
La Spagna, così come l’Italia, sta subendo il pesante contraccolpo della crisi economica e finanziaria. La disoccupazione vola, il deficit pubblico è sempre più preoccupante e i timori per il debito sovrano della nazione iberica scuotono i mercati proprio come sta succedendo nel caso del nostro paese. La conseguenza politica della crisi è stato il cambio di colore politico del governo. Zapatero si è fatto da parte, al suo posto è stato eletto il leader del Partito Popolare di Rajoy che ora è chiamato ad approvare misure che risistemino i conti pubblici e diano un nuovo impulso all’economia.
La manovra economica è in fase di approvazione, 6 miliardi di nuove tasse e 9 miliardi di euro di tagli. Nulla in confronto a quanto si è reso necessario in Italia nel 2011, ma poco ci manca. C’è una grossa differenza fra le scelte dei governi Berlusconi e Monti e quella di Rajoy. Il primo ministro spagnolo ha rassicurato i suoi cittadini: l’IVA, l’imposta sul valore aggiunto, non aumenterà.
Le aliquote spagnole, similarmente a quelle italiane sono 3, la più alta è ferma al 18% mentre le due aliquote ridotte ammontano all’8% e il 4%. In Italia siamo già al 21% dopo l’aumento deciso dal Governo Berlusconi e rischiamo di subire un’ulteriore mazzata dai recenti provvedimenti dell’esecutivo guidato da Mario Monti. In assenza di modifiche il 1 ottobre 2012 l’IVA potrebbe salire dal 21% al 23% e anche l’aliquota ridotta del 10%, che fino ad ora non era stata toccata, potrebbe arrivare al 12%. Senza dimenticare che calendarizzato c’è addirittura un altro +0,5% per il 1 gennaio 2014. Anche Fabio Fazio, durante una recente intervista, ha chiesto a Monti se questi aumenti ci saranno. Il premier ha evitato di rispondere alla domanda diretta finendo per alimentare il timore che il fatidico 23% per l’IVA sia praticamente inevitabile. Beati gli spagnoli.

L’Agenzia delle Entrate organizza un controllo a campione nella prestigiosa località turistica di Cortina d’Ampezzo durante le festività natalizie. Appena 35 attività commerciali sulle 1000 della cittadina veneta vengono scandagliate con risultati sorprendenti: gli incassi volano fino al +300% in più rispetto allo stesso giorno dell’anno prima con un +110% rispetto alla giornata precedente.
Bar, Ristoranti, negozi che vendono beni di lusso vedono improvvisamente un’impennata delle loro entrate proprio in coincidenza della visita della Guardia di Finanza. Evidente, evidentissimo, che queste attività avevano l’abitudine di occultare i propri guadagni al Fisco. Certo l’operazione ha avuto un’eco notevole sulla stampa, ma incredibilmente da 10 giorni non sono gli evasori fiscali ad essere al centro delle polemiche, bensì la stessa Agenzia delle Entrate che ha disposto questi controlli.
Ancora oggi il Governatore del Piemonte Roberto Cota ha detto, testuali parole: “Questa azione non è stata un’azione di contrasto all’evasione fiscale ma un’operazione di immagine che ha portato conseguenze negative“. Le conseguenze negative del fatto che nella stessa giornata dell’anno precedente migliaia di euro di incassi erano stati nascosti agli occhi dell’erario sono in secondo piano rispetto all’enormità del misterioso “danno d’immagine” provocato dalle ispezioni a sorpresa.
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L’adagio “con l’Euro costa tutto il doppio” è spesso abusato, ma non è poi tanto lontano dalla realtà dei fatti. Secondo le analisi condotte dalle associazioni dei consumatori in 10 anni gli italiani hanno perso il 39,7% del loro potere d’acquisto. Non è tutta responsabilità della moneta unica, anzi è probabile che l’impatto dell’Euro si sia esaurito da tempo e ora sia efficacemente sostituito dal semplice “caro vita”, ma la crisi economica e le difficoltà sopraggiunte non fanno che accrescere la nostalgia per la vecchia Lira.
Stando alle stime del Codacons una famiglia media composta da 4 persone in 10 anni, a livello di consumo inalterati, ha subito un colpo da 10.850 euro. Tanti ne sarebbero necessari per compensare all’aumento, spesso speculativo, dei prezzi e delle tariffe.
Secondo lo studio è aumentato un po’ tutto, ma ci sono alcuni casi limite. L’esempio più eclatante è quello del cono gelato il cui prezzo medio, tradotto in euro, è passato da 0,77 cent a 2 euro con un +159,7%.
La penna a sfera, la classica “Bic”, oggi costa in media 0,80 cent, nel dicembre del 2011 appena 26 centesimi con un aumento percentuale del 207,7% mentre il tramezzino al bar è passato da 0,77 a 2,3 euro con un +198,7%. Nella top ten dei beni che hanno subito un aumento più eclatante non manca la pizza margherita, uno degli alimenti preferiti dagli italiani, che ha visto crescere il suo prezzo medio dai 3,36 euro di 10 anni fa ai 6,5 euro attuali.

La prima giornata dei saldi “ufficiali” nelle principali città italiane (qui potete trovare il calendario) è stato un flop secondo le rilevazioni, in questo caso davvero in “tempo reale” del Codacons, l’associazione dei consumatori presieduta da Carlo Rienzi. Il calo delle vendite rispetto al primo giorno di saldi invernali dello scorso anno è quantificabile in un 20%.
Dalle ore 10 alle ore 12:30, il primo giorno di saldi ha fatto segnare non solo un calo degli acquisti, ma anche una sensibile diminuzione del numero di cittadini nelle vie dello shopping rispetto alla prima giornata di sconti del 2011. Mediamente l’afflusso di consumatori e’ stato inferiore del 35%. Bene solo gli outlet e alcuni grandi centri commerciali. Il trend negativo appare in linea con le nostre previsioni. Far partire i saldi così a ridosso delle festività, è una scelta che i cittadini non sembrano premiare, dal momento che i portafogli sono stati già svuotati dalle spese di Natale e Capodanno. Nel corso del weekend i dati su vendite e afflusso potrebbero migliorare leggermente, ma restano nere le previsioni sul lungo termine.
Al di là del valore “scientifico” di queste rilevazioni, decisamente troppo tempestive per essere precise, la questione dei saldi viene affrontata dal Codacons da un punto di vista condivisibile. La partenza dei saldi ravvicinata alle festività natalizie ha l’effetto di anticipare, di fatto, gli sconti praticati dai negozianti al 27 dicembre per evitare di vivere giorni di attesa con vendite troppo basse. I consumatori con una scadenza così vicina ad un periodo di forti acquisti non hanno la pazienza di attendere, diverso sarebbe se il calendario dei saldi avesse il suo avvio ad inizio febbraio.

L’Istat ha diffuso i dati dell’indice dei prezzi al consumo per lo scorso mese di dicembre fornendo la prima stima per il tasso medio dell’inflazione per l’anno 2011. Nessuno si aspettava grosse inversioni di tendenza (nemmeno era possibile immaginarle), ma fa riflettere una crescita su base annua del 2,8% se si guarda al 2010 quando l’aumento restò entro limiti più che accettabili fissandosi all’1,5%.
La spinta inflazionistica è stata, come ovvio, alimentata dai carburanti. Il prezzo della benzina a dicembre è cresciuto del 15,8% su base annua, quello del gasolio del 24,3% sempre rispetto allo stesso mese del 2010. Sono dati pesanti, l’effetto combinato dall’aumento delle quotazioni del petrolio e del sempre più consistente prelievo fiscale si fa sentire e preoccupa anche in prospettiva futura. Come noto l’aumento dei prezzi di benzina e diesel si scarica a cascata su tutti gli altri beni e servizi che richiedono, in un modo o nell’altro, l’uso dei carburanti nelle fasi di produzione e distribuzione. In generale il settore trasporti è il più penalizzato con un +7,1% seguito da quello per abitazione, acqua, elettricità e combustibili con +6,3% e dalle bevande alcoliche e tabacchi (+6%).
In questo contesto proseguono gli appelli delle associazioni dei consumatori al ministro Passera per un incontro urgente proprio sulla questione del prezzo dei carburanti. Trovare soluzioni, il riferimento è all’introduzione di un sistema che eviti l’effetto moltiplicatore dell’Iva in presenza di aumenti di accise e del prezzo del prodotto stesso, e farlo in fretta. Saranno ascoltati?

Senza che nessuno faccia nulla per contrastare il fenomeno (Egregio Presidente Monti, ci sente?) continuano indisturbati a lievitare i costi delle assicurazioni per gli autoveicoli e i motoveicoli. Dalla liberalizzazione del 1994, una di quelle completamente fallite nel suo scopo (far risparmiare i consumatori favorendo la concorrenza), l’aumento percentuale ha raggiunto quota 450% anche secondo le stime più prudenti. Un autentico scandalo che si consuma nell’indifferenza delle istituzioni.
Le cose vanno poi molto peggio se si abita in una zona d’Italia più “sfortunata”. Secondo un’indagine di Altroconsumo il divario fra Nord e Sud continua ad aumentare. Se i milanesi (e i loro vicini) non ridono a piangere sono i napoletani (e i loro vicini). Analizzando l’andamento dei premi RCA di 50 compagnie assicurative nel 2011 in quattro città italiane (Milano, Roma, Napoli e Palermo) è evidente la disparità.
Due i profili tipo evidenziati, un 40enne in classe 1 e un 35enne in classe 4, in entrambi i casi assicurati da 10 anni consecutivamente e senza incidenti denunciati. A Napoli, città nota per i premi altissimi, l’aumento nel 2011 è stato del 4% per il 40enne e del 9,2% per il 35enne contro un tasso di inflazione nel settore fermo al +1,5%. A Milano i rincari sono stati del +1,33% per il primo tipo di guidatore e dello 0,38% per il secondo tipo. Il bilancio è drammatico: se il 35enne paga un premio medio di 1.309 euro a Napoli, a Roma bastano 698 euro, a Palermo 697 euro e a Milano 522 euro.

900 milioni di euro, a tanto ammontano i rimborsi erogati dall’Agenzia delle Entrate a fine dicembre per i contribuenti. Le somme si riferiscono anche alle legittime richieste formulate dai cittadini per le dichiarazioni dei redditi del 2010, per la normale prassi della nostra burocrazia si tratta di tempi record. Sono più di un milione quei contribuenti raggiunti da un avviso per una volta lieto e che si sono ritrovati un piccolo extra budget rispetto alle attese.
In un anno nerissimo, con altri 12 mesi di sofferenze con aumenti continui dei prezzi (specialmente quelli dei carburanti), sono denari che possono fare la differenza. Oltre ai rimborsi Irpef sono arrivate anche le restituzioni del canone Rai per gli over 75 che sono divenuti esenti dal pagamento della tassa sul possesso del televisore che dal 2012 è arrivata a quota 112 euro annui.
Questa ondata di rimborsi è notevole se si guarda a quanto successo negli 11 mesi precedenti. Complessivamente nel 2011 sono aumentate del 60% le persone coinvolte dai rimborsi rispetto al 2010. Negli scorsi 12 mesi l’importo totale rimborsato ha raggiunto gli 8,7 miliardi di euro coinvolgendo ben 2 milioni di persone.

Negli ultimi 11 anni il tasso d’inflazione ha fatto segnare un +27,1%. Un aumento del costo della vita rilevante, soprattutto se confrontato all’aumento delle retribuzioni, ma ancora più impressionante è lo scostamento con la crescita dei prezzi dei servizi pubblici. Dal 2000 al 2011 le bollette per l’acqua sono salite in media del 70,2%, la tassa sulla raccolta dei rifiuti è cresciuta del 61%, tutti aumenti superiori al doppio dell’inflazione registrata.
Autentici salassi che in alcune situazioni particolari (questi sono aumenti “medi”) sono ben più gravi. Se si esclude i servizi di telefonia non si salva nessun settore. I trasporti ferroviari sono cresciuti del 53,2%, i pedaggi autostradali +49,1%, i trasporti urbani +39,5% e il gas per riscaldamento del 43,3%.
Vicini al tasso d’inflazione si trovano i servizi postali (+30,4%) e l’energia elettrica (+26,2%) mentre soltanto le spese per il telefono sono in negativo con un -11%. Una magra consolazione. Lo studio della Cgia di Mestre ha messo in evidenza un dato ancora più allarmante: gran parte degli aumenti rilevati si è concentrata proprio nel quadriennio 2008-2011 (quello della “crisi”). A fronte di una crescita dell’inflazione del 4,9% le impennate dei prezzi sono state evidenti: le bollette dell’acqua (+25,5%), i biglietti dei trasporti ferroviari (+23,6%) ed i pedaggi autostradali (+16,6%).

La benzina verde più cara d’Europa? Si compra in Italia. Dopo qualche giorno di prezzi stabili l’ENI ha imposto un’accelerazione al prezzo portandolo a 1,722 al litro nella modalità servito. Di questo passo sarà sempre più difficile trovare un gestore in grado di offrire un prezzo inferiore a 1,680 anche per il self service. Anche il diesel è in aumento e tocca quota 1,7, poco sotto il prezzo più alto d’Europa (gli inglesi in questo continuano a batterci, ma sono un caso isolatissimo).
Secondo le associazioni dei consumatori i soli aumenti di dicembre porteranno ad un maggior esborso nel 2012 rispetto al 2010 di 360 euro l’anno per le famiglie. Inevitabile che dopo il ritocco verso l’alto di ENI anche gli altri gestori si adeguino e ora la preoccupazione è che ai guai italiani con accise impazzite e pressione fiscale al massimo si vadano ad aggiungere i pasticci diplomatici fra Usa e Iran.
Il paese mediorientale ha minacciato, in risposta alle sanzioni sul programma nucleare, di chiudere il cruciale Stretto di Hormuz al passaggio delle petroliere occidentali. Gli Usa hanno già specificato che non permetteranno che ciò avvenga, ma nel frattempo l’effetto psicologico potrebbe far aumentare il prezzo del greggio sul mercato internazionale con ripercussioni anche nel nostro paese. Comincia a mancare poco al traguardo della benzina a due euro al litro.

Erano davvero necessarie le modifiche imposte dal governo Monti sotto la guida del ministro del Welfare Elsa Fornero al nostro sistema pensionistico? Si è parlato di una necessità urgente, ma i sindacati hanno sempre contestato questa chiave di lettura sostenendo che l’INPS non era poi così in sofferenza come si voleva far credere e che erano già sufficienti gli “scalini” già previsti e in calendario nei prossimi anni.
In qualche modo i dati diffusi oggi sul numero di nuove pensioni liquidate nei primi 11 mesi del 2011 (quindi prima dell’intervento del nuovo esecutivo) sembrano confermare la lettura dei sindacati. Sono state 224.856 le pensioni di vecchiaia e anzianità liquidate nei primi 11 mesi dell’anno con un secco -29,5% (pari a 94.089) rispetto all’identico periodo del 2010. Secondo i dati la riduzione più consistente si è registrata per le nuove pensioni di vecchiaia (94.216, -39,4%) mentre quelle di anzianità sono state 163.507 in calo del 20,1%.
La Cgil commenta questi dati sottolineando proprio la “fretta” imposta senza apparente giustificazione dal ministro Fornero:
Questi risparmi non sono stati contabilizzati dalla riforma Fornero. Se si fosse fatta una riflessione su questi risparmi si sarebbe capito che erano grandi e che il sistema era in equilibrio. L’effetto finestra è stato più marcato per quelle di vecchiaia, ma anche per quelle di anzianità c’è stato un calo consistente. Se si fosse fatta una riflessione più accurata sulla vecchia normativa, si sarebbe visto che i risparmi erano assolutamente consistenti. Ora almeno una parte dei risparmi generati dalla riforma potrebbero tornare alla previdenza per restituire gradualità e sostenibilità al sistema pensionistico, partendo anche dai giovani.