
Un numero crescente di imprese è sempre più attratto dalla migrazione da servizi desktop a servizi di cloud computing, in cui il software è caricato su un server e usufruito mediante la rete.
Questa soluzione appare particolarmente indicata al fine di permettere un contenimento dei costi e una più facile gestione. Vengono infatti evitati gran parte degli interventi di assistenza, che possono essere compiuti da remoto, così come gli aggiornamenti che avvengono in modo automatico online.
Il panorama della “nuvola” si arricchisce oggi col pacchetto Suite Ospit@.
Il numero di server virtuali già attivati nell’ambito dell’offerta Ospit@ Virtuale (pensato per le piccole e medie imprese) e Hosting Evoluto (soluzione analoga per le aziende medio-grandi) ammonta a oltre 1.700. Le imprese appaiono sempre più ricettive nei confronti di proposte all’avanguardia che permettano una facile gestione e un approccio semplificato ma allo stesso tempo performante con le nuove tecnologie al servizio del business.
Via Asca.
Da una parte nuove iniziative, dall’altra realtà costrette a gettare la spugna. Il problema a Brescia non è tanto l’aumento del numero dei fallimenti registrato nei primi 8 mesi del 2011, ma la loro qualità. Aziende conosciute, economicamente pesanti e importanti dal punto di vista del mantenimento dei livelli occupazionali che finiscono con i bilanci in rosso.
Per la precisione già 219 a fine agosto di quest’anno (erano 205 ad agosto 2010, praticamente una al giorno), a cui si aggiungono 15 società ammesse al concordato preventivo (17 lo scorso anno). È la cancelleria della sezione commerciale del Tribunale di Brescia a tenere il conto dell’inarrestabile caduta delle imprese della provincia, 221 i fallimenti registrati nel 2009, 266 nel 2010.
E l’andamento dei primi otto mesi dell’anno in corso (+7% su agosto 2010) fa intendere che si potrebbe addirittura sfiorare il record negativo di 283 raggiunto nel 2005. «A preoccupare», spiega Stefano Rosa, «presidente della sezione commerciale al quarto piano del Palagiustizia – non è il numero, ma la consistenza. Livelli come questi sono già stati toccati negli anni Ottanta. Il problema oggi è che stiamo parlando di aziende importanti, sia dal punto di vista economico che occupazionale». A trainare il record negativo il settore edile, ma anche la gdo e il caseario, dove su tutti spicca il fallimento della Medeghini, depositato in tribunale lo scorso marzo.
«Siamo di fronte a dati drammatici, sia per la produttività del territorio che per la tenuta dell’occupazione. A fallire non sono più i piccoli negozietti, sono interi gruppi, con diversi stabilimenti produttivi. La Medeghini di Mazzano ne è un esempio». Una situazione, per Saottini, solo in parte spiegabile con la caduta dei mercati: «ci troviamo di fronte allo scoppio di una bolla, soprattutto nell’edilizia».
Via Ansa.
L’attività nel settore dei sevizi in Italia ha mostrato una nuova contrazione in agosto, per il terzo mese consecutivo, mentre le aspettative di business sono scese al livello più basso di quasi due anni e mezzo.
Secondo l’indagine Markit/Adaci, l’indice dell’attività delle imprese di servizi, dagli hotel alle banche, si è contratto a 48,4 da 48,6 di luglio, sotto il livello di 50 che separa l’espansione dalla contrazione.
Le previsioni erano per una lettura a 48,2, in un range tra 46,0 e 50,0.

È dal 2002 che l’imprenditoria cinese sta letteralmente volando, con una crescita del 150% e in alcune regioni meridionali come Molise, Calabria e Basilicata, i ritmi sono addirittura quadruplicati fino a toccare punte del 400%. In termini assoluti però il maggior numero di imprenditori cinesi si concentra soprattutto al nord: in Lombardia (10.998), seguita da Toscana (10.503) e Veneto (6.343).
Il Centro studi degli artigiani di Mestre (Cgia) ha calcolato che tra il 2009 e il 2010 gli imprenditori cinesi sono aumentati dell’8,5%, superando così la soglia delle 54mila unità. Un aumento ancora più significativo se si considera che nello stesso periodo invece le imprese italiane sono diminuite dello 0,4%. Non è una novità però, i dati infatti fotografano un trend in crescita da anni e diversamente da quanto si pensi, non solo nel settore tessile e non solo al nord.
Le cause di un simile fenomeno sono molteplici e in alcuni casi strettamente connesse alle dinamiche stesse della crisi. L’abilità imprenditoriale dei commercianti cinesi infatti non è certo una novità di questi anni. “Hanno alle spalle una storia millenaria di successo” spiega il segretario della Cgia Giuseppe Bortolussi “in particolar modo nel commercio e nel settore tessile”, ma la spiegazione non è tutta qua. Alcune di queste attività riescono infatti ad abbattere i costi di produzione perchè spesso operano in condizioni di illegalità, soprattutto per quanto riguarda le condizioni di lavoro, “eludendo gli obblighi fiscali e contributivi, le norme di sicurezza e senza nessun rispetto dei più elementari diritti dei lavoratori occupati”.
Queste aziende hanno però giovato della sponda fornita da molti imprenditori italiani che spesso hanno semplicemente chiuso un occhio sulle realtà illegali all’origine di una simile riduzione dei costi. I famosi ‘laboratori cinesi’, quelli che puntualmente vengono scoperti e chiusi dalle inchieste della guardia di finanza, lavorano spesso per committenti italiani. Un dato che la Cgia non manca di sottolineare: “Se queste imprese si rivolgessero a subfornitori italiani, questa riduzione dei costi non sarebbe possibile”.

L’Italia del lavoro under 35 lascia ancora il segno e mette in evidenza uno spaccato tra Nord e Sud molto chiaro. Da una ricerca elaborata da Datagiovani sui dati Istat relativi al 2010, in Italia sono disoccupati ben 1,2 milioni di under 35 e la maggior parte si concentra al Sud Italia.
Circa 1,1 milione di persone (il 96% del totale) è impiegato attivamente nel cercare un posto di lavoro mentre la restante parte, il 4% sta aspettando di iniziare un nuovo impiego (già ottenuto) o è in attesa di una risposta.
Secondo l’Unionecamere oltre un’azienda su 10 in Italia è guidata da un under 35. Sono, infatti, 720 mila ”imprese giovanili”, ovvero l’11,8% del totale. Le imprese con a capo uomo o donna di età inferiore ai 35 anni, spiega l’associazione delle Camere di Commercio, ”si concentrano soprattutto nei settori piu’ tradizionali’“.
Al 31 dicembre del 2010 i settori a piu’ elevata concentrazione d’imprese giovanili sono quelle dei servizi alle persone (16,2% del totale delle imprese del settore), delle costruzioni (15,9%) e dell’alloggio e ristorazione (15,2%). In termini assoluti il settore che attrae maggiormente i giovani capitani d’impresa sia quello del commercio, dove si contano quasi 200 mila imprese pari al 27,6% del totale di aziende ‘under 35. Mentre, dal punto di vista geografico e’ Roma (con 44.166 imprese) la provincia che fa segnare il maggior numero di iniziative imprenditoriali giovanili, seguita da Napoli (40.874) e da Milano (29.753).
La sesta indagine Talent Shortage dell’agenzia di lavoro Manpower, condotta su oltre 40.000 imprese in tutto il mondo, sottolinea come attualmente, in Italia, ben il 29% delle aziende ha difficoltà nel coprire posizioni di tecnici: carpentieri, falegnami, elettricisti e meccanici, segretari, tecnici, operai, sono le figure professionali più ricercate.
Carenza registrata anche per altre figure specializzate, come i tornitori o gli addetti al controllo tecnico (che sono al secondo posto nella classifica stilata dalla ricerca) e per il personale amministrativo e d’ufficio. Ma quali i motivi per cui le imprese non riescono a coprire queste posizioni? «Per il 36% delle aziende la ragione è l’assenza di candidati” spiega ancora Scabbio, responsabile Manpower, “mentre il 25% ha risposto che la causa principale è la mancanza di esperienza: i giovani che potrebbero ambire a questi posti, insomma, non hanno maturato abbastanza competenze per svolgere al meglio il compito che verrebbe loro assegnato“.
Gli imprenditori che hanno risposto alle domande della ricerca ideata dall’agenzia del lavoro sottolineano anche quali sono o quali potrebbero essere le conseguenze derivanti dal fatto che queste posizioni vacanti non vengono coperte in tempi brevi. Il 22% degli intervistati si dice certo che l’impatto sull’azienda è alto, con pesanti conseguenze sull’organizzazione e sulla produzione, il 36% che l’impatto è medio, mentre i restanti datori di lavoro sostengono che la vacatio ha solo uno scarso impatto sull’azienda.