
Il libro “I professionisti e il sindacato: tra scoperta e innovazione“, curato da Davide Imola, responsabile delle professioni per la Cgil, fotografa la realtà dei 6 milioni di lavoratori autonomi italiani, il “popolo delle partite Iva”, che nell’ultimo ventennio hanno visto un’autentica esplosione nei numeri, meno eclatante a guardare i loro redditi. I cosiddetti “capitalisti molecolari”, 80% in possesso di un titolo d’istruzione superiore come la laurea, superano i 15 mila euro di reddito annuo soltanto nel 56,4% dei casi.
Quasi la metà rimane in un range di reddito basso, con un livello di contribuzione previdenziale non adeguato e che difficilmente gli garantirà nel futuro, sempre più incerto, un trattamento pensionistico degno di questo nome. Questi soggetti, troppo spesso, non scelgono di essere liberi professionisti, ma sono obbligati ad esserlo da un mercato del lavoro che comprime le tutele e le garanzie in cambio della possibilità di una forma di collaborazione da “esterno”.
La Cgil, con colpevole ritardo, ammette che per “questi lavoratori è cresciuta la necessità di rappresentanza e, in assenza di un’iniziativa sindacale adeguata, sono proliferate le forme di auto organizzazione“. La nascita della Consulta del lavoro professionale del primo sindacato italiano cerca di fornire una risposta a queste categorie e sono già nate 62 associazioni (in gran parte gruppi informali) che in diversi settori hanno scelto di sostenere la Cgil in un percorso di rappresentanza tutto da sperimentare.

La manovra riscrive le regole per i contribuenti minimi. L’imposta sostitutiva passa dal 20 al 5%, ma i vincoli per accedere al nuovo regime si irrigidiscono determinando a partire dal gennaio 2012 il trasferimento di molti dei contribuenti che fino a quel momento avevano goduto del regime agevolato in un nuovo regime intermedio degli ex minimi o delle mini partite IVA.
L’imposta sostitutiva ridotta al 5% sarà applicata solo a chi ha intrapreso un’attività di impresa, arte o professione successivamente al 31 dicembre 2007 e varrà per il periodo d’imposta in cui l’attività è iniziata e per i quattro successivi. Per i giovani, il periodo di aliquota fissato al 5% può essere maggiore ma fino al massimo al compimento dei 35 anni. Ad esempio, un quarantenne che ha iniziato l’attività nel primo anno di entrata in vigore del nuovo regime, cioè nel 2008, ne uscirà dal 1° gennaio 2013, mentre se l’ha iniziata nel 2011, manterrà il regime fino al 31 dicembre 2015; se il nuovo imprenditore ha iniziato l’attività nel 2010, quando aveva 25 anni, potrà beneficiare del regime dei minimi fino al 2020.
A queste due precondizioni di massima, vanno ad aggiungersi altri requisiti stabiliti dal d.l. 98/2011:
a) Il contribuente non deve aver esercitato, nei tre anni precedenti l’avvio dell’attività, alcuna attività artistica, professionale, o qualsiasi altra forma d’impresa anche in forma associata o familiare;
b) l’attività da esercitare non deve costituire, in nessun modo, una prosecuzione di altra attività precedentemente svolta sotto forma di lavoro dipendente o autonomo, escluso il caso in cui l’attività precedente rientri in un periodo di pratica obbligatoria per poter esercitare arti o professioni;
c) se si prosegue un’attività svolta precedentemente da un altro soggetto l’ammontare dei ricavi non deve essere superiore a 30 mila.

Il Ministro Sacconi non ha gradito lo studio del Censis che ha raccontato come i giovani lavoratori di oggi avranno pensioni molto basse a causa delle basse retribuzioni, e di conseguenza dei bassi contributi, che versano.
Le proiezioni di questo tipo sono molto opinabili perché scontano ipotesi di percorsi lavorativi che nessuno può disegnare in un tempo di cosi’ straordinari cambiamenti. Sono dati che non capisco, neanche la zingara saprebbe disegnare percorsi simili e io diffido da proiezioni di questo genere che sono opinabili anche se questo non significa sottovalutare l’esigenza di pensare al futuro resta la necessità di organizzare forme di previdenza, di assistenza, di sanità complementari con modalità comunitarie.
La contestazione del Ministro è valida solo in astratto. I dati parlano chiaro: mantenendo questo livello delle retribuzioni le pensioni saranno basse, il problema, per Sacconi, è spiegare come andare ad incidere sui “percorsi lavorativi” futuri dei giovani lavoratori di oggi. Tutto questo senza considerare la situazione dei precari e dei tanti lavoratori autonomi. Nel frattempo Sacconi si è anche detto disponibile a modificare la manovra economica riguardo al blocco delle rivalutazioni delle pensioni più alte dopo le proteste di sindacati e associazioni dei consumatori.

Secondo uno studio condotto dal Censis e dall’Unipol il 42% dei lavoratori dipendenti che oggi hanno tra i 25 e i 34 anni quando andrà in pensione, intorno al 2050, avrà un assegno di un importo inferiore ai 1000 euro al mese.
Il sistema contributivo, con retribuzioni che non superano i 1000 euro oggi per il 31,9% dei lavoratori dipendenti produrrà inevitabilmente dei pensionati “poveri”. Saranno “in molti si troveranno ad avere una pensione pubblica piu’ bassa del reddito di inizio carriera“. Tutto questo senza considerare il milione di giovani che oggi sono lavoratori autonomi e precari, nella maggior parte non per loro scelta.
Nonostante questo il “problema” delle pensioni nel nostro paese è lontano dall’essere risolto. La natalità resta bassa, l’Italia è un paese longevo, e nel 2030 le proiezioni parlano di un 26% in più di over 64. Significa quattro milioni di persone inattive in più e due milioni di attivi in meno. Il nostro sistema pensionistico è in grado di reggere? Le riforme degli anni ‘90 hanno “garantito la sostenibilità finanziaria a medio termine“, ma con una media delle retribuzioni così basse anche le pensioni future lo saranno. Il tasso di sostituzione, vale a dire la percentuale dell’ultima retribuzione che si percepirà come pensione, nel 2010 è al 72,7%, nel 2040 questo stesso indice sarà del 60% per i lavoratori dipendenti e del 40% per gli autonomi.

E’ vero che i lavoratori autonomi evadono le tasse e i dipendenti e i pensionati non gli unici a pagarle realmente? La CGIA di Mestre prova a smentire una di quelle idee radicate nell’opinione degli italiani rispetto al rapporto con il fisco. Secondo i dati dell’Osservatorio gli autonomi, pur essendo il 12,5% del totale contribuiscono al gettito Irpef per il 13,4% (19,6 miliardi di euro) mentre dipendenti e pensionati, che costituiscono l’87,1% dei contribuenti soggetti all’imposta sul reddito, versano l’82,4% del totale pari a 120 miliardi di euro. Giuseppe Bortolussi, segretario della CGIA di Mestre, spiega:
Abbiamo ritenuto necessario puntualizzare questa questione perché non vorremmo che qualcuno, strumentalizzando la manifestazione per un fisco più giusto organizzata da Cisl e Uil, denunciasse che in Italia c’è chi le tasse le paga tutte, perché gli vengono trattenute alla fonte, e chi no. Anzi, dico di più, contro un fisco eccessivo serve un’alleanza tra autonomi e sindacati. Senza i primi, purtroppo, corriamo il serio rischio di avere molti lavoratori dipendenti in meno, visto che quasi i due/terzi dei nuovi posti di lavoro che si creano ogni anno in Italia sono in capo alle micro imprese con meno di 20 addetti.
L’intenzione è meritoria, ma è impossibile non notare una contraddizione di fondo. Se è vero che far percepire “tutti” i lavoratori autonomi come evasori è fuorviante è altrettanto fuorviante non riconoscere alla categoria di pensionati e dipendenti una sostanziale impossibilità ad evadere le tasse se non ipotizzando che svolgano altri lavori completamente in nero.

Primavera 2011, tempo di dichiarazioni dei redditi e tempo di Irpef. Non tutti devono pagare l’Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche. Basta rientrare nella cosiddetta No Tax Area per ritrovarsi a non dover dare nulla allo Stato. Quali sono i criteri per rientrare fra quanti sono esentati dal pagamento dell’Irpef? Oltre alle due alternative meno consigliabili (non guadagnare nulla o non dichiarare il reddito finendo per ingrossare le fila degli evasori totali) sono molti quanti potrebbero trovarsi nella fascia di contribuenti non sottoposti alla tassazione senza aver commesso alcun reato.
Vediamo nel dettaglio. La situazione cambia a secondo se il cittadino sia un lavoratore dipendente o un lavoratore autonomo.
Rientrano nella No Tax Area i lavoratori autonomi che nel 2010 hanno prodotto in reddito inferiore ai 4800 euro mentre i lavoratori dipendenti sono esenti dall’Irpef se nei 12 mesi dello scorso anno hanno guadagnato meno di 8000 euro. Anche i pensionati possono rientrare in questo scaglione con una distinzione basata sull’età. Gli under 75 che hanno guadagnato meno di 7500 euro e gli over 75 che siano rimasti sotto la soglia dei 7750 euro.
Sono esenti da Irpef anche i redditi da terreni fino a 185.92 euro, i redditi da fabbricati fino ai 500 euro e l’intera rendita catastale legata alla prima casa, compresi eventuali posti auto, autorimesse e cantine. Per tutti questi soggetti rimangono valide le detrazioni per i familiari a carico. E’ bene ricordare che si considerano “a carico” i soggetti che nello stesso anno solare hanno guadagnato meno di 2.840,51 euro.