
Mario Monti lo dice chiaramente, presentando il piano di spending review per il quale ha pensato la nomina speciale di Enrico Bondi: dai risparmi della spesa pubblica c’è l’unica possibilità di bloccare o attenuare l’aumento di 2% delle aliquote Iva attualmente al 21% e al 10% previsto per il 1 ottobre prossimo. L’esecutivo deve trovare un modo per recuperare risorse dai risparmi per poter rinunciare ai miliardi di euro ipotizzati come maggiori entrate derivanti dalla crescita dell’imposta indiretta per eccellenza, ma le chance restano comunque poche.
I 4,2 miliardi di tagli alla spesa che il governo si prefigge come obiettivo non sono di per sé sufficienti, dice Monti, insomma il sospetto per i contribuenti è che si tratti di un gioco delle tre carte da parte del governo: illuderci tutti che lo spending review (tagli che non potranno essere indolori per i cittadini) sia l’unica strada per evitare il salasso dell’Iva e poi spiegarci in estate che non comunque non sono bastati quegli sforzi. Speriamo di sbagliarci.
Intanto, intervenuto al convegno della Fondazione Italiani Europei di Massimo D’Alema, il premier ha avvisato tutti che “scioperi fiscali” sull’Imu non saranno tollerati:
L’Italia è un Paese che non le ama particolarmente, ma ci sono state delle dichiarazioni che considero inaccettabili, come quella che non si paghi l’Imu. Noi saremo sempre più pesanti contro l’evasione fiscale: chi evade o incita all’evasione merita un trattamento molto rigoroso da parte della società civile.
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L’Istat ha diffuso le stime preliminari sui dati dell’inflazione per il mese di aprile ed ancora una volta arrivano cifre che suonano come una beffa per i consumatori italiani, ed insieme preoccupano parecchio. Ancora una volta il tasso d’inflazione generale dovrebbe rimanere stabile al +3,3%, ma come capita da diversi mesi a questa parte la batosta è “nascosta” nel dato del cosiddetto “carrello della spesa“, l’indice dei prezzi calcolato su un paniere di beni molto più ristretti e decisamente più legati alle abitudini reali e concrete dei consumatori italiani.
Secondo l’Istat siamo arrivati al +4,7%, il dato più alto da settembre 2008 se verranno confermate le stime preliminari. Il cibo, i carburanti, tutti quei prodotti che acquistiamo quotidianamente continuano a vedere prezzi in salita falcidiando il potere d’acquisto delle famiglie italiane. Il Codacons non ha perso tempo andando a calcolare a quanto ammonterà il danno a fine anno per i consumatori:
Tradotto in termini di costo della vita, significa che una famiglia di tre persone spenderà, per fare la spesa di tutti i giorni, 635 euro in più su base annua, mentre per una famiglia di quattro persone la stangata sarà di 686 euro all’anno. E’ evidente che aumentare ad ottobre l’Iva significherebbe una ulteriore spinta sui prezzi già alle stelle l’effetto sull’inflazione sarebbe variabile tra l’1,32% e l’1,74%, a seconda che scattino anche gli arrotondamenti e le speculazioni.
Già, il benedetto aumento dell’Iva, quello che rischia di portarci ancora più lontani dall’Europa. Proprio oggi Eurostat ha annunciato il lieve calo dell’inflazione nell’Eurozona: +2,6% di aprile dal +2,7% di marzo.
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Spending review, un termine inglese che da qualche settimana è sulla bocca di tutti ed è legato ad una speranza: che le due batoste previste per i contribuenti, l’introduzione dell’Imu e l’aumento dell’Iva dal 21% al 23% possano essere in qualche modo attenuate nel primo caso e bloccate nel secondo. Già perché la chiave è tutta lì: ridurre i costi della pubblica amministrazione per non avere così la necessità di prelevare denaro dalle tasche degli italiani con imposte dirette (l’Imu) ed indirette (l’Iva).
Si tratta di un ipotesi credibile? Difficile dirlo, probabilmente no, ma intanto i politici (ed i tecnici) tendono a parlarne con una certa leggerezza illudendoci tutti che sia possibile. L’ultimo in ordine di tempo è il sottosegretario all’Economia Gianfranco Polillo, intervistato da Radio Rai 1 usando toni prudenti e lasciando intendere che sarà complicato che questi tagli avvengano in tempi rapidi salvandoci dalle nuove tasse, ma senza escludere la possibilità:
La spending review è un processo che durerà anni, il primo obiettivo è rendere sostenibili i tagli del Governo precedente ed evitare l’innalzamento dell’Iva previsto per 4 miliardi. Sull’Imu abbiamo dovuto operare in emergenza in prospettiva forse si potrà ridurre l’imposizione, dipenderà dal gettito reale che avremo a fine anno, oppure potremmo intervenire sulle imposte collaterali come per esempio quelle che si pagano in sede di compravendita degli immobili. Se riusciamo a rendere più dinamico il mercato immobiliare avremo un aumento della catena del valore che andrà a vantaggio degli stessi proprietari di case.
Sulla carta belle intenzioni, ma il tempo scorre ed ottobre, data dell’entrata in vigore delle nuove aliquote Iva, è sempre più vicina.
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Mentre gli italiani fanno i conti per l’Imu, dovendo scegliere fra le due o le tre rate e senza sapere ancora a quanto ammonterà il conguaglio di dicembre visto che i comuni sono indietro nel deliberare le aliquote, un’altra spada di Damocle (anche più dannosa potenzialmente) pende sulle teste di tutti noi: l’aumento delle due aliquote Iva previsto per ottobre e sul quale il governo non sembra intenzionato a tornare indietro.
Dopo la fine dell’estate, se nulla dovesse cambiare, l’aliquota del 21% dovrebbe crescere fino al 23% mentre quella del 10% (che non era stata toccata dal precedente governo) arriverebbe al 12%. Una stangata che farà aumentare i prezzi di beni e servizi a tutti i livelli con l’esclusione dei pochissimi generi alimentari che godono dell’Iva agevolate. Ma quanto ci rimetteremo? Il Codacons ha fatto i conti considerando diverse ipotesi:
L’aumento delle aliquote dal 21 al 23% e dal 10 al 12% determinerà una vera e propria stangata per le tasche dei cittadini, con aggravi di spesa su base annua che vanno dai 546 euro annui per la famiglia media (pari a 2,6 persone), agli 866 euro per una famiglia composta da quattro persone, fino ad arrivare ai 1.082 euro nel caso di un nucleo familiare composto da cinque persone.
Il timore, non solo quello del Codacons, è che gli aumenti determinino inevitabilmente (tenendo conto della situazione attuale già di sofferenza) un calo dei consumi con gravi danni per il commercio al dettaglio e per tutta l’economia. Ma esistono realisticamente altre soluzioni a questo salasso?

L’inflazione al 3,3% e una crescita ancora più marcata del cosiddetto “carrello della spesa” (i prodotti acquistati con maggiore frequenza ed in maggiori quantità) del 4,6% saranno un’autentica mazzata per le famiglie italiane. Fino a quando questi aumenti percentuali restano nella forma nella quale l’Istat lo comunica possono risultare fin troppo asettici, ma la Federconsumatori ha pensato bene di fare due conti cercando di riportare alla realtà le cifre.
Le stime dell’associazione dei consumatori non sono per nulla prudenti. A fronte di questa crescita dell’indice dei prezzi al consumo ogni famiglia rischia di dover sborsare nel 2012 1.334 euro in più rispetto allo scorso anno in un computo nel quale va aggiunta anche la crescita dell’Iva, l’arrivo dell’Imu e l’aumento di addizionali comunali e regionali:
Con l’inflazione a questo livello gli aggravi per le famiglie saranno di oltre 1.334 euro annui, di cui oltre 221 solo nel settore alimentare (stando agli aumenti denunciati dall’Istat). Se a ciò aggiungiamo anche l’aumento della tassazione (Imu, Iva, addizionali regionali e comunali, ecc.), che ammonta a +1.133 euro annui, la stangata per le famiglie raggiunge quota 2.467 euro annui.
Il salasso è assicurato, per questo la Federconsumatori chiede al governo una maggiore attenzione alla tutela del potere d’acquisto delle famiglie. L’invito è chiaramente polemico viste le recenti notizie che confermano l’aumento dell’Iva da ottobre al 23% e le nuove accise sui carburanti legate al riordino della Protezione Civile. In questo contesto si teme giustamente che la recessione già in atto nel paese rischi seriamente di aggravarsi.
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Angelino Alfano, sarà che tutto sommato alle elezioni manca poco più di un anno anche se ipotizziamo che il governo Monti duri fino alla naturale scadenza della legislatura, è in vena di promesse e approfitta del palcoscenico offertogli da Porta a Porta per fare proclami in materia fiscale piuttosto impegnativi. Si parte dell’Imu, l’imposta che sostituisce l’Ici abolita per quanto riguarda la prima casa proprio dal precedente governo di centrodestra, che il Pdl vorrebbe “una tantum” e per di più rateizzabile nonostante siamo ormai agli sgoccioli e il 50% dell’aliquota base sarà dovuta già il 16 giugno:
Proporremo che l’Imu sia dovuta una tantum e che sia rateizzabile. Perché la questione di fondo è che abbiamo già dato, ora cominciamo ad invertire il ciclo. L’obiettivo principale è che l’Italia deve tornare a crescere, perché senza crescita non c’è austerità che tenga. I tedeschi saranno anche bravi però stanno dimostrando di fare l’interesse nazionale loro prima che quello europeo. Non esiste il multilateralismo, prevale l’interesse nazionale perché se noi siamo troppo appresso all’Europa, che è solo Francia e Germania, faremo solo gli interessi loro e non dell’Italia.
Insomma, un filo di patriottismo contro l’Europa dominata dall’asse Berlino - Parigi, condito anche da un altro impegno nella direzione di evitare aumenti ulteriori della pressione fiscale: quello di fermare la crescita dell’Iva prevista per ottobre: “Noi ci batteremo affinché non sia aumentata l’Iva in autunno. Per noi sarà un punto di principio”. Al di là delle simpatie politiche ce lo auguriamo tutti.
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Le stime preliminari diffuse dall’Istat sull’andamento dell’inflazione nel mese di marzo confermano la tendenza di febbraio. L’indice dei prezzi è ancora assestato su un +3,3% su base annua con un aumento dello 0,5% negli ultimi 30 giorni che va però ad allargare la distanza con l’aumento delle retribuzioni che rimangono ancorate al +1,4%: la distanza è dell’1,9%, quella più elevata dall’agosto 1995 esattamente come era successo nel dicembre scorso.
A preoccupare, come già avvenuto a febbraio, è il cosiddetto “carrello della spesa”, i prezzi di quei prodotti che vengono acquistati con maggiore frequenza è che nell’ultimo mese sono cresciuti del 4,6% (a febbraio era il 4,5%), un nuovo record dunque che pareggia quello visto nel 2008 e risulta in controtendenza rispetto all’inflazione sempre stabile. Se confrontiamo questo dato con l’aumento delle retribuzioni si arriva ad un divario record superiore ai 3 punti percentuali.
Sulla base di questi numeri il Codacons lancia l’allarme per le famiglie italiane:
Tradotto in termini di costo della vita significa che una famiglia di 3 persone spenderà, per andare al mercato a fare la spesa di tutti i giorni, 620 euro in più su base annua, mentre per una famiglia di 4 persone la stangata sarà di 671 euro all’anno. E’ evidente che questi soldi non sono attualmente in possesso delle famiglie italiane, specie considerando che vanno ad aggiungersi a tutte le nuove tasse e balzelli che le manovre del 2011 hanno introdotto. La recessione che ci attende nel 2012, quindi, non nasce più, come accaduto nel 2008, dall’economia internazionale ma dipende, oltre che dall’effetto recessivo della inevitabile riduzione della spesa pubblica, dal crollo dei consumi, fenomeno tutto italiano che si può e si deve contrastare.
Inevitabile il riferimento al famigerato e temutissimo aumento dell’Iva previsto per ottobre:
Sarebbe criminale aumentare l’Iva ad ottobre. Il Codacons chiede, quindi, a Monti di lavorare sulle detrazioni fiscali che oggi vengono concesse tanto ai ricchi quanto ai poveri, permettendo di eludere il fisco solo a chi dichiara un reddito complessivo famigliare inferiore a 75.000 euro.

38 miliardi di euro. Questo è il calo dei consumi stimato dalla Confcommercio nel caso in cui ad ottobre venisse applicato l’aumento delle due principali aliquote Iva, quella del 21% fino al 23% e quella del 10% fino al 12%. Un dato molto allarmante, per quanto oggettivamente complesso sia stabilire se e quanto questa stima sia credibile. Anche le associazioni dei consumatori hanno fatto i loro conti valutando in 803 euro medi per famiglia l’aggravio delle spese in caso di stangata sull’Iva ed anche qui è difficile valutare l’impatto, certo è che saremmo di fronte ad un importante aumento di praticamente tutti i beni e i servizi (con annesso rischio di spirale inflazionistica).
La questione è centrale, l’aumento è temuto e avversato da tutte le categorie, ma potrebbe rendersi necessario al verificarsi di specifiche condizioni riguardanti la tenuta dei conti pubblici. Nei fatti il decreto Salva Italia prevede l’aumento nel caso in cui si rende necessaria l’applicazione della clausola di salvaguardia, il problema è capire come fare per evitare che questo avvenga e quale parte del processo è sotto il reale controllo del governo.
Il ministro per lo sviluppo economico, Corrado Passera, ha ribadito il generico impegno dell’esecutivo dell’esecutivo per far sì che l’aumento dell’Iva non sia necessario, ma per il momento si tratta di promesse e non è nemmeno di 10 giorni fa la presa di posizione di alcuni sottosegretari che hanno definito questo passaggio sostanzialmente inevitabile. Non ci resta che attendere la prossima uscita sul tema di qualche illustre esponente del governo Monti.
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Il presidente della Corte dei Conti Luigi Giampaolino, durante un’audizione di fronte alla V commissione della Camera dei Deputati, ha spiegato ai nostri parlamentari la cifra che sarebbe necessaria per allineare la pressione fiscale italiana alla media europea. Non si tratta esattamente di una “cifretta” visto che parliamo di 50 miliardi di euro, 32 da richiedere “in meno” alle famiglie, 18 alle imprese. Il governo dovrebbe quindi ridurre le imposte nettamente per riportarci in linea con paesi come la Germania e la Francia, per tutte le altre questioni veri punti di riferimento per l’esecutivo tecnico di Mario Monti.
Il problema è legato al riequilibro dei conti pubblici: impossibile pensare di raggiungere l’agognato “pareggio di bilancio” senza continuare a gravare sui cittadini o avviare (sarebbe ora) una robusta revisione della spesa pubblica. Proprio a questo proposito è giunta un’ulteriore fosca previsione della Cgia di Mestre a proposito dell’inevitabile crescita della pressione fiscale nei prossimi anni.
Il segretario dell’organizzazione dei piccoli artigiani, Giuseppe Bortolussi, ha spiegato:
Se nel 2012 la pressione fiscale ufficiale è prevista al 45%, quella reale, sempre che sia confermato l’ulteriore aumento dell’Iva previsto per il prossimo autunno, dovrebbe toccare il 54,5%. Un record che, purtroppo, non ha eguali al mondo. La pressione fiscale ”reale” che grava su coloro che pagano correttamente le tasse è molto superiore a quella ufficiale che viene calcolata dall’Istat che, è bene sottolinearlo, rispetta fedelmente le disposizioni metodologiche previste dall’Eurostat. Ebbene, se nel 2011 la pressione fiscale ”reale” che pesa sui contribuenti italiani ha sfiorato una ipotesi massima del 52%, con gli effetti delle manovre estive di Berlusconi e gli interventi del Governo Monti, il raggiungimento del pareggio di bilancio nel 2013 farà impennare il carico fiscale sui contribuenti onesti sino ad una ipotesi massima del 54,5%.
Si deve essere davvero miopi per non temere una severa spirale recessiva se questi dati saranno confermati.
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Tutti contrari, tutti molto preoccupati, tutti con motivazioni più che convincenti. La conferma che il governo non intende rivedere il doppio aumento di 2 punti percentuali delle due aliquote Iva attualmente al 21% e al 10% scatena la reazione di tutte le associazioni dei commercianti, degli imprenditori, dei consumatori e dei sindacati. Non c’è una sola eccezione, ma d’altra parte il provvedimento in una fase già recessiva sembra il più incredibile degli autogol. Continuare a cercare di recuperare risorse dalla tassazione indiretta (il contrario dell’equità per definizione) con tutte le ataviche difficoltà nel potere d’acquisto degli italiani assomiglia a quelle misure imposte ai cittadini greci dall’Europa e che hanno portato devastanti conseguenze sociali e di impoverimento complessivo del sistema.
Sul tema è intervenuta la Confcommercio con un comunicato molto efficace che riassume perfettamente quanto successo fino ad oggi e tutte le ragioni per le quali sarebbe decisamente consigliabile adottare altre mosse. L’associazione chiede che:
Si faccia di tutto, sulla scorta delle caute aperture manifestate dal presidente Monti, per non procedere, in automatico e a partire dal prossimo mese di ottobre, ad ulteriori inasprimenti. Infatti questa misura, dopo i vari incrementi delle accise sui carburanti, l’aumento dell’Iva dal 20% al 21%, il tradizionale e continuo innalzamento delle imposte sui tabacchi e la re-introduzione ed estensione delle imposte sugli immobili a qualsiasi titolo detenuti, contribuirebbe ad inasprire ulteriormente la pressione fiscale complessiva con effetti drammatici nell’economia reale. L’aumento dal 10% al 12% dell’aliquota ridotta - che interessa in particolare il comparto turistico - e quello, soprattutto, dal 21% al 23% dell’aliquota standard comporteranno non solo la riduzione del volume dei consumi, il cui profilo evolutivo appare gia’ oggi molto negativo, ma ridurranno anche il potere d’acquisto, i redditi percepiti e la ricchezza messa da parte dalle famiglie, gia’ colpite da cinque anni di continue riduzioni del reddito disponibile.
Se non è un provvedimento che rischia di farci entrare in una spirale recessiva questo non saprei a cosa altro pensare.