
Sempre meno italiani sfruttano la possibilità di anticipare la pensione riscattando gli anni di studio, che attraverso questa operazione vengono considerati come anni di lavoro ai fini previdenziali. All’Inps nel 2008 erano arrivate 60 mila domande di riscatto. Nel 2009 le richieste sono scese a 30 mila e l’anno scorso non sono arrivate che 15 mila domande.
Sono riscattabili tutti gli anni regolari del corso di laurea, sia triennale che specialistica, ma non quelli fuori corso. Anche i diplomi di laurea o universitari possono essere riscattati, così come quelli di specializzazione, i dottorati di ricerca e quelli rilasciati dagli istituti di alta formazione artistica e musicale. Per chiedere il riscatto bisogna in ogni caso essersi laureati e non bisogna avere lavorato durante gli anni da riscattare, perché in questo caso quei periodi sono già coperti da contribuzione.
Per il calcolo si utilizza il metodo retributivo per gli anni in cui era ancora in vigore e quello contributivo per gli anni successivi. Per chi si è laureato prima del ’96 l’operazione è più complicata: l’Inps tiene conto di diversi fattori come l’età, il periodo da riscattare, il sesso, l’anzianità assicurativa, le retribuzioni percepite negli ultimi anni. Per i più giovani il calcolo è più semplice: si guarda lo stipendio degli ultimi 12 mesi e vi si applica l’ aliquota contributiva in vigore. Questa cifra deve essere moltiplicata per il numero di anni da riscattare.
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Il presidente del Censis, Giuseppe De Rita, critica con forza “il mito del figlio laureato“. In un’intervista in edicola domani su Il Sole 24 Ore arriva l’attacco alle “lauree inutili” con uno slogan molto diretto: “Meglio un giovane carrozziere che un laureato in nulla“. Il riferimento è a quei corsi di laurea, specialmente quelli umanistici, che garantiscono scarse possibilità di inserimento nel mondo del lavoro e un reddito basso anche quando la ricerca di un impiego ha un esito positivo.
Secondo De Rita “è il lavoro che forma, solo il lavoro, occorre affiancare il giovane, insegnargli un mestiere, il resto sono tutti discorsi astratti e inutili“. Il discorso è antico, in Italia mancano percorsi chiari di formazione e inserimento professionale, forse è anche per questo che continua a prevalere il “mito del figlio laureato” a tutti i costi, a prescindere dalla concretezza delle discipline universitarie.
Il ruolo di ammortizzare sociale indiretto svolto dallo Stato con la pubblica amministrazione (e la scuola in particolare) è azzerato con la crisi, i tagli degli insegnanti, la loro costante precarizzazione porta a rendere centinaia di migliaia di laureati in discipline umanistiche dei perenni disoccupati. Il sistema andrebbe ripensato, ma siamo sicuri che questi slogan di sicuro effetto mediatico siano veramente d’impulso a questo processo?

Quanto guadagnano i laureati italiani? Quanto pesa il tipo di titolo di studio conseguito sul reddito medio che andranno a percepire una volta inseriti (con un po’ di fortuna) nel mercato del lavoro? Abbiamo già visto come paiano favoriti i diplomati rispetto alle persone che si impegnano nel lungo percorso formativo dell’Università, ma ancora più nel dettaglio racconta la realtà un’indagine condotta da Almalaurea che ha monitorato il reddito dei laureati per settore. Il risultato è piuttosto ovvio, sono gli ex studenti di Medicina a poter contare sulla migliore aspettativa di guadagno con 1633 euro al mese seguiti dagli ingegneri e dai laureati nell’ambito economico-statistico rispettivamente con 1532 e 1461 euro mensili.
Non sono poi tanto lontani i laureati nell’ambito Politico-sociale (in cui rientra la vituperata facoltà di Scienze Politiche) con 1283 euro, addirittura piazzati sopra ai 1279 dell’ambito scientifico e i 1265 dei chimici e dei farmacisti. Se la cavano anche i laureati in agraria con 1207 euro, addirittura sopra ai 1145 euro di architettura, uno dei corsi di studio più impegnativi e lunghi, ma che difficilmente producono risultati in termini reddituali.
Molto in basso, rispetto a quello che si poteva immaginare, troviamo l’ambito giuridico (evidentemente troppo inflazionato) con 1137 euro mensili, sotto i 1140 dei laureati in lingue. Chiudono la classifica le lauree in geologia e biologia con 1106 euro, quelle relative all’insegnamento (1081). Infine, fanalini di coda, l’ambito letterario con 985 euro, comunque qualche euro in più dei poveri psicologi, ultimi con un reddito medio di 917 euro.

Il direttore del Censis, Giuseppe Roma, in un’audizione alla Camera dei Deputati di fronte alla Commissione Lavoro è impietoso: “In Italia la laurea non paga. I nostri laureati lavorano meno di chi ha un diploma, meno dei laureati degli altri Paesi europei, e con il passare del tempo questa situazione è pure peggiorata“. I dati sul rapporto fra il conseguimento di un titolo di studio di grado superiore e la possibilità di trovare lavoro parlano chiaro.
In Italia lavora soltanto il 66,9% degli addetti tra i 25-34 anni che hanno conseguito una laurea. Nel resto d’Europa la media è all’84%, quasi 20 punti percentuali in più, con Francia e Germania che si piazzano sopra questo dato confermando il loro ruolo di leadership continentale. Studiare, una spesa non indifferente da sostenere per qualsiasi famiglia e ancora di più per gli studenti che devono mantenersi da soli, non conviene.
Infatti i diplomati fra i 25 e i 34 anni che hanno trovato un impiego sono il 69,5% mentre la disoccupazione fra i laureati continua ad aumentare. Il dato del 66,9% è sceso di 2,4 punti percentuali nel triennio 2007-2010. In Italia i cicli della formazione impegnano troppo (e troppo a lungo) gli studenti che, sfiduciati anche dalle prospettive che vedono all’orizzonte, abbandonano gli studi nel 12,1% dei casi contro il 3,4% della media europea.
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Se a Milano, la capitale economica d’Italia, la situazione lavorativa dei giovani è quella descritta nel rapporto “Il lavoro dei laureati in tempo di crisi” della Camera di Commercio di Milano e Unioncamere Lombardia, allora c’è molto di cui preoccuparsi. I neo-laureati faticano a trovare lavoro e, quando lo trovano, difficilmente riescono a guadagnarsi un contratto stabile.
Più ombre che luci
Secondo la ricerca, tra quanti si sono laureati nel corso del 2008, il tasso di disoccupazione è salito al 10,8% (nel 2008 era stato del 7%). Ad avvertire la nefasta influenza della crisi economica sono stati soprattutto i giovani appena usciti dall’università: il 20% dei quanti aveva terminato gli studi nel 2008 un anno dopo era ancora senza lavoro.
Come garantire a proprio figlio un carriera scolastica di primo livello? Semplice, sottoscrivendo – quando il bambino è ancora piccolo – una polizza che offre un lauto conguaglio nel caso in cui il pargolo, una volta cresciuto, ottenga il diploma di maturità con la votazione di 100 e lode. L’idea è allettante, peccato che dietro la proposta avanzata da alcune società assicurative si nasconda un inganno. Recentemente, l’Autorità Garante della concorrenza e del mercato ha sanzionato la società Arfin, comminandole una multa di 10mila euro per pubblicità ingannevole.
Negli ultimi vent’anni sono state più d’una le riforme che hanno modificato il sistema scolastico (e universitario) italiano; guardando i dati contenuti negli ultimi rapporti del Censis, tuttavia, si ricava l’impressione che qualcosa ancora non funzioni: molto spesso, infatti, i laureati italiani svolgono mansioni per cui il loro titolo di studio si rivela inutile.
Solo un pezzo di carta
Stando a quanto attestato dal Censis, nel nostro Paese ben il 36,5% dei laureati specialistici ricopre posizioni lavorative per cui la qualifica data dal titolo di studio non sarebbe richiesta. In poche parole, insomma, buona parte dei laureati italiani è sottoinquadrata.