli della spending review dovessero rivelarsi inadeguati sulla strada lastricata di buone intenzioni del pareggio di bilancio.

Quando, un mese fa, il Parlamento ha approvato il Documento economico-finanziario più noto come Def, gli economisti più attenti hanno subito evidenziato come, nella ricetta pensata dal Governo Renzi per mettere insieme la trentina di miliardi di euro necessari a tagliare l’Irap alle imprese, a finanziare il Jobs Act e a confermare il bonus da 80 euro, sia nascosta una “pillola avvelenata”.

E questa pillola tossica è la “clausola di salvaguardia” ovverosia la exit strategy nel caso il Governo sbagli i conti e non riesca a raccogliere la liquidità prevista. Ecco nel caso di un macroscopico errore nei conti dello Stato a pagare sarebbero, neanche a dirlo, i cittadini.

Se i tagli non risultassero efficaci lo Stato andrebbe a pescare i soldi dove questi sono certi: nell’Iva, nelle accise sui carburanti e sul pane e tagliando ulteriormente le detrazioni e le deduzioni. C’è davvero da augurarsi che i conti tornino perché qualora così non fosse e non venissero rispettati gli obiettivi di medio termine l’aumento dell’IVA delle imposte indirette ammonterebbe a 12,4 miliardi nel 2016, a 17,8 miliardi nel 2017 e a ben 21,4 miliardi nel 2018.

Insomma, anche in caso di errori madornali di valutazione (e non sarebbe certo la prima volta, vedi il caso esodati) la politica cadrebbe in piedi e a pagare sarebbero solo e soltanto i contribuenti.

clausole di salvaguardia

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