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Roma la provincia più indebitata d'Italia

Pubblicato da Mario Marcello Forte


Ogni famiglia italiana ha in media un debito di 19.981 euro. Si tratta di un dato in continua crescita dal 2008, quando è esplosa la prima crisi finanziaria, e che ha punte anche più “preoccupanti” in alcune zone d’Italia. Secondo i dati dell’ufficio studi della Cgia di Mestre le famiglie più indebitate sono quelle residenti a Roma e provincia con una media che sfiora quota 30 mila euro attestandosi a 29.287 euro. L’indebitamento complessivo dei nuclei familiari italiani ha raggiunto quota 503 miliardi di euro sommando i muti per la casa e i prestiti personali di minore entità.

Nella classifica, subito alle spalle di Roma, troviamo la provincia di Lodi con 28.470 euro e quella di Milano con 28.251 euro. La ragione è certamente nel maggior costo degli immobili che induce quanti riescono a permettersi una casa ad indebitarsi per una cifra maggiore, la conferma arriva dal fatto che in fondo alla graduatoria si trovino tutte province del sud Italia e meno popolose come quella di Vibo Valentia (9.342), Enna (8.845 euro) e la provincia sarda dell’Ogliastra (8.593 euro).

Il dato più preoccupante è l’incremento dell’indebitamento che dal 2008 al 2011 ha fatto registrare in alcune zone d’Italia un autentico boom, basti citare i casi della provincia di Livorno +57,1%, seguita da quella di Grosseto (+56,4%) e da quella di Asti (+55,5%). Secondo il segretario della Cgia, Giuseppe Bortolussi, una parte di questi incrementi potrebbero essere letti anche in un’altra ottica: all’esplodere della crisi le famiglie con una maggiore disponibilità economica potrebbero essere state indotte ad impegnare il capitale disponibile, integrato solo per una parte con un mutuo, nell’acquisto di immobili o nella ristrutturazione delle case già in loro proprietà per riconvertire eventuali cifre disinvestite dall’incerto mercato azionario.

Foto | © TM News

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Mutui: ecco la terza proroga per le sospensioni

Pubblicato da Mario Marcello Forte

L’Abi e le 13 associazioni dei consumatori ammesse al tavolo della trattativa hanno raggiunto l’accordo per la terza proroga della sospensione temporanea dei mutui. Fino al 31 luglio sarà possibile recarsi nella propria agenzia e chiedere al proprio istituto di credito, in presenza dei requisiti richiesti, la dilazione della scadenza delle rate più prossime. Si tratta di una misura tampone, un piccolo aiuto per far fronte ad emergenze di breve durata che possono colpire le famiglie che devono onorare il proprio debito, per le misure strutturali c’è ancora bisogno di tempo come spiegato proprio dall’Abi:

Nell’attesa di esaminare congiuntamente un quadro di possibili misure strutturali di sostegno alle famiglie, quest’ultima proroga si è resa necessaria per supportare ancora i nuclei che dovessero trovarsi in situazione di momentanea difficoltà. In questo ambito, si riconferma la volontà di continuare a sostenere il dialogo e la collaborazione tra banche e associazioni dei consumatori e la rinnovata attenzione del settore a favore delle famiglie nel contesto dell’attuale crisi.

Nell’accordo è specificato che le domande di sospensione possono essere presentate soltanto nel caso in cui sia dimostrabile che gli eventi che hanno determinato la difficoltà economica siano avvenuti prima del 30 giugno 2012. Questa misura tampone ha già determinato la sospensione da parte delle banche di 55 mila mutui per un valore di 7 miliardi di debito residuo: le famiglie che hanno fatto richiesta hanno potuto godere di una maggiore liquidità per 420 milioni di euro.

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Moody's: il Salva Italia rischia di affondare il PIL

Pubblicato da Mario Marcello Forte


Il decreto Salva Italia era un male necessario, almeno questo è il giudizio dei più importanti analisti e soprattutto dei nostri partner europei, ma i timori su una possibile ripercussione sul nostro prodotto interno lordo sono stati confermati oggi dall’agenzia di rating Moody’s che ha evidenziato come la riduzione del reddito disponibile delle famiglie rappresenterà un inevitabile passo indietro per la ricchezza del paese.

L’impatto sul prodotto interno lordo dovrebbe essere tale da portare l’arretramento a sfiorare il -1%, una recessione sostanziale e non soltanto “tecnica”. Il trasferimento della ricchezza dai privati allo Stato, che lo utilizzerà per far quadrare i conti e non per rilanciare gli investimenti pubblici, produrrà anche una riduzione nella capacità di pagare i mutui con un conseguente calo del valore degli immobili.

Nulla di nuovo sotto al sole, era in qualche modo prevista una contrazione del prodotto interno lordo, l’obiettivo del governo è ora quello di evitare una spirale recessiva e riuscire a dare impulso alla crescita. Il problema di riuscire a farlo di fatto senza avere risorse non è di semplice risoluzione, il decreto liberalizzazioni dovrebbe in teoria garantire proprio questo risultato. Impresa improba.

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Euro falsi? Nel 2011 intercettati 7 miliardi contraffatti

Pubblicato da Mario Marcello Forte


Sono passati ormai diversi anni dall’introduzione dell’Euro, ma se nel 2001 la possibilità di essere ingannati da una moneta non ancora familiare erano elevate oggi siamo tutti più o meno abituati a riconoscere banconote false eppure il fenomeno della falsificazione continua ad essere molto diffuso. Lo certifica il XXI rapporto sul tema redatto dall’ufficio Antifrode della Zecca di Stato: nel 2011 sono state riconosciute come false ben 145.879 per un valore nominale complessivo di quasi 7 miliardi di euro.

Si smentisce anche il luogo comune che vuole come maggiormente contraffatte le monete anziché le banconote. Nello stesso rapporto si rivela che sono stati 30.867 i pezzi sequestrati e riconosciuti come tali per un valore complessivo che non supera i 35 mila euro, poca roba al confronto.

Attenzione però, perché la gran parte delle segnalazioni per monete false arriva da Istituti di Credito, è dunque presumibile che i comuni cittadini spesso non si accorgano di avere monete false in loro possesso e le utilizzano normalmente continuando a diffonderle. Spulciando nel rapporto si scopre che il taglio più contraffatto è quello da 20 euro con il 56,24% del totale mentre sono le regioni del Nord Ovest quelle nelle quali il numero di banconote ritirate come false è stato più elevato (26.835) seguite da quelle del Nord Est (19.499) e del Centro (19.992).

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Bot: il rendimento scende sotto il 2%

Pubblicato da Mario Marcello Forte


Per la prima volta dal maggio scorso, un secolo fa se consideriamo i frenetici eventi che hanno scandito la crisi finanziaria del nostro paese negli ultimi mesi, i rendimenti dei Bot semestrali scendono sotto la soglia del 2%. Nell’ultima asta il Tesoro è riuscito a collocare 8 miliardi di titoli (la domanda era arrivata a 10,7) con un rendimento pari al 1,969%. Non più l’investimento molto conveniente dal punto di vista dei tassi come nelle aste meno recenti, ma un buon segnale per tutto il paese.

Tutti i sacrifici imposti dal governo Monti ai cittadini sarebbero resi inutili se i rendimenti dei titoli di Stato con i quali l’Italia deve obbligatoriamente finanziarsi nell’attuale situazione volassero alle stelle. Da qui tutta la preoccupazione per il livello dello spread: se non torna stabilmente intorno ai 300 punti l’Italia dovrà continuare a pagare tassi d’interesse che rischiano di diventare il definitivo cappio al collo del nostro paese.

Gli investitori che continuano a credere nei titoli di Stato saranno certamente meno contenti di ricevere tassi meno elevati di rendimento, ma almeno possono essere ancora più sicuri (sia chiaro, la sicurezza matematica non c’è e non ci sarà mai) che quegli stessi titoli non diventino carta straccia a causa di un default.

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Divario record fra salari e inflazione

Pubblicato da Mario Marcello Forte


L’Istat ha certificato oggi dati molto allarmanti che fotografano l’impoverimento delle famiglie italiane. L’aumento tendenziale delle retribuzioni nel 2011 è fermo ad un +1,4% lontanissimo dall’inflazione arrivata al 3,3% sulla spinta dell’Iva al 21% e dell’aumento dei prezzi dei carburanti. Si tratta del divario più rilevante fra questi due dati dal 1995. Nei fatti le retribuzioni sono ferme mentre il costo della vita continua a salire, con ovvie conseguenze per i budget delle famiglie.

L’indice che misura la fiducia dei consumatori è ai minimi dal 1996, ma non si tratta soltanto di un fenomeno ascrivibile all’emotività perché secondo un’indagine di Bankitalia i redditi reali delle famiglie comparati ai prezzi sono ai livelli del 1991, un passo indietro di 20 anni. Le associazioni dei consumatori, Adusbef e Federconsumatori, lanciano l’allarme sulla situazione delle famiglie a reddito fisso:

Il potere d’acquisto è diminuito dell’1,9% secondo i dati odierni dell’Istat. Questo significa, per una famiglia media monoreddito che percepisce un reddito 1.500 euro al mese una diminuzione del potere di acquisto pari a 342 euro l’anno, mentre nel caso il reddito percepito sia di 2.000 euro al mese la diminuzione del potere di acquisto e’ pari a 456 euro l’anno.

Tutto questo mentre non frenano la loro corsa un po’ tutte le tariffe, dal gas all’elettricità senza dimenticare la mazzata in arrivo sul fronte delle imposte. La situazione è oltre i limiti della sostenibilità considerando che per il 2012 si prospetta un’ulteriore aumento dei prezzi nel solo settore alimentare pari a 392 euro a famiglia.

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Carte prepagate: cresce la diffusione in Italia

Pubblicato da Mario Marcello Forte


I dati sono già “vecchi” e rilevano la diffusione fino al 2010, ma il trend in crescita è comunque da segnalare. Secondo un’indagine condotta da Bankitalia il 71% delle famiglie italiane possiede almeno una carta di pagamento. Il possesso di strumenti alternativi di pagamento è sempre maggiore, principalmente grazie al Bancomat. Se nel 2008 erano il 63,6% del totale delle famiglie a possederne uno in due anni si è passati al 69%.

Questa crescita non potrà che proseguire, anche grazie alle misure approvate dal governo Monti per limitare i pagamenti in contati e favorire la tracciabilità ai fini fiscali. Persino i pensionati, la categoria naturalmente più restia a dotarsi di questi strumenti, saranno di fatto obbligati più spesso a fare uso delle carte elettroniche dovendo abbandonare l’abitudine di recarsi all’Ufficio Postale più vicino per prelevare l’intera pensione cash.

Tornando all’indagine di Bankitalia si evidenzia uno stop nella crescita della diffusione delle carte di credito (32% delle famiglie) mentre a crescere sono le carte prepagate che consentono di effettuare acquisti su internet in sicurezza e che non richiedono alcuna garanzia al proprio istituto di credito per essere emesse. Dal 2008 al 2010 si è passati dal 7,3% al 12,1%.

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Nel 2011 "beccati" 7500 evasori totali

Pubblicato da Mario Marcello Forte


50 miliardi di euro di redditi non dichiarati, 8 miliardi di Iva evasa, 12 mila cittadini coinvolti, 7500 evasori totali. Sono questi alcuni dei numeri che riassumono il lavoro della Guardia di Finanza nel 2011 nella sua missione di contrasto all’evasione fiscale. Sorprende (in negativo ed insieme in positivo) il numero di soggetti scoperti che erano “completamente sconosciuti al fisco”: i 7500 contribuenti infedeli (aziende e liberi professionisti) avevano nascosto all’erario redditi per 21 miliardi di euro, una cifra impressionante pari ad una manovra finanziaria.

La Gdf ha potuto constatare il sempre florido fenomeno dell’evasione internazionale riferita a quelle società o quelle aziende che trasferiscono la propria sede all’estero fittiziamente per sottrarsi alle imposte italiane, il fenomeno vale quasi 11 miliardi di euro non dichiarati e sui quali gli evasori pagano (spesso non pagano) le tasse all’estero.

Il lavoro svolto ha portato risultati immediati e nel 2011 sono stati 900 milioni di euro sequestrati nell’ambito delle indagini. Secondo il report la Guardia di Finanza è in crescita anche la qualità degli accertamenti vista la percentuale del 96% di casi nei quali l’Agenzia delle Entrate si è limitata a riportare ai contribuenti i rilievi effettuati dai finanzieri.

Fra i 12 mila soggetti denunciati sono 2000 quelli che avevano omesso di presentare la dichiarazione dei redditi, altri 2000 quelli che avevano nascosto e distrutto volontariamente documenti contabili e 1981 i soggetti accusati di false fatturazioni. Sul fronte del lavoro nero sono stati scoperti 12.676 collaboratori in nero, 2500 di questi sono extracomunitari.

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Un fallimento su tre colpa dei ritardi nei pagamenti

Pubblicato da Mario Marcello Forte


Nel 2011 nel nostro paese sono fallite 11.615 aziende. Tanti sono gli imprenditori italiani che hanno portato i libri in Tribunale negli ultimi 12 mesi e, secondo le stime, il 31% di questi l’ha fatto non solo perché strozzati dalla crisi economica, ma soprattutto perché la prima conseguenza della crisi in Italia è il ritardato pagamento per prestazioni e servizi già venduti e che avrebbero dovuto essere incassati da tempo.

Secondo i dati Intrum Justitia in Europa sono il 25% le aziende che falliscono a causa dei ritardati pagamenti dei loro clienti, ma tenendo conto che nel nostro paese questi ritardi superano la media europea di 26 giorni è naturale vedere un proporzionale aumento delle aziende che chiudono a causa dei pagamenti dilazionati all’infinito.

Negli ultimi 4 anni i ritardati pagamenti sono arrivati in Italia alla soglia record di 53 giorni medi di attesa contro i 27 giorni medi del 2008, quasi due mesi che oggi possono diventare fatali grazie al sistema bancario sempre più restio a concedere credito ai privati e alle attività produttive se si innestano in un sistema nel quale anche i pagamenti “in orario” si attestano sono una media di 180 giorni contro il cliente è la pubblica amministrazione e 103 se il committente è un privato.

Il recepimento della direttiva europea contro il ritardo nei pagamenti è sempre più urgente, soprattutto per contrastare il fenomeno che porta gli imprenditori in mancanza di liquidità ad entrare nella schiera degli “sfiduciati”, quanti di fronte alle difficoltà decidono di chiudere piuttosto che andare ancora una volta con il cappello in mano a chiedere aiuto a banche sempre più sorde alle esigenze delle imprese.

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Anche ai "Liberi farmacisti" non piacciono le liberalizzazioni

Pubblicato da Mario Marcello Forte


Avere più farmacie non diminuisce i prezzi e non favorisce la concorrenza. Mentre Ferderfarma protesta dando l’impressione che l’unico problema per loro sia quello di vedere diminuire il giro d’affari delle singole Farmacie a fronte di un aumento consistente del numero di attività anche le associazioni minori di categoria si dicono deluse dai provvedimenti di liberalizzazione del governo Monti, ma per ragioni opposte.

Il provvedimento appena varato del Governo sulla farmaceutica non aumenta la concorrenza nel settore e, al contrario di quanto affermato dal premier, lascia inalterato lo spazio per i giovani, ovvero lo zero assoluto. Il positivo aumento del numero delle farmacie, che dovremmo verificare se resisterà durante il passaggio parlamentare perché già oggetto di attacco da parte della corporazione dei titolari di farmacia, non è sufficiente per aumentare la concorrenza nel settore.

Questo è il parere del Movimento Nazionale Liberi Farmacisti che pongono l’accento sul fatto che il governo non abbia avuto il coraggio di accogliere le raccomandazioni dell’Antitrust che aveva chiesto la liberalizzazione dei farmaci in fascia C, quelli vendibili soltanto sotto ricetta medica, ma totalmente a carico dei cittadini.

I vantaggi in termini economici per i consumatori non ci saranno. Le esperienze maturate nel passato (decreto Storace) insegnano che senza il confronto pro-concorrenziale tra due diverse reti distributive non si abbassano i prezzi e non ci sono sconti da parte degli operatori appartenenti ad una stessa rete.

Lo dice la logica, possibile non ci siano arrivati?

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