
Il nuovo redditometro sembra finalmente arrivare al punto d’avvio definitivo: attraverso lo strumento creato per aumentare il controllo sui redditi e ridurre l’evasione sarà possibile sapere non solo quanto guadagna il contribuente, ma anche quanto spende e quanto risparmia.
Spese più risparmio dovranno risultare nel reddito effettivo. I dettagli del nuovo redditometro che chiuderà il cerchio stringendo la morsa del fisco, saranno svelati dall’Agenzia delle Entrate, ma è già certo che esso terrà in conto i dati dell’Unico.
Intanto, l’amministrazione starebbe ipotizzando di chiedere alcune informazioni ulteriori, necessarie soprattutto a quantificare, non tanto le altre spese, quanto i beni patrimoniali non conosciuti o comunque censiti in altri database che saranno accessibili al fisco.
Tanto per cominciare si accederà ai conti correnti in maniera molto più semplice: la norma sulle liste selettive che consentirà al fisco di accedere ai dati sui conti per individuare i soggetti da controllare è arrivata infatti alla pubblicazione.
Si noti che si tratta di un cambiamento procedurale di rilievo: sino ad ora le intestazioni di conti e rapporti finanziari potevano “emergere” solo dopo una specifica indagine nei confronti del contribuente e comunque necessitavano dell’autorizzazione del direttore regionale delle Entrate o del comandante regionale della Guardia di Finanza.
Tuttavia, il vero cambiamento verrà generato nel sistema dalla cosiddetta “compliance”, ossia dalla possibilità da parte dei contribuenti di adeguarsi al sistema volontariamente.
Una scelta che sarà facilitata certamente dal fatto che gli intermediari autorizzati verranno sempre più messi sotto controllo.
Si pensi che è allo studio un software in grado di indagare autonomamente tra le dichiarazioni fiscali effettuate chiedendo eventualmente chiarimenti qualora riuscisse ad individuare delle incongruenze tra quanto dichiarato e quanto speso.
Via FiscoOggi.
”Le recenti manovre fiscali con le quali si pone l’obiettivo di raggiungere il pareggio di bilancio già dal 2013, sono composte prevalentemente da maggiori entrate e, in particolare, da maggiori entrate fiscali. Questo comporterà un forte inasprimento della pressione fiscale, che nel 2012 raggiungerà il livello record del 1997 pari al 43,7%, e, negli anni successivi, lo superera’, arrivando a raggiungere nel 2014 quota 44,7%”.
Questa la “sentenza” dell’Ufficio Studi della CGIA di Mestre che ha ipotizzato che le maggiori entrate fiscali previste con le manovre finanziarie vadano ad aumentare le entrate fiscali preventivate.
Continua a leggere: Manovra di Ferragosto, nel 2014 la pressione fiscale arriverà al 44,7%

Si è concluso poco dopo le 20.00 i lavori al Senato. L’Aula ha approvato la manovra di Ferragosto con 165 voti favorevoli, 141 contrari, 3 astenuti. Ora il testo passa alla Camera per l’approvazione definitiva.
La manovra pesa oltre 54 miliardi di euro, molto di più dei 45,5 miliardi iniziali. Ecco le novità principali.
Contributo di solidarietà. Torna il contributo di solidarietà del 3% sui redditi oltre i 300mila euro l’anno. Aumenterà l’introito per lo Stato prima stimato in 35 milioni nel 2012 e 87,7 milioni dal 2013. Il contributo interessa il reddito complessivo: fondiario, da lavoro dipendente, di impresa, autonomo, da capitale.
Continua a leggere: Governo incassa la fiducia al Senato. Approvata la manovra di Ferragosto.
Nonostante le smentite il governo punta nuovamente sulla fiducia. Il consiglio dei ministri è stato convocato alle ore 18 per autorizzare il voto di fiducia sulla manovra di Ferragosto.
Nella riunione il Governo ha emandato la manovra che prevde ora l’aumento di un punto IVA, dal 20 al 21; fino al pareggio di bilancio, contributo del 3% sopra i 500.000 euro (nella versione originale non era previsto l’aumento dell’IVA, ma un contributo di solidarietà per i redditi superiori a 90.000 euro); adeguamento delle pensioni delle donne nel settore privato a partire dal 2014.
Il voto di fiducia è previsto per domani.
AGGIORNAMENTO
Il Governo comunica che il contributo di solidarietà verrà applicato a tutti i redditi superiori ai 300.000 euro, non più superiori ai 500.000.
Via Repubblica
Tra le misure antievasione della manovra di Ferratosto rispunta fuori la pubblicazione in rete dei redditi. Oltre al carcere per i grandi evasori fiscali, che non versano un’imposta superiore a 3 milioni di euro, si dà la possibilità ai Comuni di pubblicare sui loro siti i dati relativi alle dichiarazioni dei redditi dei contribuenti. Fino al 2014 i Comuni intascheranno il 100% di quanto si recupera dalla lotta all’evasione fiscale.
La misura sui redditi online porta con sé, come è successo nel 2008, una serie di problematiche, in primis la privacy il fatto che il 70% degli italiani è contrario alla pubblicazione del reddito in Internet.
“Rendere visibili online i redditi dei cittadini è una grave violazione della privacy, “dichiara Carlo Pileri, Presidente dell’Adoc, “siamo assolutamente contrari a tale forma di lotta all’evasione fiscale che, al contrario, va combattuta portando in detrazione più del 20% delle parcelle dei professionisti, rendendo obbligatorio lo scontrino fiscale anche per chi aderisce agli studi di settore e per i tassisti. Oltre il 70% degli italiani è contrario alla pubblicazione in rete della dichiarazione dei redditi, come ampiamente dimostrato tre anni fa in occasione della pubblicazione dei redditi da parte dell’Agenzia delle Entrate“.
Continua l’Adoc
Ci appelliamo al Garante per la protezione dei dati personali affinché si adoperi per bloccare la diffusione dei redditi degli italiani Se così non fosse non escludiamo la possibilità di intentare un’azione collettiva a risarcimento dei danni subiti da contribuenti. In altri Paesi la situazione è assai diversa. Le denunce dei redditi sono strettamente private negli Stati Unti e non sono mai rese pubbliche dall’IRS, il fisco americano, così come in Gran Bretagna nessuno può accedere a file privati senza avere una liberatoria. Anche in Germania non è possibile rendere pubbliche le dichiarazioni dei redditi dei contribuenti a causa delle rigorose regole sulla privacy. In Irlanda, invece, sono online solo i redditi degli evasori fiscali accertati.

L’Italia potrebbe affrontare ”con maggiore decisione” il fenomeno dell’evasione fiscale e conseguire ”piu’ facilmente, rispetto ai partner internazionali, un’importante riduzione dei costi sociali dell’intervento di consolidamento fiscale e un riequilibrio strutturale del carico fiscale tra le diverse categorie di cittadini”. Lo afferma il presidente dell’Istat, Enrico Giovannini, intervenendo in audizione nelle commissioni Bilancio di Camera e Senato nell’ambito dei lavori sulla manovra.
L’Italia, ricorda il presidente, ”si caratterizza per una più elevata quota di economia sommersa, cui corrisponde una significativa perdita di gettito fiscale e contributivo. Tale discrepanza tra carico fiscale ‘effettivo’ e carico fiscale ‘legale’ comporta importanti effetti distributivi ed alimenta un senso di ingiustizia nei confronti dell’azione dello Stato da parte di alcune categorie”.
Giovannini torna a elencare gli interventi necessari per contrastare l’evasione, già messi nero su bianco nel rapporto del gruppo di lavoro sull’economia non osservata. In particolare si propone di: ridurre e dei margini di discrezionalità dei singoli governi nel varare condoni in materia fiscale e contributiva; ridurre il numero di partite Iva, rafforzare il contrasto d’interessi.

La manovra riscrive le regole per i contribuenti minimi. L’imposta sostitutiva passa dal 20 al 5%, ma i vincoli per accedere al nuovo regime si irrigidiscono determinando a partire dal gennaio 2012 il trasferimento di molti dei contribuenti che fino a quel momento avevano goduto del regime agevolato in un nuovo regime intermedio degli ex minimi o delle mini partite IVA.
L’imposta sostitutiva ridotta al 5% sarà applicata solo a chi ha intrapreso un’attività di impresa, arte o professione successivamente al 31 dicembre 2007 e varrà per il periodo d’imposta in cui l’attività è iniziata e per i quattro successivi. Per i giovani, il periodo di aliquota fissato al 5% può essere maggiore ma fino al massimo al compimento dei 35 anni. Ad esempio, un quarantenne che ha iniziato l’attività nel primo anno di entrata in vigore del nuovo regime, cioè nel 2008, ne uscirà dal 1° gennaio 2013, mentre se l’ha iniziata nel 2011, manterrà il regime fino al 31 dicembre 2015; se il nuovo imprenditore ha iniziato l’attività nel 2010, quando aveva 25 anni, potrà beneficiare del regime dei minimi fino al 2020.
A queste due precondizioni di massima, vanno ad aggiungersi altri requisiti stabiliti dal d.l. 98/2011:
a) Il contribuente non deve aver esercitato, nei tre anni precedenti l’avvio dell’attività, alcuna attività artistica, professionale, o qualsiasi altra forma d’impresa anche in forma associata o familiare;
b) l’attività da esercitare non deve costituire, in nessun modo, una prosecuzione di altra attività precedentemente svolta sotto forma di lavoro dipendente o autonomo, escluso il caso in cui l’attività precedente rientri in un periodo di pratica obbligatoria per poter esercitare arti o professioni;
c) se si prosegue un’attività svolta precedentemente da un altro soggetto l’ammontare dei ricavi non deve essere superiore a 30 mila.
”In Italia in 5 anni la fedeltà fiscale dei contribuenti è scesa di 12,2 punti passando da 28,94% a 16,74% a causa dei pochi servizi che si ricevono in cambio delle molte tasse che si pagano”. Ogni contribuente italiano ”versa mediamente al fisco 7.560 euro all’anno, fra tasse, imposte e tributi vari, la cifra piu’ alta tra i paesi dell’area euro, ma riceve in cambio in servizi sociali il controvalore di 7.960 euro, il piu’ basso tra i principali paesi europei”. Al primo posto tra i paesi che investono maggiormente nei servizi sociali troviamo la Francia con 10.790 euro pro capite, seguita dalla Germania con 9.170 euro, Svezia con 9.080 euro, Olanda con 8.780 euro, Inghilterra con 8.450 euro e Spagna con 8.120 euro.
Questo il quadro emerso dalla ricerca effettuata da Contribuenti.it Magazine, analizzando i dati sulla Tax Compliance rilevati da Lo Sportello del Contribuente nel periodo luglio 2006-luglio 2011.
L’indice della tax compliance rappresenta il comportamento dei contribuenti nei confronti dell’amministrazione finanziaria. La sua rilevazione avviene attraverso l’analisi di un campione di circa 5.000 contribuenti ed è costituito da due subindici, la stima dei contribuenti sulla situazione corrente e le previsioni per il futuro.

Secondo un sondaggio di Assotutela, il 97% degli Italiani è favorevole alla tassa di solidarietà, mentre l’83% è contrario all’aumento dell’IVA.
Nel Nord si è riscontrata una maggior percentuale di contrari alla tassa di solidarietà, molto più contenuti invece i no nel Centro e nel Sud. Tra le risposte più ricorrenti riportiamo quella di coloro che la ritengono una ingiustizia ed un abuso perpetrato da una classe politica uscita immune dalla manovre di Luglio e Agosto.
Contrari, invece, per l’aumento dell’IVA. Tra le risposte più comune è il netto rifiuto ad accettare un aumento di una imposta che graverà sul consumatore finale dal momento che gli stipendi sono sempre gli stessi. Sorprende invece la percentuale di indecisi che nel Sud raggiunge il 26%, sino all’11% del Nord.
Sono circa 500 mila le famiglie costrette a pagare il bollo su titoli in default. Lo afferma un comunicato di Adusbef e Federconsumatori.
La tassa, molto più pesante del 6 per mille sui depositi bancari e postali introdotta dal governo Amato nel 1992, ha colpito i risparmiatori che hanno una custodia titoli in banca (escludendo bancoposta), con l’introduzione di una imposta di bollo sui depositi titoli, ferma a 34,2 euro l’anno sotto i 50 mila euro, ma che aumenta a 70 euro al superamento di questa soglia fino a 150.000 euro, ma che diventa di 240 euro nella fascia da 150 mila euro fino a 500.000 per attestarsi a 680 euro dai 500 mila euro in su nel biennio 2011- 2012.
Tale imposta di bollo, oltre a gravare sui risparmiatori, afferma il presidente dell’Adusbef, “colpira’ anche i risparmiatori che gia’ oggi sono costretti a pagare custodie titoli, su risparmi depositati che non hanno alcun valore perche’ andati in fumo, nella lunga catena di crack, scandali e dissesti finanziari ed industriali che hanno colpito almeno 1 milione di famiglie,che hanno subito il fenomeno del ”risparmio tradito”.
Adusbef e Federconsumatori chiedono quindi al Governo che siano esonerati circa 500 mila custodie titoli di risparmiatori coinvolti nella perdita dei propri investimenti (bond argentini, Cirio, Parmalat (MDD: PLT.MDD - notizie) , Giacomelli, Lehman Brothers) per un controvalore di 50 miliardi di euro nell’ultimo decennio.